A proposito della Rome Call for AI Ethics

In un mondo sempre più dominato dalle logiche di quello che si potrebbe chiamare, ormai senza nessuna reticenza, reale tecnologico con le inevitabili contraddizioni tipiche di ogni reale, era inevitabile prima o dopo arrivare da più parti a porsi il problema, insieme epistemologico ed etico, dello spessore concettuale che lo caratterizza e del suo modo di incidere sulla vita delle persone. In meno di cinquant’anni gli sviluppi delle conoscenze prodotte  nelle scienze bio-mediche e  nelle scienze neuro-computazionali hanno obbligato il mondo della ricerca e l’intera comunità umana ad affrontare questioni di natura etica per le diverse  implicazioni da esse derivanti; è venuta così a svilupparsi in primis quel vasto campo della bioetica che ci ha dato gli strumenti per prendere sempre più coscienza di problemi di natura decisionale relativi alla vita individuale e a quelle che prima Michel Serres ha chiamato ‘totalità viventi’ e poi Tim Morton  ‘iperoggetti’ non locali come la terra, il clima, l’ambiente, il riscaldamento globale  il cui destino dipende e dipenderà sempre di più dalle umane azioni locali.

Già negli anni ’70, il biologo Jacques Testart, uno dei padri della riproduzione artificiale,  usava la metafora della torta per indicare come bisognava procedere nelle scienze della vita:  agli ingredienti usuali per farla lievitare occorre aggiungere la dimensione etica come una parte costitutiva di essa e non limitarsi più, come facevano solo alcuni degli  scienziati dell’epoca, a spruzzarla un pò sulla superficie dopo che avevano contribuito a farla; ora questa esigenza, diventata primaria nelle successive ricerche bio-mediche anche se non sempre viene tenuta nel debito conto, costituisce uno dei punti nodali di alcuni documenti elaborati recentemente da diverse istituzioni e aziende private, come la Commissione Europea e la Pontificia Accademia della Vita che in particolar modo ha collaborato con Ibm e Microsoft nello stendere un programma in comune sulle direttive di natura etica che devono guidare la stessa progettazione delle ricerche sull’intelligenza artificiale (IA) per le loro ripercussioni in vari ambiti, da quello più propriamente scientifico-tecnologico a quello educativo non ritenuto secondario.

Innanzitutto è da sottolineare, come alcuni giornali hanno evidenziato proprio in questi ultimi giorni, che questo è un fatto inedito, cioè la collaborazione di una istituzione religiosa come la Chiesa Cattolica con esponenti del mondo tecnologico più impegnato in tale ambito, nel promuovere una Carta etica (Rome Call for AI Ethics) con alcuni punti in comune da tenere presente nel proseguire le future ricerche; da un lato tutto questo è espressione di una maggiore coscienza etica a livello più globale per  l’incidenza sugli stessi processi socio-economici e  nello stesso tempo indica il punto di non ritorno a cui sta conducendo una certa ricerca sull’IA con ripercussioni sulla vita individuale e collettiva, argomento al centro dell’attenzione di diversi gruppi  di ricerca internazionali e  nel 2019 oggetto di diversi convegni in Vaticano come quello sulla robotica su espressa volontà dello stesso Papa Francesco; in tale occasione questo pontefice  fra l’altro  ha invitato a non demonizzare i risultati ottenuti dalle ricerche sull’IA, ma di considerarle “un dono di Dio” in analogia con quanto affermò negli anni ’80 Giovanni Paolo II a proposito di Galilei, definito  tale per aver dato dei contributi decisivi nel liberare definitivamente l’interpretazione delle verità di fede  dalla “dittatura del letteralismo biblico”,  ancora  presente in certi ambienti.

Ma i loro sempre più complessi e inediti sviluppi impongono una maggiore chiarificazione, insieme epistemologica ed etica, per capire e definire meglio quei processi che portano all’integrazione fra esseri umani e le macchine dotate di enorme potenza di calcolo; tali processi, come è ormai noto, aumentano le nostre capacità di decidere ma di decidere insieme alle macchine in base ai dati che esse sono state in grado di assemblare negli algoritmi, definiti da alcuni i ‘nuovi attori sociali’ nel senso che sono in grado di orientare e regolare le scelte. Quindi se le decisioni sono e saranno il frutto  della ormai costante relazione fra l’uomo e la macchina e per evitare il pericolo maggiore, quello di credere che il reale è un prodotto delle ’credenze’ a cui conducono i dati per quell’alone di maggiore oggettività che sembrano offrire, necessitano di punti di riferimento di natura etica da costruire e ridefinire, in una ottica comune con la collaborazione di tutti gli attori in campo, a partire dai principi di responsabilità e di uguaglianza.

Per questo è stato  lo stesso Papa Francesco a promuovere l’algoretica, anche sulla scia di studi condotti  da Paolo Benanti che ha coniato tale termine e da altre personalità del mondo scientifico e tecnologico, come nuova disciplina di frontiera dove l’obiettivo  ritenuto strategico è quello di coniugare concretamente, per utilizzare una idea di Simone Weil degli anni ’30 e poi ripresa da Michel Serres, il verbo ‘potere’ col verbo ‘dovere’; come è stata la bioetica,  essa è frutto dell’incrocio di diversi campi interconnessi fra di loro per far fronte con strumenti più adeguati all’odierna e permanente rivoluzione tecnologica  che viene a incidere profondamente sulla vita delle persone e soprattutto sulla nostra comprensione del reale e  sul  nostro modo di essere e di pensare.

L’algoretica per gli stessi promotori rappresenta una vera e propria ‘sfida’ come ‘un ponte in grado di far sì che i principi [etici] si inscrivano nelle tecnologie digitali attraverso un dialogo interdisciplinare’, dove ‘l’etica incontra l’algoritmo’ per evitare da un lato quella che con Marx si può chiamare l’alienazione tecnologica e l’asservimento a certi esiti del reale tecnologico  e dall’altro per promuovere un maggior senso di responsabilità da parte dei progettatori e degli stessi utenti; questi ultimi poi  si devono educare a  tenere sempre presente come senso epistemico acquisito il fatto, spesso sottovalutato, che i risultati raggiunti dall’IA, come da ogni altro reale tecnologico prodotto dall’uomo, non sono neutrali come ha ribadito lo stesso Papa Francesco in quanto nelle loro pieghe nascoste si nascondono punti di vista portatori di certi interessi. Se tale nuova sfida a livello più tecnico, come dice Benanti, è quella di far diventare ‘il bene, che è un valore, un valore numerico che la macchina può computare’, ancora maggiore è la  sfida antropologica nel senso di prospettare un percorso dove ‘il bene possa essere realizzato da questi nuovi attori sociali che sono gli algoritmi’.

La Rome Call IA Ethics con le suddivisioni in quattro parti (introduzione, etica, educazione, diritti), che si apprestano a firmare in Vaticano esponenti di Ibm e Microsoft insieme ad altri soggetti, per il  momento rappresenta un buon punto di partenza che non era scontato e che non va sottovalutato; solo in un prossimo futuro si sarà più in grado di valutare se il binomio etica-algoritmo abbia messo in campo  un approccio qualitativamente diverso con una certa consistenza.

TRA LA RUGOSITÀ DEL REALE:

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