IL PASTORELLO DIVENUTO IMMORTALE

Quattro anni per seguire un sogno.

Quattro anni di attesa che gli atleti spendono per prepararsi al meglio all’appuntamento con la storia e per rinnovare le imprese che furono dei grandi del passato glorioso di Olimpia e poi delle trentadue edizioni precedenti delle Olimpiadi moderne.

Quattro anni e più che la città ospitante vive in trepidante attesa, con la volontà di stupire e di lasciare il segno.

L’orologio del conto alla rovescia per Parigi 2024 corre ora più veloce, visto che manca solo un anno alla cerimonia di apertura  che vuole mettere in risalto la famigerata Grandeur Française, ma che dovrà fare i conti con le tensioni sociali, mai sopite nel Paese, e con alcuni problemi di bilancio e di corruzione, che sono ormai una costante che precede questi eventi mondiali. Per fortuna sappiamo già che, quando la torcia accenderà il fuoco sacro di Olimpia, le polemiche e le paure lasceranno spazio alle prestazioni delle donne e degli uomini che lotteranno per vincere quella medaglia, sia essa d’oro, d’argento o di bronzo, che rende immortali tra gli sportivi.

Sarà l’edizione numero trentatré, per la terza volta a Parigi (dopo le edizioni del 1900 e del 1924). Difficile pensare quanta fatica abbia dovuto fare de Coubertin per renderla quella festa dello sport che oggi ben conosciamo, il più importante evento sportivo del pianeta.

L’idea di rivivere in chiave moderna i Giochi di Olimpia, che erano stati vietati dall’imperatore cristiano Teodosio nel 392 d.C. dopo la bellezza di 292 edizioni, fu di Pierre de Coubertin. Un’idea al limite della razionale fattibilità di fronte al crescente nazionalismo. Nel 1894 nacque a Losanna il CIO che assegnò l’organizzazione della prima Olimpiade ad Atene, come naturale continuità con Olimpia, un credito con la storia che ne aveva troncato il suo secolare progredire.

I Giochi iniziarono il 6 aprile 1896 con quella formula pronunciata dal re di Grecia e che sarà perpetuata per sempre: “proclamo aperti i Giochi della prima Olimpiade dell’era moderna”.

Tredici furono le nazioni che vi presero parte, per un totale di 285, più della metà greci. La delegazione italiana non fu presente, se non per alcune comparse, per così dire, a titolo personale.

La prima medaglia d’argento, perché quella d’oro fu introdotta solo nelle edizioni successive, fu vinta da uno studente di Harvard nel salto triplo con 13,71 metri. Si chiamava James Connolly.

Ankunft des griechischen Prinzen Paul auf dem Flughafen Tempelhof.
Der Olympiasieger im Marathonlauf von 1896, Spiridon Louis, mit griechischen Olympiakämpfern in Erwartung des Prinzen Paul.
1936

Atene 1896 si associa inevitabilmente alla figura di Spiridon “Spyros” Louis, un mandriano di Marousi, dedito alla penitenza e alla preghiera, che lo facevano rassomigliare a uno di quei santi dell’alto medioevo, che dalle nostre parti sono noti per essere definiti pazzi di Cristo. Il percorso fu lo stesso compiuto da Filippide, o Fidippide per alcuni, per portare il messaggio della vittoria di Maratona sui Persiani. Tra leggenda e realtà Louis si rese protagonista dell’impresa che lo vide raggiungere e superare i battistrada Lermusiaux e Flack, dopo un lungo inseguimento. Un colpo di cannone lo annunciò all’arrivo come primo con un cospicuo vantaggio. L’antico stadio di Panathinaiko iniziò a mormorare, la principessa si intimorì non poco al pensiero di dover dar seguito alla promessa di concedere la sua mano al vincitore, per di più povero pastore. Spiridon Louis arrivò con il tempo ufficiale, con un elevato livello di incertezza, di 2 ore 58 minuti e 50 secondi. Louis divenne una star internazionale e a Berlino venne invitato per l’Olimpiade del Reich drl 1936, pochi anni prima della sua morte. Non poteva non essere un greco a onorare la leggenda di Filippide, che dal 1896 si rinnova in colui che giunge prima dopo i 42 chilometri e scarsi 200 metri.

L’edizione greca rappresentò certamente un punto a favore di de Coubertin che negli anni successivi dovette lottare per tener viva la grande macchina dell’Olimpiade, che già aveva consegnato ai posteri la gloria dei suoi primi vincitori. È certo che il rischio che la manifestazione perdesse il suo significato e addirittura cadesse nell’oblio, cosa che si presentò già da Parigi 1900, allorquando i Giochi furono inseriti nell’ambito dell’Esposizione Universale, fu una minaccia a cui il Barone dovette pensare in maniera drammatica.  Per nostra fortuna la storia ha seguito un altro percorso, quello che ogni quattro anni ci fa rivivere la bellezza e i valori dello sport olimpico, grazie alla forza di volontà e di visione di de Coubertin.


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