Il Presidente Vučić ha espresso il desiderio di recarsi in visita privata a Jasenovac. I croati hanno negato la visita per ragioni di protocollo.

Jasenovac è un villaggio croato adagiato sulle sponde della Sava, situato nella provincia di Sisak – Moslavina, a due passi dal confine con la Bosnia – Erzegovina. Quattro vie, un grande campo da calcio, una biblioteca e qualche chiesa caratterizzano questo piccolo territorio, immerso nel verde di boschi che circondano la zona. Un monastero della Chiesa serba non è una casualità, segnalando la presenza di una comunità che fino ai tempi delle guerre jugoslave era un po’ più numerosa e che i numeri degli ultimi censimenti vedono in leggerissimo aumento. Ma si sa, tra croati e serbi non sempre è corso buon sangue e questo periodo dell’anno è spesso animato dalle celebrazioni croate per il Dan Pobede (giorno della vittoria) il 4 agosto, che da parte serba rappresenta un giorno di commemorazioni,  uno dei momenti più tristi della storia della Serbia. A mettere maggiore tensione tra le due parti, nelle ultime settimane ci ha pensato la volontà del Presidente della Repubblica di Serbia Aleksandar Vučić si recarsi nel logor (campo di concentramento), che si trova proprio a due passi da Jasenovac.

Ricordiamo un po’ la storia del campo di concentramento.

Questo luogo di internamento era stato creato dal Nezavisna Država Hrvatska (Stato Indipendente di Croazia), espressione dell’ideologia politica degli Ustaša, che avevano come leader, nonché presidente di uno stato fantoccio nelle mani dei tedeschi, il fascista Ante Pavelić. Il logor fu istituito non lontano dal villaggio, con il pieno appoggio dell’Italia fascista (ahinoi) e della Germania nazista. Non ci sono stime ufficiali sul numero delle vittime, si pensa che fossero circa 80000, con i serbi che oscillerebbero tra 40000 e  70000, la maggioranza dei morti. Furono uccisi anche oppositori degli ustaša, ebrei e rom. Per rendere l’ idea di quanto fosse feroce l’odio nei confronti dei serbi, è utile riferire del nome del coltello col quale i serbi venivano uccisi, il srbosjek, un guanto fornito di una lama affilata, che garantiva un modo veloce per sopprimere le povere vittime. Resta ambiguo purtroppo anche il ruolo assunto dalla Chiesa cattolica croata, in particolare quello di Sua Eccellenza Mons. Alojzije Stepinac (per i croati un santo) che non difficilmente viene collocato tra i collaborazionisti, al pari di altri alti prelati d’Europa, come in particolare quelli della Francia di Vichy.

Nel 2021 è uscito un film serbo Dara iz Jasenovca che racconta ciò che è accaduto nel campo di concentramento con gli occhi della protagonista Dara, riaprendo così il dibattito su questo triste luogo.

E ora la polemica.

Poche settimane fa il Presidente Vučić aveva espresso il desiderio di recarsi privatamente sul luogo della tragedia. Vučić aveva mandato una nota informale al leader del Partito Indipendente Democratico Serbo Milorad Pupovac, riferendo di voler recarsi il 17 luglio in Croazia. Aveva già provato altre due volte, in primavera, a visitare il luogo per “accendere una candela e deporre dei fiori in onore delle vittime”. In entrambe le volte “la sua visita non è stata gradita” a detta di Vučić. Una nota di Zagabria ha specificato che “la visita di un alto rappresentante di uno Stato estero non può avere natura privata”. Il problema sarebbe a questo punto a livello di protocolli, come ha riferito Dejan Jović docente presso la Facoltà di Scienze Politiche di Zagabria perché la sua presenza a Jasenovac andrebbe “distinta da quella della gente comune”, in virtù di procedimenti specifici che coinvolgono alte cariche. Dello stesso avviso il collega di Jović, Stefan Nedeljković, docente di Belgrado :”il paese ospitante ha il diritto di impedire l’ingresso se non c’è una notifica scritta dell’ingresso di funzionari.” In difesa della visita privata di Vučić si è mosso Efraim Zuroff direttore del Centro Israeliano per i Diritti Umani :” Vučić non andrebbe solo come Presidente della Serbia, ma come nipote di una vittima ed è una questione molto delicata perché la stragrande maggioranza delle vittime è serba, non ebrea”. Ultimamente le posizioni si sono leggermente raffreddate. Il Presidente della Repubblica di Croazia Milanović ha detto di essere pronto ad accoglierlo, anche se la visita andrebbe comunque annunciata. Non ha mancato di contraddire chi accusava il governo croato di essere ustascia e ha rimandato al mittente le accuse con una frecciatina affermando che “in Serbia ci sono cetnici a volontà”. Ciononostante accompagnerebbe Vučić lì a Jasenovac, mano nella mano. Anche se in Serbia Vulin, Ministro degli Interni, ha specificato che non c’è bisogno che qualcuno conduca per la mano il presidente serbo, “basterebbe che il nipote di una vittima di Jasenovac potesse andare da solo, senza fanfare e senza cerimonie.” Insomma, siamo alle solite schermaglie diplomatiche tra Croazia e Serbia che non si risparmiano mai la schiettezza e la durezza dei toni.

Alla fine Vučić riuscirà a visitare Jasenovac ma probabilmente in una veste ufficiale e non basterà la notifica al presidente di un partito, benché il suo Ministro degli Interni alimenti un fuoco che arde senza grossi problemi e che riprende vigore ogni qualvolta c’è un nodo spinoso nelle relazioni tra i due Paesi balcanici.  Sembrano più convincenti le opinioni dei due professori di Scienze Politiche precedentemente nominati, che hanno ribadito l’importanza del rispetto protocollare della visita, essendo il Presidente Vučić non un cittadino comune. Nei prossimi giorni ci saranno sicuramente ulteriori sviluppi.

Perché allora non accogliere la proposta di Milanović di recarsi a Jasenovac insieme, mano nella mano, stemperando i toni di una polemica altresì risolvibile? Proprio a Basovizza è accaduto. Per informazioni, chiedere a Mattarella e Pahor.


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