Rra cosa, come e perché

Il perché del nome con cui indichiamo convenzionalmente e linguisticamente le cose muta col mutar della nostra forma esistenziale; la sostanza, chissà, magari è la stessa: sicuramente non son gli stessi i contenuti sostanziali che ci attribuiamo appercettivamente. Questo discorso vale anche per i romanzi, per i racconti epistolari, per le poesie.

Nel 2005 scrissi il mio racconto epistolare “Stretti nella solita camicia (di forza!)”, edito poi nel 2010 in appendice al mio romanzo “Culla sull’oblio”. Il titolo di questo mio romanzo ha destato grande curiosità tra i miei amici e conoscenti. Si sono chiesti il fatidico “come mai”; qualcuno nel chiederselo ha anche ricevuto in “dono” dalla vita un qualcosa che gli è capitato in sintonia con ciò che accade nel romanzo. Qualcuno si è ritrovato in qualche personaggio. Molti si sono scrutati dentro e hanno trovato il loro personale “perché” del titolo: Culla sull’oblio.

È un romanzo breve, lo scrissi nel 2009: lo iniziai in Puglia, d’estate; lo finii in autunno, a Roma.

In una presentazione che feci di esso a Roma nel 2012, nella storica Libreria La Rinascita, risposi alla domanda della conduttrice della serata dicendo le seguenti parole.

“Il titolo, ‘Culla sull’oblio’, ha due significati, due perché. Il primo è di natura testuale. Premetto che l’ideazione del titolo non precede la composizione del romanzo. Nel bel mezzo della scrittura di esso, in particolare dopo aver scritto il capitolo cinque intitolato “Esistenze smarrite”, mi sono accorto che nella foga di scrivere avevo utilizzato un’espressione che sarebbe andata bene anche come titolo. Vi leggo il passo finale del capitolo dove compare l’espressione ‘culla sull’oblio’: «Carlos, sembrava così essere un panno aggrappato instabilmente ad un filo che ha da un lato un palo che sostiene quel filo, e dall’altro il vuoto totale, come se quel filo potesse essere radicato stabilmente nel vento, nell’incertezza delle correnti, del caso. Bisognava passare l’oltrelimite. Ma il mondo degli uomini è finito, e giocare sulla vita dei figli, immergendola nella chimera della facile indole propizia del destino, può essere una culla sull’oblio».

Questo passo che si riferisce al contesto di questo punto della storia, del romanzo, si collega con uno dei passi finali dell’opera: «Ma una culla deve pur continuare a ricevere amore. L’amore! Senza lasciare che cresca orfana e dispersa in un’età in cui il vivere è solo un quesito piacevole. La vita accetta tutto. Accetta persino di sniffare sulle ceneri ballerine della morte. Non accetta però, il moto d’una culla d’esser messo da parte. D’esser lasciato al sorriso fatale dell’onda dell’oblio».

Dunque, in questo primo significato, ‘culla’ è sinonimo di ‘infante, bambino’, e la parola ‘oblio’ ha qui una connotazione alquanto negativa, poiché ci si riferisce all’infanzia lasciata nella noncuranza, alla fanciullezza precaria per il proprio avvenire.

In particolare, nel passo del capitolo cinque ci si riferisce a Carlos-Marcos, un bambino che avrà un ruolo-chiave nella vita del protagonista, Vanni, poiché questo bambino rappresenta per Vanni quasi un bacio dal destino, che darà al giovane praticante legale l’opportunità di stravolgere la sua esistenza e scoprire varie cose di sé e del mondo, in un periodo in cui egli pur non essendo operativo nel lavoro e nello studio non perderà comunque il suo tempo vanamente, anzi finirà proprio col valorizzarlo.

Nella seconda accezione, invece, il titolo ‘Culla sull’oblio’ si riferisce all’intera trama del romanzo e il termine ‘oblio’ può essere proiettato in luce positiva. ‘Culla sull’oblio’ sta a indicare il raggiungimento di una quiete nella vita del protagonista, la cui vita è come se venisse infine cullata verso la pace dell’abisso, che sembra far dileguare nel suo baratro le ossessioni, gli stridori interiori e le disperate, irrequiete ricerche del giovane. Questa pace, questo sciogliersi di grovigli psicologici ed esistenziali si ha attraverso il sentimento e grazie al sentimento dell’amore verticale genitoriale. Vanni, nella sua vita, privato del padre perché morto in missione militare, riesce a colmare i propri vuoti e a trovare realisticamente quasi il proprio posto nel mondo nella figura di padre, con tutte le responsabilità che l’esser padre comporta. E al termine si nota proprio come il protagonista sia impaziente di voler dare amore”.

L’11 agosto 2017 in un’altra presentazione che organizzai a Brindisi in un locale di movida e battaglie per le libertà civili, risposi alla domanda sul sensi del mio libro in un altro modo. Le differenze le troveranno i lettori di questo pezzo, sempre se avranno il tempo e la voglia di arrivare fino al termine di ciò che sto scrivendo. Ne sarei lusingato.

Organizzai la serata brindisina perché mi sembrava male rifiutare le varie proposte ricevute, e perché in riferimento a quel mio libro volevo festeggiare. Che cosa? Il fatto di avercela fatta a sentirmi in perenne e costante effervescenza realizzativa autodeterminazionista, nella vita. Convinto che la vita sia un mix tra autodeterminazione e immersione autocanalizzante nel c.d. destino – a cui non ho mai saputo se credere, di solito non ci ho mai creduto – circa il senso del titolo “Culla sull’oblio” risposi così, così come segue.

“Il titolo ‘Culla sull’oblio’ può sembrare molto eclettico o molto poetico. Sostanzialmente il titolo ha due significati. Uno è un invito a tutti, a tutti noi, non solo al lettore ma anche a chi l’ha scritto (io), a lasciar dondolare, a lasciar cullare quelle tensioni dialettiche che proviamo quando mettiamo in discussione il nostro ego, il nostro essere nella società o anche di fronte a noi stessi; quindi a lasciar cullare queste tensioni non NELL’oblio ma SULL’oblio, in una specie di limbo in cui non deve essere dimenticato ciò che ci ha dato tensione, in quanto fa parte di noi. Mi piace questa dimensione a metà, tra l’oblio e l’ossessione del ricordo. L’altro significato invece attiene alla storia. ‘Culla’ è sinonimo di infanzia, in particolare di due bambini, uno è Carlos-Marcos, di origine rom, l’altro è Paolo: due bambini che avranno insomma delle disattenzioni dovute all’ossessione per la ricerca del proprio posto nel mondo da parte dei genitori. Il titolo è quindi una sorta di fotografia in breve dei due infanti che vengono appunto posti su quest’oblio”.

Un passo – uno dei vari – a me cari di “Culla sull’oblio” è il seguente:

“«[…] Si vive semplicemente su una terra che non ci è dato conoscere nelle sue intrise finalità, forse esistenti forse proprio spesso inesistenti a se stessi, in fin dei conti. Si finisce con la follia pizzicata dalle corde degli effluvi mentali. Si finisce, però, appunto. Nascono, o magari, soltanto crescono sviluppandosi, persone e persone. Persone che si lasciano andare a osservare, adeguate alla favola muta del tempo, i cumuli di terra da cui traiamo sostentamento coi frutti; e, persone, persone che digrignano il palato del loro intelletto sensibile dinanzi all’innumerevole scandire confuso e multiforme, del volto indecifrabile del destino, erto tra cumuli di terra che offre la manna ai suoi figli, e cumuli di terra con cui i superstiti figli coprono la faccia imbiancata ed essiccata dei loro vissuti fratelli. C’è chi si arresta al rimirare, e chi si perde negli abissi della propria psiche maledetta. Chi fa l’amore con gli altri e con sé. Chi lo fa anche con il cielo.

Ma una culla deve pur continuare a ricevere amore. L’amore! Senza lasciare che cresca orfana e dispersa in un’età in cui il vivere è solo un quesito piacevole. La vita accetta tutto. Accetta persino di sniffare sulle ceneri ballerine della morte. Non accetta però, il moto d’una culla d’esser messo da parte. D’esser lasciato al sorriso fatale dell’onda dell’oblio. […]»”.

Passioni, ossessioni vecchie e nuove, brividi e raziocini selvaggi: il tutto ditemi voi cos’è. Forse tutto questo in un perenne “hic et nunc” dinamico della nostra proiezione appercettiva sulle cose. O semplicemente, culla sull’oblio, e ciao.


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Luigi Trisolino, nato l’11 ottobre 1989 in Puglia, è giurista e giornalista, saggista e poeta, vive a Roma dove lavora a tempo indeterminato come specialista legale della Presidenza del Consiglio dei ministri, all’interno del Dipartimento per le riforme istituzionali. È avvocato, dottore di ricerca in “Discipline giuridiche storico-filosofiche, sovranazionali, internazionali e comparate”, più volte cultore di materie giuridiche e politologiche, è scrittore e ha pubblicato articoli, saggi, monografie, romanzistica, poesie. Ha lavorato presso l’ufficio Affari generali, organizzazione e metodo dell’Avvocatura Generale dello Stato, presso la direzione amministrativa del Comune di Firenze, presso università, licei, studi legali, testate giornalistiche e case editrici. Appassionato di politica, difende le libertà e i diritti fondamentali delle persone, nonché il rispetto dei doveri inderogabili, con un attivismo indipendente e diplomatico, ponendo sempre al centro di ogni battaglia o dossier la cura per gli aspetti socioculturali e produttivi dell’esistere.