La notte in cui tutte le vacche sono nere…

Una crisi di Governo non è poi un evento così eccezionale in una democrazia parlamentare. Dopo 21 esecutivi diversi in 33 anni, in Italia dovremmo averlo compreso.

Eppure la caduta dell’ultimo della serie – il Governo Draghi – sta causando diverse tribolazioni, oltre che un generalizzato sconforto, in una parte consistente del Paese.

La sensazione, tuttavia, più che essere legata ad un vero e proprio gradimento per l’ultimo Presidente del Consiglio, sembra essere la stessa di quando un malato terminale si rende conto che nemmeno il medico più rinomato è riuscito a fare qualcosa per curare il suo male.

Personalmente, non credo che il fallimento della missione per la quale è stato nominato sia minimamente imputabile a Mario Draghi.

Il problema, del quale dovremmo assumere una certa consapevolezza, è che il Parlamento italiano – ovvero quel “malato” per il quale si sta tentando di trovare cure più o meno risolutive – in realtà è già morto. Ed è questo il motivo per cui non ci sono “medici” che oggi possano trovare soluzioni realistiche.

Eppure, qualcuno potrà obiettare che ci sono ancora dei flebili segnali di vita che fanno pensare il contrario. Questo perché la politica italiana non si è limitata solo a neutralizzare la principale istituzione del Paese.

Nell’immaginario collettivo, gli zombie sono cadaveri riportati ad una forma di vita, totalmente passiva e succube delle volontà del loro rianimatore, che vivono cacciando altri esseri umani con l’obiettivo di potersene cibare.

Analogamente, credo che in questo momento il Parlamento altro non sia che uno zombie che, tenuto in vita dalle dinamiche di ciò che resta dei partiti politici, viva in funzione e nella ricerca continua di un consenso elettorale prettamente fine a sé stesso.

La differenza tra un essere umano è uno zombie, del resto, è che il primo ha un’anima. E l’anima della politica non può che essere l’ideologia.

Fino al 2013, nel Parlamento italiano si contrapponevano due ideologie ben distinte tra loro: da un lato i conservatori e dall’altro i progressisti. Nel mezzo, tutte le altre entità che, a seconda della convenienza del momento, mutuavano qualcosa da entrambe.

Sia ben chiaro, la politica italiana dieci anni fa era già agonizzante: l’eredità politica del dopoguerra, che trovava nell’ideologia un elemento che i partiti non consideravano negoziabile, era già stata messa a dura prova dall’esperienza socialista e dal culto della personalità reintrodotto da Berlusconi.

Tuttavia, stare da una parte o dall’altra significava ancora qualcosa. Votare Forza Italia o PD, per quanto i risultati potessero essere deludenti in entrambi i casi, significava avere una posizione politica ben definita.

Nel 2013, tuttavia, una forza politica che si autoproclamava post-ideologica, ha rotto tutti gli schemi. Ancora di più nel 2018, quando questa forza ha raccolto il consenso del 33% degli elettori.

Il fenomeno del M5S, a posteriori, è stata la bomba che ha fatto deflagrare definitivamente ciò che rimaneva del Parlamento italiano. Sia chiaro, però, non intendo far alcun riferimento alla qualità dei suoi esponenti politici o all’efficacia della sua azione amministrativa. Parlo solo delle conseguenze politico-culturali che questa esperienza ha avuto in Italia.

Nata come forza populista e priva di una chiara connotazione ideologica, nel 2018 il M5S ha ottenuto un consenso popolare enorme. La conseguenza è stata devastante: tutti gli altri partiti esistenti, credendo che quella fosse la strada giusta da percorrere per recuperare il consenso perduto, hanno rinnegato (più o meno pubblicamente) la propria ideologia.

È stato in quel momento che la politica italiana ha perso la sua anima.

Da lì abbiamo visto qualsiasi cosa: un Governo M5S-Lega, un altro M5S-PD e, dulcis in fundo, un Governo M5S-Lega-Forza Italia-PD-LeU. Destra, sinistra e centro, tutti insieme e senza alcuna sensibile divergenza tra loro.

Dal punto di vista politico, la maggioranza che ha sostenuto la Presidenza del Consiglio di Mario Draghi è stata un abominio, abilmente camuffato da finto “senso di responsabilità”. Lo stesso tanto ostentato “senso di responsabilità” venuto meno non appena una parte dello zombie ha annusato altro consenso facile di cui cibarsi.

La realtà è che il Governo Draghi è nato in un momento in cui quasi tutte le forze politiche presenti in Parlamento, libere da qualsiasi vincolo ideologico, hanno concordato di spartirsi equamente le risorse del PNRR. Draghi, semplicemente, rappresentava in quel momento l’arbitro più autorevole che si potesse avere per legittimare uno scempio politico del genere.

Ora, mi è ignoto con quale coraggio i partiti che hanno partecipato a questa pantomima torneranno a chiedere voti agli elettori. Al momento, non esistono sensibili differenze tra i vari partiti che compongono lo zombie, eccezion fatta per Fratelli d’Italia che (sempre in funzione strumentale al consenso) è rimasta fuori dal pastrocchio.

Ma quali programmi caratterizzino questi partiti e quali siano i loro obiettivi, non è dato saperlo. Assisteremo alla solita competizione populista bi o tri-partisan a chi la spara più grossa per racimolare una manciata di voti in più.

Non prendere coscienza del fatto che, da quando partiti hanno rinunciato all’ideologia, il Parlamento si sia ridotto ad una moltitudine informe di individui anonimi (spesso facili prede di altri interessi privati), significa solo prolungare l’agonia di milioni di elettori che, fino a qualche anno fa, erano costretti a scegliere “tra peggio e meno peggio”, mentre oggi non riescono nemmeno a distinguerlo chiaramente.

La contrapposizione tra ideologie differenti e l’alternanza al Governo tra le diverse forze politiche rappresenta la base dell’impianto democratico di un Paese.

Il fatto che, invece, ci si possa aspettare qualsiasi tipo di alleanza tra i diversi partiti politici, anche tra quelli storicamente contrapposti, dovrebbe farci seriamente riconsiderare lo stato di salute della nostra democrazia. Vedere al Governo sempre le stesse facce, non è mai un buon segno.

Anche perché, solitamente, “chi non sta da una parte o dall’altra della barricata, è la barricata”.


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