Il generale Enrico Cialdini uccise centinaia di meridionali, eppure molte città del Sud hanno vie a lui dedicate. Sarebbe forse il caso di dedicarle a qualcun altro. Ad esempio Dario Fo.

È opinione comune, nonché quella di molti storici, che l’Unità d’Italia, per il Mezzogiorno, ebbe le sembianze di una vera e propria azione di colonizzazione. È noto che dopo il suo avvento le condizioni di vita della povera gente peggiorano, e molti prendono la via dell’emigrazione.

Ai protagonisti del Risorgimento, invece, vengono subito dedicate piazze, palazzi, strade. Le targhe di corso Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele, sono presenti anche nel più sperduto paese. Non viene dimenticato persino Enrico Cialdini, che reprime i briganti nell’Italia del Sud con una spietatezza inusitata.

Ma chi sono veramente i briganti? Compiuta la parziale Unità d’Italia, viene imposta la leva obbligatoria a 75 mila giovani, molti dei quali indispensabili per il sostentamento della propria famiglia. Solo 22 mila, allora, rispondono all’appello, gli altri si danno alla macchia, diventando “briganti.” Non pochi sono soldati regolari dell’esercito borbonico che non vogliono tradire la propria patria, il proprio sovrano.

Gente umile, povera ed illetterata, che intuisce tutto. “Ai vecchi padroni si aggiungono altri sfruttatori ed altre soperchierie”, bisbiglia a se stessa. Arriva presto, infatti, la tassa sul “macinato” due lire a quintale per il grano, che grava pesantemente sulla magra esistenza. Le misere famiglie devono stringere ulteriormente la cinghia della miseria.

Esiste un problema, sociale, non di ordine pubblico. La miope e classista politica, che mira unicamente all’equilibrio del bilancio, a spese delle classi sociali più deboli, si rifiuta di finanziare opere pubbliche, ma scialacqua in spese militari, agevolazioni ai referenti sociali, ed autorizza il via alla repressione, nominando responsabile con pieni poteri il generale Enrico Cialdini.

Comincia un rastrellamento a tappeto, il macellaio Cialdini, ricorrendo a considerevoli forze regolari ma anche a volontari, assoldati tra cacciatori e pastori che conoscono anfratti, boschi e zone impervie.

Tutti i prigionieri, internati nel famigerato forte di Fenestrelle, nel Piemonte, subiscono condanne ai lavori forzati, alla tortura, alla fucilazione. I loro corpi, sciolti nella calce o offerti come materia di studio a Cesare Lombroso. Per il quale, il brigantaggio è… un problema di strutture anatomiche, di atavismo criminale. “Al Sud vive una razza maledetta che si può affrontare solo con i tribunali militari e la legge “Pica, dichiara, senza fare una piega, l’ignobile scienziato, al quale è dedicato a Torino il “Museo di antropologia criminale”, unico al mondo per il suo genere. Tutt’ora visitabile, purtroppo!

Vengono arrestati non solo i cosiddetti briganti, ma anche più lontani congiunti. Madri, sorelle, figlie, cugine subiscono l’onta dello stupro, alla presenza di padri, fratelli, figli piccoli. Si fa razzia di oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti nelle abitazioni e nelle chiese.

Cialdini è responsabile del massacro di Pontelandolfo e Casalduni, piccoli centri del beneventano, saccheggiati, dati alle fiamme, rasi al suolo. Chi non muore fucilato, viene arso vivo all’interno delle abitazioni. “Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, è legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri. Costoro ne denudano la figlia Concettina di sedici anni e la violentano a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, sviene per la vergogna e per il dolore. Il soldato piemontese che la sta violentando, indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alza e la uccide. Nella casa accanto, un certo Santopietro con il figlio in braccio mentre scappa, è bloccato dalle canaglie savoiarde, che gli strappano il bambino dalle mani e lo uccidono.”

Tutti nel Sud abbiamo avuto i nostri morti. Le nostre donne violentate. Ad essere internato nel forte di Fenestrelle sono anche dei barlettani, anche un soldato borbonico, un giovane ventiduenne, Ruggero Spadaro che vi perde la vita. Lui, come tutti gli altri, incorre nelle sanzioni previste dalla legge “Pica” che sospende la garanzia dei diritti costituzionali, riconosciuti dallo Statuto Albertino.

Negli anni successivi all’Unità d’Italia, giornalisti italiani e stranieri, persino i parlamentari non possono circolare liberamente nei territori dove viene praticata la crudele repressione. A loro vengono fornite veline dalle autorità militari.

In attesa che la storia venga riscritta, lumeggiando le sofferenze, la creatività, la generosità e la laboriosità delle persone semplici del Sud, ecco allora la mia proposta: provvedano, i signori sindaci della nostra provincia, a rimuovere dalla toponomastica delle nostre città il nome dell’efferato Enrico Cialdini, sostituendolo con quello di Dario Fo da poco scomparso.

Drammaturgo, scenografo, pittore, attore, regista teatrale, premio Nobel per la letteratura. Uomo a tutto tondo, dalle mille sfaccettature.

Militante a briglie sciolte. Per primo parla di morti sul lavoro, di mafia, quando se ne nega l’esistenza. Attivista di numerose battaglie civili e politiche condotte in prima linea. Sulle trincee con macroscopici “no” al nucleare, all’uranio impoverito, alle trivelle, al surriscaldamento globale, alla riforma della Costituzione.

Scherza su tutto, anche sulle idee di Dio delle religioni canoniche. Un ateo, affascinato dal mistero del sacro, che smaschera chi strumentalizza la religiosità dei popoli per fini personali.

Sommo giullare, ma non di corte. Dileggia i potenti ed i prevaricatori. Restituendo dignità agli oppressi. Aiutando materialmente, con risorse personali, i derelitti, gli abbandonati, i dimenticati. Di ogni contrada.

Signori Sindaci, provvedete, dunque, a cancellare dalla toponomastica cittadina l’ignominia rappresentata dal nome di “Enrico Cialdini”, sostituendolo con quello del grande “Dario Fo”.

E’ auspicabile che si assuma l’iniziativa in molte città, così da rendere giustizia alle vittime e ridarebbe dignità ai paesi, vergognosamente macchiati dal nome di un infame violentatore di un popolo inerme.


Fontewikimedia.org
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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani.Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola.Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola.Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle.Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.