Una donna che non si dona sta rinunciando alla propria autentica emancipazione

A volte avverto come donna un senso di profonda solitudine: è la prima volta che ne parlo pubblicamente e i lettori di Odysseo mi perdoneranno se questo scritto risulterà un po’ più personale; in realtà il sentirmi accolta da questa grande famiglia mi porta spontaneamente a simili confidenze e condivisioni.

Dicevo: la solitudine. Sì, mi sento profondamente distante da un certo ideale femminile.

Non condivido la frenesia di voler essere a tutti i costi ciò che non si è, ossia uomini, maschi. L’emancipazione è quel processo nel quale le peculiarità di qualcuno o di qualcosa vengono raccolte, ripulite, tirate e lucido e portate allo splendore. Ma ognuno resta ciò che è, pena un livellamento nel quale si perdono le differenze, drammaticamente oserei dire.

La donna deve restare donna, sempre e comunque: il suo corpo, dalla struttura uterina, cava e calda, alla sinuosa gentilezza della forma esteriore (reliquia più che merce da esibire!), suggerisce una vocazione all’introspezione e all’ospitalità che si fanno dono, cura, armonia.  Ciascuna è chiamata a scoprire come declinare queste immense qualità nella propria vita. Ma una donna che non si dona sta rinunciando alla propria autentica emancipazione!

Non discuto la grandezza di conquiste quali il diritto di voto, l’accesso all’università e al lavoro, le pari opportunità, la tutela della maternità. Non metto nemmeno in discussione l’urgenza di lottare lì dove l’imparità dilaga ancora: discriminazioni sul posto di lavoro (a cominciare dagli stipendi), sfruttamento della prostituzione, schiavismo tipico di certe culture orientali (il fenomeno preoccupante delle spose bambine, date in moglie a uomini prima ancora della pubertà, è aberrante).

Parlo piuttosto di un atteggiamento ideologico, in nome del quale si smette di prendersi cura degli altri, a partire dalle piccole cose, per inseguire solo una brama di potere e vuota notorietà.

I luoghi comuni sull’impossibilità di conciliare la realizzazione personale con la vita coniugale e familiare, unitamente al grande mito della libertà come assenza totale di vincoli, hanno contribuito solo a confondere i piani e le idee e ad impoverire tanto la donna quanto l’uomo. La crisi dei padri tipica della nostra epoca è uno dei sintomi di questa confusione patologica, al punto che l’urgenza oggi sembra essere quella di un’emancipazione maschile!

Se ci si distaccasse un attimo dalle logiche cieche di guadagno, il tempo perso per apparecchiare una tavola, cucinare una pietanza ai propri cari, ascoltare un tu in maniera disinteressata (cioè senza dirottare la conversazione sul proprio io), decentrarsi per lasciare spazio agli altri …apparirebbe in tutta la sua potenza di investimento attivo in termini d’amore. E non per fare la solita morale sui “soldi che non fanno la felicità”: il lavoro è essenziale per vivere e per realizzarsi come persone felici; ma c’è un’altra economia da re-imparare, quella del dono, la cui logica è un tantino invertita. Lo stesso dicasi per le nottate in piedi a cullare e curare i propri piccoli, le lacrime segrete, i sacrifici invisibili, nascosti tra le pieghe della roba da stirare. Lo stesso dicasi per le rinunce fatte in nome della maturità e della responsabilità, le quali aiutano a distinguere il tempo della spensieratezza da quello della consapevolezza (che non è seriosità) e si traducono in uno stile di sobrietà (che non è sciatteria) il quale, a partire dal modo di vestire e di parlare, rende giustizia della vera grandezza e dell’autentica libertà.

San Paolo, in un passo sempre criticato ed incompreso della Lettera agli Efesini, chiede alle mogli di stare “sottomesse ai mariti”. Effettivamente è una citazione incomprensibile se slegata dal contesto: egli vuole spiegare la natura del rapporto tra Cristo, il capo, e la sua Chiesa, le membra, e lo fa mediante la metafora sponsale. L’uomo è chiamato a dare la vita, come Cristo sulla croce, e la donna al servizio è la donna che regna, poiché «coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10.42-44).

Non significa (sia chiaro!) considerare la donna in funzione delle mansioni domestiche; vuol dire piuttosto evitare di considerare la casa il luogo della schiavitù. Nella lingua ebraica le parole donna e casa sono legate alla medesima radice, la quale rimanda all’dea del costruire: sarebbe bello che ogni donna costruisse ogni giorno la propria dimora e da essa si lasciasse costruire e de-costruire; sarebbe bello un femminismo nel quale ogni gesto sia gestazione silenziosa di una bellezza sempre nuova per l’umanità intera.

Auspico a tutte, a me compresa, nella fatica quotidiana di essere donna di trovare sempre un motivo e un pretesto per il dono, per la forza della delicatezza.

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FontePhoto credits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

1 COMMENTO

  1. In una società in cui il clamore degli slogan prevalgono su argomentazioni serie e ricche di valori un simile articolo potrebbe perfino scandalizzare ,ma come mamma,donna,moglie, educatrice mi permetto di dire che il tempo degli slogan è finito!!!! VIVA DIO…. condivido in pieno quello che ho letto in nome di una femminilità vera fondata sull’orgoglio di essere donna. BELLISSIMO E PROFONDO ARTICOLO…….BRAVA MICHELA!

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