Riusciamo a capire quale sia il giorno più bello della nostra vita solo quando è già finito.

Di Caprio ovvero: accorgersi di aver vissuto uno dei momenti più belli della propria esistenza solo quando quel momento, quell’emozione, e la relativa sana punta d’orgoglio, non sono volati via, sfumati, svaniti nei ricordi di una data, il 29 febbraio, che non puoi ritrovare sul calendario, se non una volta ogni 4 anni.

Eppure, quella prima volta l’hai attesa così a lungo che ti sembra di averla già vissuta nella tua mente e sempre in maniera differente, un film a cui hai dato una trama, una sceneggiatura con un finale continuamente a sorpresa. Persino l’uomo più umile al mondo avrebbe difficoltà a restare ben saldo coi piedi per terra, perché quel premio ti fa volare alto, su longitudini spropositate, distanze incolmabili che, poi, ti accorgi essere lunghe solo 35 cm, un attestato di stima che, in fondo, vale poco più di trecento dollari, di quelli che puoi scovare nella dispensa di una nonna o, chissà, di un vecchio zio.

Nel 1927, Margaret Herrick dirigeva l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, un’organizzazione professionale onoraria fondata per sostenere lo sviluppo dell’industria cinematografica statunitense. Quando Margaret incaricò i suoi collaboratori di istituire un premio per chi si fosse distinto in quel settore, non poteva mai immaginare di ritrovarsi sulla scrivania del suo ufficio una statuetta che le facesse esclamare con sbalordito stupore: «Assomiglia proprio a mio zio Oscar!»

Novant’anni dopo, un’altra meraviglia ha solcato i lisci lineamenti di un giovane sognatore. Non abbiamo prove che egli discenda direttamente da zio Oscar, eppure siamo certi che, durante il suo discorso, Leonardo Di Caprio abbia ringraziato inconsciamente un antenato a cui sentiva di appartenere, il familiare con cui confidarsi, come un nipote che necessita di consigli e pacche sulle spalle.

Il redivivo Di Caprio o, se volete, il recidivo Di Caprio. Già, perché il buon Leo ne ha fatta di strada e di acqua sotto i ponti (banale il riferimento all’affondamento del Titanic) ne è passata, eccome. Il suo trionfo ai Golden Globes 2016, come Miglior attore in un film drammatico, è stato, naturalmente, il preludio al premio più ambito, il Sacro Graal, il Premio Oscar. Un trofeo meritocratico o, forse, malignando, un riconoscimento alla carriera per chi, in fondo, è sempre stato affetto dalla sindrome di Peter Pan. Una condanna, l’ennesima colpa di un giovane esordiente che deve tutto al classico kolossal che ha sbancato i botteghini.

Probabilmente Di Caprio è questo, una macchina da soldi, un attore da blockbuster, il Grande Gatsby dello schermo più commerciale. La sceneggiatura non originale di The Revenant di certo non lo agevola, lui, solo nella foresta, trasposizione apocalittica del regista Inarritu che, dal profondo spazio di Gravity, sveste il suo protagonista della tuta da astronauta, per mettergli addosso le ambiziose ali di Birdman e la quasi anacronistica villosità di un saggio. Ma gli occhi non mentono, così il bel Leonardo lascia trasparire un canovaccio di inutile ingenuità, una sospirata delicatezza fuori controllo, l’azzurro del suo sguardo è incapace alla sanguinaria vendetta.

Eppure, il ruolo che a nostro modesto parere l’ha consacrato è proprio quello del cruento Mr. Candie di Tarantino, uomo avido e senza scrupoli. Per quella sequenza Leo si ruppe davvero una mano, mentre con l’altra faceva cenno a Quentin di continuare a girare. Ecco, finalmente l’interprete che trascende il metodo, la ‘’maschera di ferro’’ che lascia spazio all’anima cinematografica. Destinato ad entrare di diritto nell’iconografia hollywoodiana, Di Caprio sembra creato ad arte, plasmato dalle case di produzione, costretto alla vittoria. È stato, indubbiamente, il vuoto sulla bacheca di casa a fargli accettare la parte di Hugh Glass. La storia racconta di cacciatore vissuto tra il XVIII e il XIX secolo, il quale, nel 1823, riuscì a sopravvivere tutto solo tra le montagne da cui scorga il Missouri, tra le quali era stato abbandonato da compagni di caccia. Un uomo contro tutto e tutti: le fiere, il freddo, la neve, gli indiani, la fame, le sue stesse ferite della carne e dell’anima. Un uomo costretto a vincere per sopravvivere: Di Caprio o Glass o tutti due. Fate un po’ voi…


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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.