“Un giorno ti renderai conto che non ha alcun senso, se non il bisogno inconscio di non sentirsi soli, il credere in qualcuno che abbia deciso, creato e punito con la vita”

(A.F.)

Era così: storta in un mondo dritto. O questo era stata costretta a credere, scomoda come stava da una vita. Se fosse invece stata dritta, in un mondo storto, nemmeno mai se lo era chiesta e, a mio parere, aveva fatto buona cosa, poiché farlo avrebbe implicato mettersi a pensare al senso delle parole. Cosa può dirsi storto, cosa dritto?

Dio buono che nevrastenia, ogni cosa un ponzamento per lo più futile e sterile. Si può pensare e rimuginare quanto si vuole, ma il novantanove per cento dell’umanità ritiene che dritto significhi una cosa specifica, il suo contrario anche: ergo, macinare e ruminare non cambia le cose. I numeri fanno la differenza. Punto.

Ecco che era andata ad una conferenza; sul percorso per il teatro aveva scoperto il fascino di quelle strade ed era rimasta colpita dalla dicotomia fortissima fra il deserto fuori e la platea gremita: si chiedeva dove diavolo vivesse realmente tutta quella gente, dal momento che fuori non si vedeva quasi mai anima viva. Se ne infischiò della risposta: a questo punto credo sia chiaro che aveva smesso di cercare soluzioni alle questioni, perché se le seconde erano inutili, figuriamoci le prime.

C’era il primo astronauta europeo approdato sulla SSI e, sebbene lei ne sapesse poco quanto niente, aveva i suoi buoni motivi per essere lì (fatta eccezione per la ragione che l’avrebbe portata volentieri in altro universo: dopo di lei era arrivata una delle persone che più detestava in quel dato momento storico; spaventapasseri la chiamava. E quel lungo essere umano, che somigliava più ad un palo della luce riuscito male che ad altro,  proprio una fila davanti a lei doveva andare a sedersi! Per fortuna non la vide. Quella sera non sarebbe finita bene: non aveva nessuno dei suoi sorrisi di scorta a farle compagnia. La sua faccia avrebbe detto tutto quanto la sua voce aveva taciuto fino ad allora).

Sul palco una donna vestita di giallo, pensò che l’aveva già vista. Dove? Già, era la persona che occupava l’ufficio di una direzione in cui era stata un paio di giorni prima (esperienza da cancellare!) ed evidentemente la destinataria inconsapevole di tutti i suoi improperi, dal momento che non si decideva ad uscire, allungando la sua attesa verso un tempo indefinito.

Certo avrebbe potuto lavarsi i capelli almeno per salire sul palco, pensò, ma sono inezie. Era la conduttrice della faccenda, bene così. Pace a lei ed all’oleificio che le faceva da acconciatura. Aspettava di ascoltare l’astronauta, il resto era cornice.

Si trattava di un uomo di forse sessant’anni e lei, che temeva non avrebbe capito un’acca di chissà quale discorso astrofisico, si era messa in modalità attenzione assoluta e, invece, finalmente un ignorante da ascoltare. Semplice, chiaro, diretto. Come ogni persona che sa. Come ogni persona che veramente qualcosa o qualcuno lo è. Non servono fronzoli e discorsi da leader a chi sa di essere: quanto era alleggerita dal fatto che quell’uomo dal nome altisonante ne fosse la prova, in quel momento?

Persa nelle immagini che lente passavano sul grande schermo, nel contempo ascoltava, rapita dalla semplicità del discorso che suonava indicativamente così: è difficile adattarsi alla dimensione temporale quando ogni quarantacinue minuti si passa dall’alba al tramonto. Sedici albe e sedici tramonti in un giorno, finché non impari che devi infischiartene di quello che succede fuori. Mangi quando è il momento di mangiare, dormi quando è il momento di dormire. Lo spazio ti insegna una cosa fondamentale che sulla terra finisce nel dimenticatoio: occorre avere sempre un piano di riserva. Spesso sulla terra il nostro giudizio è sufficiente, direi meno male. Ma ‘spesso’ non è ‘in qualsiasi caso’. Il piano B. Questo insegna lo spazio: ad avere un piano B, perché il tuo giudizio non basta. Ed in realtà non basta mai, in nessun luogo. 

Fu allora che lei si accorse di quello che stava facendo: fissava la terra vista dall’esterno, il fascino del cambiamento del medesimo posto che appariva come informe nei quarantacinque minuti del giorno ed assolutamente delineato, per via delle luci accese, nei quarantacinque minuti della notte.

Peggio, le era partito il loop del dubbio. Sì, ci siamo intesi, stava mettendo in dubbio tutto. Tutto. A partire dal senso di un Dio creatore, che ci avrebbe dotati di muscolatura adatta a restare allenata solo quando tocca il suolo, pronta ad atrofizzarsi in quindici giorni di assenza di gravità. Non siamo studiati per vivere l’universo, ma solo la terra. Ed è ben poco. Siamo inadeguati.

Dunque chi ha creato cosa? Qual è il confine?

Ma se tu elimini la fede cieca, nulla è follia. Tutto si spiega, le aveva detto chi non credeva affatto nella possibilità di una fede ragionata e sosteneva che ad un certo punto la sua risposta fosse sempre e solo una: Mistero.

Come dire che chi aveva parlato fosse nel torto? Chiunque avesse provato a fare teodicea, sempre lì era approdato: il contenuto della fede è più grande del contenitore che è la nostra mente, Mistero. 

Stava nascendo un problema, un dilemma vero e proprio per chi non solo aveva da sempre una fede ragionata, ma tanto forte e radicata da far impallidire il più ostinato degli agnostici, figurarsi il più incallito dei bizzochi: era una che doveva capire.

Orbene, fra l’universo apparsole d’improvviso come mai ne avesse sentito parlare prima d’allora e tutto quanto continuava a susseguirsi sotto i suoi occhi, non ultima la follia umana che la risucchiava goccia a goccia, giornalmente, in un vortice senza senso, senza fine, senza voce e senza presenza, non riusciva ad accettare l’idea che, ad esempio, un abbraccio fosse davvero un fatto spinto solo dalla chimica; nondimeno non si spiegava più perché Dio avesse dato agli uomini, in uno spazio così ristretto, il potere non di abbracciare, ma di stringere la morsa ciecamente fino a fare del male.

E fuori, fuori da quello spazio insignificante rispetto al resto, chi, chi o cosa doveva aver deciso?

Se elimini la fede cieca, tutto si spiega. Non era un bel giorno, quel giorno. Era terribilmente arrivato il momento: prima sentì apparire sul suo volto un sorriso quasi di scherno, poi pensò parole che aveva scritto tempo prima ritenendo di averlo fatto dietro la spinta del sentimento, ma che ora stava percependo come le avesse partorite lei per la prima volta, lei e nessun altro.

Guardò il suo riflesso nella vetrina di un negozio, lo fissò senza disperazione (ne aveva finito le scorte), afferrò le parole del suo labiale: Eloì, Eloì, lema sabactàni? (Mio Dio, Mio Dio, perché mi hai abbandonato?). Frattanto, pericolosamente, pensava potesse non esistere un destinatario per quella domanda.

Un tuono fragoroso ed fulmine improvviso, iniziò di colpo a piovere. Rimase lì, noncurante, fradicia fuori, dentro e pure di lato.

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FontePhotocredits: pixabay.com libera reinterpretazione Myriam Acca Massarelli
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

2 COMMENTI

  1. Un tempo non tanto lontano dovevo riprendere i soliti libri oramai consumati per rileggere e rivedere la grazia perduta della scrittura. Più in là, un tempo presente, ho imparato a smucinare nel web per cercare quei piccoli miracoli di cui è disseminata la terra, non il cielo lontano di un dio. Eccone uno.
    Mi spiace solo che chi legge, poche volte si sofferma per un commento, una presenza di condivisione.
    Buona giornata
    Damiano

  2. L’oceano è fatto di gocce e di rocce, lo avevo detto tempo fa; il mondo di muti like e, ancor più spesso, di muti pensieri inespressi.
    Dirsi e darsi è quasi un male, senza quasi.
    E ancora le gocce, contro la morte del silenzio, sono vita. Quasi nessuno lo vede più, ma non ne servono per forza mille per fare la differenza. Nemmeno cento. Eccone una, quindi: porta, ancora una volta, la sua firma. Grazie

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