«La verità è plurale»

(Gesualdo Bufalino)

Oriundi toscani, erano orfani da parecchio e lei aveva vissuto per cinque anni a casa di suo fratello Sabino, in uno splendido edificio storico della parte antica della sua città.

Lo avevano ereditato ed ora ci vivevano insieme.

Quel palazzo faceva a gara per bellezza e valore culturale addirittura con la Basilica di quel luogo florido del centro Italia. È vero, erano da sempre molto più che benestanti, ma di quelli che riescono a non far diventare il loro status una colpa.

Casa loro, che presto sarebbe stata casa solo di Sabino, era frequentatissima dai loro cugini e la loro era la restante parte di una famiglia talmente unita da essere ricordata anche nei loro messaggi con il nome di sabiniani, come se suo fratello fosse il santo di turno a cui la popolazione aveva dedicato l’edificio.

Nessun dramma apocalittico nelle loro vite, erano scampati a tanti scherzi della quotidianità, ma erano particolarmente fortunati: stavano in piedi, egregiamente in piedi.

Certo, lei era perdutamente innamorata di un uomo che era tenerezza, nostalgia, ricordo, poesia, rimpianto, fuoco, delicatezza e potenza tutto insieme. Il loop di questa miscela esplosiva, però, era: “tanto ormai”.

In quattro parole: la rinuncia fatta persona.

Lei però l’amava e lui era da casa di Sabino che passava a prenderla praticamente ogni giorno quando era il momento di fare commissioni, uscire a cena con gli amici, recuperarsi, condurre una vita normalmente normale:

  • Ho finito, arrivo, dove sei?
  • Da Sabino, fischia che scendo.

Oppure

  • Piove a dirotto! Appena arrivata da Sabino, sabiniani a me.

Erano passati anni così, non se ne erano nemmeno accorti.

Lei lasciò casa di suo fratello, la sua porzione di eredità era pronta, aveva potuto andare a viverci. Erano successe tante e tante cose, amava ancora quell’uomo, sebbene tutto fosse molto diverso e loro non più così uniti.

Un giorno lui, che era un artista, ricevette una commissione. Due ricchi ingegneri della città, con un apparente ed ingente patrimonio tanto ostentato da tradire in modo lapalissiano l’attaccamento cronico alle vicende di facciata dell’alta società (non necessariamente salda come assolutamente doveva sembrare), gli chiesero di dipingere un edificio storico, lasciandolo libero di scegliere fra la Basilica e quella casa meravigliosa, protetta un altro po’ pure dal demanio.

Lui scelse, dipinse un capolavoro e il risultato fu di così alta qualità da essere venduto. L’originale finì in casa di chi lo aveva commissionato e le litografie, proprio come per i pittori veri veri, in giro per gli intenditori.

Lei venne a conoscenza dell’accaduto, vide il dipinto solo in foto, trasalì: riconobbe non solo il pennello, ma la casa di suo fratello! Così, dacché non aveva mai chiesto nulla, chiese:

  • Se c’è n’è una in più, la voglio. E la voglio in regalo.

Il messaggio di risposta fu pressoché immediato:

  • Purtroppo non ne abbiamo neppure a sufficienza per le richieste.

Sentì un bollore salirle dalle caviglie alla velocità della luce e trasformarsi in rabbia! Una rabbia che lei era bravissima a controllare, fino a riconoscerne il volto: era dolore. Distillato.

  • E va bene. Non importa.

Seduta in riva al mare, bellissima e quasi distratta, costume rosso fuoco, profumati ricci nero pece, abbronzata, come di consueto abituata ad ignorare tutti gli occhi che le si posavano addosso e di cui lei non considerava nemmeno l’esistenza: era innamorata, non importava da quanto e in quale iperuranio.

Alzò lo sguardo, fissò in viso una delle persone che in quel momento si trovava davanti e, senza nemmeno realmente guardarla, sostanzialmente passandola da parte a parte, ripeté nella sua mente, quasi a non volerlo più dimenticare (come se mai lo avesse fatto):

Non ne abbiamo!

La solita e continua solfa della prima persona plurale. In verità, in verità mi dico che quell’uomo ha trovato in me il modo di soddisfare una sacrosanta esigenza mai soddisfatta altrove: quella di esistere.

Ma l’ammor Ninnè, l’ammor è n’ada cos”. Per sua natura ha bisogno di dare, molto prima che di ricevere. Io esisto da sempre a prescindere da lui ed anche senza di lui. Sono un carro armato. Per questa ragione, poiché lo amo, il mio, solo il mio, è amore.

Ed ecco che l’unica, sonora parola che riuscì a proferire, prima di buttare il telefono in borsa ed il suo corpo in acqua fu: vaffanculo!

L’illuminazione improvvisa dopo anni di non meglio specificato buio: quello che non curi, prima o poi diventa di qualcun altro, dicono.

Disuso, uso, abuso.

In quel caso, però, prima o poi sarebbe stato peggio: allora, solo allora puoi veramente dirti libero, pensò, quando non sei più di nessuno.


FontePhotocredits: pixabay.com
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.