Non facciamo che un Covid-party si trasformi drammaticamente in un funeral-party

“Il sole splendeva, non avendo altra alternativa, sul niente di nuovo”. Ho immaginato così, con questo incipit del romanzo Murphy di Samuel Beckett, il racconto di questo periodo di impazzimento globale.

La televisione, sempre accesa, gracchiava tra esternazioni bizzarre di sprovveduti e spregiudicati governanti, anatemi scomposti di improvvisati e colorati esperti di strada e ipotesi contrapposte, faticosamente esplicitate, di esperti dubbiosi.

Un primo ministro, con cinica noncuranza, aveva avvertito che «Nothing will change», niente cambierà, di fronte ad un microorganismo super microscopico che finanche gli scienziati faticano a classificarlo come essere vivente, non essendo capace di vita autonoma, ma essendo invece un campione di ineguagliabile parassitismo, fatte salve forse alcune consorterie politiche.

«Devo essere onesto con il mio popolo, esordì il politico con sprezzo del pericolo, molte famiglie perderanno i loro cari prima del tempo», e a dirla con tutta onestà anche lui stava per lasciare le sue bionde penne. Cercava, in realtà il politico cuore impavido, un gregge da esibire al mondo intero per aver ingannato il piccolo mostro con la corona; un gregge che avesse acquisito quel patentino di immunità in barba alle raccomandazioni di tanti scienziati bollati dai più, senza troppi complimenti, come moderne Cassandra. Un’idea, quella del patentino di immunità, che un gregge di giovani annoiati dalla vita, accarezzeranno da lì a qualche mese per una nuova variante del gioco della roulette russa.

Era l’epoca di una nuova pandemia. Un nuovo virus aveva fatto il salto di specie, abitando l’essere più versatile e strano del pianeta, l’uomo!

Ma si sa, quel piccolo mostro super microscopico aveva dimostrato, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, di non temere gli anatemi politico-religiosi e di prediligere i comportamenti di manifesta ignoranza del suo potenziale ospite.

E così, il gregge, peraltro senza immunità, si trovava allo sbaraglio, mentre si compiva, come in un romanzo distopico, la disgrazia di avere ragione di quelle moderne “Cassandra”.

La televisione continuava a snocciolare numeri, esibire grafici, indicare andamenti di una pandemia che la gente, ormai fiaccata da bla bla bla istituzionali, faceva fatica a incanalare in un percorso razionale ed emotivo: “Più di 11,3 milioni di persone nel mondo hanno contratto il virus. 530.858 sono morte. I contagi si sono diffusi in 210 Paesi nel mondo da quando è stato individuato il SARS-Cov-2 per la prima volta, in Cina a dicembre 2019. Il Paese più colpito è l’America, seguito da Brasile e India. Gli Stati Uniti registrano quasi 40 mila nuovi casi di Covid in 24 ore, il Cile supera le 10 mila vittime. L’appello di 239 esperti all’Oms per inasprire le raccomandazioni”.

Già, appelli, raccomandazioni, prese di coscienza e pure qualche presa per il culo, peraltro usurato, che popoli abituati più alla coercizione che alla persuasione faticano a comprendere. E così, mentre il mondo mostra ancora l’affanno che da diversi mesi ormai lo tiene in bilico tra la vita e la morte (sanitaria, sociale, economica e politica), giovani annoiati, affetti spesso dalla sindrome degli sdraiati, in diverse parti del mondo, cercano di dare un senso al vuoto cosmico di giornate tutte uguali, ingannando la loro noia con aperitivi e drink di massa.

Si passa così, in un battito di ciglia, dall’epoca dell’angoscia tenuta a bada da coercizioni ministeriali all’epoca di un anarchico liberi tutti. Gli apericena si trasformano in aperi-Covid, i frat party in Covid-party, feste private in cui vengono intenzionalmente invitate persone positive al SARS-Cov-2; l’obiettivo è mischiare soggetti sani a persone positive al virus nella speranza di essere contagiati e, guarendo, diventare immuni e poter tornare a girare liberamente, con il bottino pecuniario e anticorpale.

Quanta consapevolezza c’è in questo assurdo gioco che ricorda tanto la roulette russa? Un conto è l’immunità di gregge raggiunta con una seria campagna di vaccinazione, altro discorso è raggiungere l’obiettivo, qualora si riuscisse a farlo, sacrificando cinicamente vite umane; quelle tra l’altro delle persone più vulnerabili.

La storia intanto si ripete; in tempi passati c’è chi aveva istituito la “festa della varicella”: bambini sani venivano messi a contatto con altri bambini che avevano questa malattia, in una sorta di macabra processione degli imbecilli.

L’idea, inoltre, che qualcuno possa usare il proprio “capitale d’immunità” duramente conquistato per salvare l’economia di un paese può sembrare fantascienza, ma non è lontano dall’essere utilizzato per perpetrare discriminazioni sociali, con il rischio che le persone più vulnerabili della nostra società siano punite due volte, prima dalle loro condizioni socio-economiche e poi dalla malattia.

Come scriveva l’immigrato tedesco Gustav Dresel intorno al 1837: “Ho cercato invano un posto da contabile, ma assumere un giovane non acclimatato (che fosse cioè risultato portatore di virus e poi guarito) sarebbe considerato un investimento sbagliato”. Per i bianchi, lo stato immunitario influiva su dove potevano abitare, su quanto guadagnavano, sulla possibilità di ottenere credito e su chi potevano sposare.

L’immunità, come ha scritto una giornalista statunitense, non era solo il risultato della fortuna epidemiologica, era anche usata come arma (arma salariale).

Spaventoso questo scenario, ma non impossibile. Per questo la politica non deve sottovalutare l’evenienza che una pandemia economico-sociale si abbatta su una fetta di popolazione non sufficientemente tutelata e che sta pagando un prezzo alto da questa epidemia da SARS-Cov-2.

Parafrasando quanto scriveva Charles Dickens, nel “Racconto di due città”, “Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione”.

Sta all’ospite del virus decidere in quale stagione abitare e fare finalmente quel salto culturale che lo metta al riparo da epidemie di pericolosa ignoranza.

C’è una certezza che è bene ribadire: il virus non è scomparso, circola ancora e fa ancora danni; nuovi focolai si sono registrati in Veneto, Lazio, Campania e questo perché si è abbassata la guardia. Ci sono parti del mondo dove il virus miete ancora tante vittime; i “grandi” leader della terra hanno mostrato tutta la loro inadeguatezza nazionalpopulista davanti alla potenza infettiva e democratica del virus.

Serve mantenere alto il principio di consapevolezza del rischio e con questo l’uso di buone pratiche: mascherina, distanziamento fisico di almeno un metro senza assembramenti e rispetto delle regole igieniche.

Non facciamo che un Covid-party si trasformi drammaticamente in un funeral-party.


Fontehttps://pixabay.com/it/illustrations/partito-coronaparty-divieto-corona-4950504/
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Antonio Musarò
Figlio del Salento, abitante del mondo, esploratore della conoscenza. Laurea in Scienze Biologiche, Dottorato di Ricerca in Scienze e Tecnologie Cellulari alla Sapienza Università di Roma e Research Fellow presso la Harvard University di Boston (USA) dal 1996 al 2000. Attualmente è professore ordinario di Istologia, Embriologia e Biotecnologie Cellulari presso l'Università di Roma "La Sapienza". Le sue ricerche hanno portato ad importanti risultati pubblicati su riviste scientifiche internazionali tra cui Nature, Nature Genetics, Nature Medicine, Cell Metabolism, PNAS, JCB. Da diversi anni è impegnato nella divulgazione scientifica; è coordinatore delle attività di divulgazione scientifica dell'Istituto Pasteur-Italia ed è direttore scientifico della manifestazione “Festa della Scienza” che si svolge annualmente in Salento (Andrano-LE). Il suo motto: appassionato alla verità e amante del dubbio.