Della serie: l’assassino torna sempre sul luogo del delitto…

Come vi avevo anticipato, ecco la seconda parte del mio percorso attraverso le incongruenze della Divina Commedia, una delle più grandi opere letterarie di tutti i tempi, di cui ho provato giocosamente a mettere in evidenza elementi contradditori di un poema come il fatto che Dante invoca più volte le Muse e anche Apollo (Paradiso I), dopo averli definiti “falsi e bugiardi” tramite Virgilio (Inferno I), visto che questo capolavoro spesso viene elogiato da persone le quali probabilmente hanno letto la Divina Commedia solo superficialmente (semmai l’hanno letta per intero), a volte lasciandosi andare a definizioni quantomeno improprie.

Ho letto di Dante femminista, come afferma “The Oxford Handbook of Dante” ma, seppur dimostrando una certa attenzione e riguardo nei confronti del gentil sesso (dà la parola a diverse donne in tutte e tre le cantiche), non era propriamente un rivoluzionario sul tema. Il Dante personaggio esprime sì pena e compassione per Francesca di Rimini nel celebre canto V, ma il Dante narratore la mette comunque all’Inferno per la sua colpa, e all’interno della Commedia non mancano le invettive contro le donne ree di essere lussuriose, ambiziose e depravate nei costumi, al contrario delle donne di una volta che erano pudiche, modeste, laboriose e si occupavano di ago e filo (Inferno XX, Purgatorio XXIII, Paradiso XV), non propriamente ciò per cui lottano le femministe da almeno due secoli a questa parte. I rimpianti di Dante per i bei tempi andati ci sono comunque molto utili per capire quanto sia convenzionale e superficiale la definizione di “Medioevo” per un periodo di tempo lungo circa mille anni, ma che nella realtà ha visto numerosi cambiamenti politici e di costume.

Tornando alle cosiderazioni su Dante, mi sembra azzardato anche sostenere che fu un eroe globale e moderno attento persino al tema del razzismo, come riportato ancora sullo stesso libro di Oxford, e non solo, in maniera un po’ troppo apologetica; Dante inveisce più volte contro la gente nuova (cioè proveniente da fuori, gli immigrati) e di come questa abbia rovinato Firenze (Inferno XVI ,Paradiso XVI), con una foga da sovranista medievale, e non si mostra molto tollerante con le altre religioni e confessioni (Maometto e suo cugino Alì, gli epicurei, i dolciniani, e gli eretici in generale, sono tutti all’Inferno e visti con un certo disprezzo, con le eccezioni dei filosofi musulmani Avicenna e Averroè che sono nel Limbo).

Infine, Dante non è neanche tanto compassionevole; è vero che più volte scoppia in lacrime alla vista dei dannati e arriva addirittura a svenire (Inferno III, V, XVI tra gli altri), ma in seguito al rimprovero di Virgilio (“Chi è più scellerato di colui che al giudicio divin passion comporta?” Inferno XX), comincia a dimostrare indifferenza e disprezzo verso di loro, fino a ingannarli anche in maniera che si può definire spietata, per esempio quando mente a Guido da Montefeltro (XXVII) fingendo di essere morto, perché il Montefeltro non avrebbe mai parlato dei suoi vergognosi peccati a un vivente che avrebbe potuto riportare questi fatti nel mondo terreno, o quando inganna Frate Alberigo nel canto XXXIII, promettendogli di aiutarlo ad aprire gli occhi pulendoglieli dal ghiaccio in cambio della sua storia, ma alla fine “non gliel’aperse”. Se si pensa che il viaggio di Dante sia soprattutto un percorso di crescita e di purificazione spirituale, possiamo affermare che con tutta probabilità, secondo Dante la pietà per i dannati era una debolezza da uomo di poca fede, mentre il vero credente non doveva compatire le anime maledette, perché tutto ciò che accade nell’ Oltretomba avviene per volontà di Dio.

A proposito di Frate Alberigo, lui si trova all’Inferno anche se è ancora vivo, perché il suo peccato fu talmente grave che fu scaraventato direttamente all’Inferno dopo averlo commesso, con un demonio ad occupare il suo corpo ancora vivente, un’altra “invenzione” dantesca non riscontrabile nei testi sacri e nella patristica, ma molto intrigante dal punto di vista narrativo. Lo stesso si potrebbe dire dell’episodio del canto XXVII, in cui San Francesco e un demonio si contendono (con la vittoria di quest’ultimo) l’anima del già citato Guido da Montefeltro, mentre con il figlio Bonconte sarà un angelo ad avere la meglio sul diavolo (Purgatorio V), altro espediente narrativo di sicuro impatto, ma che non ha riscontri teologici, ed è in chiara contraddizione con il principio del “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”, perché dovrebbe essere Dio a decidere il destino di un’anima, non la diatriba tra un santo e un demonio, altrimenti ce ne sarebbero di cose da “dimandare”.

Riassumendo, la Divina Commedia non è esente da imprecisioni e incongruenze, e Dante non era che un uomo del suo tempo, conservatore e profondamente cattolico, seppur ostile al clero corrotto e decadente dei suoi tempi e contrario al potere temporale della Chiesa, un uomo con una sua integrità morale, ma che commise anche errori politici (la Divina Commedia la scrisse in esilio), e direi anche piuttosto vanitoso, visto che per bocca di Brunetto Latini si descrive come uomo di caratura morale superiore ai suoi cittadini contemporanei, risponde brillantemente alle domande Di San Pietro, San Giacomo e San Giovanni, superando gli esami di Fede, Speranza e Carità (Paradiso XXIV, XXV, XXVI) , si attribuisce origini nobili tramite il trisnonno Cacciaguida (Paradiso XVI), ma evita di parlare del padre e del nonno, probabilmente se ne vergogna in quanto commercianti e usurai, ma così compie l’ennesimo atto d’ingratitudine, visto che è grazie ai soldi ereditati da loro che ha potuto dedicarsi agli studi, alla politica e alle sue opere senza mai lavorare un giorno. Probabilmente è anche uno dei due giusti ma non intesi di cui parla Ciacco (Inferno VI).

Inoltre, Dante usa la sua opera anche per denigrare i suoi nemici mettendoli all’Inferno, Bonifacio VIII (in premonizione nel canto XIX, e sarà persino l’oggetto di un’invettiva di San Pietro nel canto XXVII del Paradiso) e Filippo Argenti (VIII) su tutti, e le invettive contro alcune città, soprattutto quelle della sua Toscana, e all’Italia intera (Inferno XXV, XXVI, Purgatorio VI), sembrano un modo per scaricare la sua frustrazione per lo stato in cui il poeta si trovava negli anni della stesura dell’opera.

Tutto ciò però, naturalmente non sminuisce in nessun modo il talento straordinario di un poeta capace di creare opere dal valore letterario straordinario e riconosciuto in tutto il mondo e in tutte le epoche successive alla sua. Anche solo per i suoi meriti in letteratura e per la stesura di un capolavoro di poesia, simbologia e narrativa come la Commedia, se davvero esistesse il Paradiso (non mi è dato saperlo), il nostro Durante molto probabilmente si troverebbe lì, al cospetto di Dio, il Cui amore è eterno e onnipotente, anche se sappiamo che non move il Sole e l’ altre stelle.


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