Domande aperte, in attesa di risposta…

Nell’era degli slogan e delle “10 cose da fare” ho deciso di tornare alla scrittura per pormi domande che contemplano la necessità del tempo da dedicare; di un tempo condiviso per ragionarci, per sentire.

Sentire ha a che fare con i sensi, nell’ascolto delle viscere, delle emozioni.

Lamentiamo spesso la mancanza di tempo, la velocità, la fretta.

Immagino allora il momento in cui si beve una tisana: calda, fumante, strabordante di odori. Si sorseggia con calma e dura a lungo.

Il tempo.

“Abbiamo bisogno di dedicarci del tempo” è scritto nella sala d’attesa del mio studio.

Ho da qualche mese intrapreso un viaggio a tempo indeterminato – l’unica cosa a tempo indeterminato della mia vita – che è iniziato proprio dopo e grazie ad una domanda: ho voglia di diventare mamma?

Questa domanda la inserirei tra i doveri assoluti, perché diventare madre non ha a che fare solo con noi stesse, ha a che fare soprattutto con un ipotetico esserino in arrivo.

Chiedersi “se” ha significato, non dover dare nulla per scontato. Tutto doveva e poteva essere. Credo fortemente nel fatto che i figli non chiedono di essere messi “nel” mondo.

Bussano alla porta.

“chi è?”

“sono tuo figlio”

No, non funziona così.

Se ci pensate, il ruolo di figlio è l’unico che non scegliamo ed è per questa enorme responsabilità, per questa domanda di “abilità della cosa pensata” che ho sentito il dovere di affrontare questa domanda.

Diventare madre ha a che fare con la capacità di investimento, ha a che fare con la solitudine, ha a che fare con la potenza di un amore incondizionato, ha a che fare con il tempo da dedicare, ha a che fare con la capacità di comunicazione e inclusione con il padre se è presente.

Questa domanda evidentemente non ha a che fare con la “competenza”. Credo che sentirsi competente in un ruolo così complesso possa avvicinarsi ad un “delirio di onnipotenza”, non credo ci si possa mai sentire pronte per un evento così, piuttosto ci si sente, o ci si dovrebbe sentire, pronte ad affrontare una domanda che ha a che fare esattamente con la questione opposta: sono disposta ad avvertire un senso di incompetenza semi-costante? e, ancora, sono disposta ad ascoltare profondamente il sentire dell’altro da me? eh sì, perché i figli non sono un prolungamento di noi stesse.

Durante un incontro tenuto con dei genitori su “Amore e Libertà” ho chiesto loro di visualizzare la presenza organica del cordone ombelicale oggi che i loro figli non sono più neonati.

Provate a farlo anche voi.

Scomodo vero?

Per lasciare andare i nostri figli, per metterli “nel” mondo abbiamo il diritto e dovere di sperimentare e conoscere un senso di libertà profonda.

Il ruolo prevede la messa in conto dell’errore.

Essere madre spesso passa da un giudizio spietato allo specchio.

Credo che per questo viaggio non siamo abbastanza supportati. Una donna e un uomo che stanno diventando mamma e papà, che hanno deciso di prendersi cura del loro cucciolo, hanno bisogno di luoghi di crescita individuale e collettiva.

Decidere di diventare madre ha a che fare con il fare spazio. Fare spazio nel corpo, nella quotidianità, in casa, nella coppia, nell’anima.

Conoscere ciò che siamo, risolvere ogni questione aperta per evitare pericolosissime proiezioni. Il bambino ha il dovere di trovare un ambiente pulito. Siamo tutti attenti alla cura della stanzetta che lo accoglierà, vero? Ecco, allora la psiche della madre e del padre per certi versi sono la sua prima stanzetta.

Essere madre contempla una capacità organizzativa per non cedere spazio unidirezionale, ma avere il tempo per sé, che è un diritto per la donna e un dovere verso il bambino.

Essere madre significa essere in grado di fare entrare il padre. Credo molto dipende dal nostro comportamento. Se un uomo vuole essere partecipe, siamo noi che possediamo molte chiavi prima per ciò che avvertiamo poi per il tempo dedicato. Abbiamo il meraviglioso potere di includere e, quindi, il pericoloso potere di escludere.

Essere madre deve essere una scelta.

Non ho mai parlato del “come”

Essere madre e padre poco hanno a che fare con l’essere genitori, generare non coincide sempre con la cura, con il prendersi cura.

Credo inoltre che ci siano davvero molte forme di maternità.

Se una donna che ha un figlio  nei discorsi estromette, grossolanamente e volgarmente, chi non ne ha è bene che si faccia qualche domanda sul senso della propria esistenza. La maternità non ha a che fare con la realizzazione personale, né ci rende a prescindere migliori. Questa è un’esperienza enorme, come lo è ogni esperienza capace di metterci in discussione e “costringerci” alla responsabilità e alla crescita.

Se le esperienze sono questo, allora ben venga ogni momento di evoluzione.

Buone domande a tutti!


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