Nel sonetto “Alla sera” Foscolo riprende i soggetti dell’Ortis e anticipa il carme dei Sepolcri.

Forse perché della fatal quiete/ tu sei l’imago a me sì cara vieni/o sera…

Questi versi racchiudono l’apocalittico dramma umano: quello del crollo delle illusioni con la conseguente fine d’ogni speranza.

L’uomo, intento a dare un senso accettabile alla propria esistenza non si rende conto che si allontana dal campo base: la culla e i ricordi più marcati.

Egli lavora per mantenere un equilibrio innato, avito, adoperandosi con tutte le forze e la volontà che gli è data avere per raggiungere dei traguardi prefissati, rincorrendo l’illusione appunto, di trovare infine il bivio che lo porti alla vita eterna.

L’amarezza giunge e rende chiara la realtà. Sarà difficile guardarla in faccia poiché non voluta, mai sperata, sempre evitata, ignorata, fuggita.

Ed ecco che scende la sera, quella che porrà le nostre disillusioni in ombra e le manterrà sospese, come gli astri, in una nebulosa lontana anni luce: chimere, utopie, visioni, vaghezze surreali prima ancora che il sole della vita chiuda la cateratta delle tribolazioni, dei travagli, dei piaceri e frantumi la volontà del dopo.

Quella di Ugo Foscolo è stata una figura ardita, audace, intraprendente, con una forza di volontà oltre ogni dubbio ma fragile allo stesso tempo poiché idealista, sognatore.

È stato un uomo intelligente ma ingenuo, schietto e autentico in un mondo di corruttori e materialisti preparati, spesso prevenuti e diffidenti.

Gli viene a mancare la figura paterna, prima ancora che la fibra si temperi nel carattere dandogli la sicurezza necessaria per affrontare le asperità della “valle” attraverso la quale ognuno di noi, alla fine, affronta il viaggio.

Per il giovane Ugo è stato come se sotto il treno fosse venuto a mancare un binario, una guida.

È stata una nave senza timone, un orientarsi senza bussola in un mare pieno d’insidie le più pericolose delle quali sono spesso quelle legate all’ideologia.

Ma cosa sarebbe un uomo senza concezione, privo d’idee, di uno scopo di vita?

Foscolo, ha coscienza del suo stato avverso, ma non dispera sul da farsi e mette in gioco la sua “grinta”: ricercata, dotta, per piazzarsi di diritto fra i migliori letterati del tempo.

Prima a Venezia, poi a Padova, Bologna, Milano, Firenze, Svizzera, Inghilterra dove, più che la fame di sapere o di curiosità, l’avevano portato i suoi bollenti spiriti di patriota: più che viaggi, i suoi, erano fughe, evasioni da ambienti, costrizioni, esili.

Nel sonetto “In morte del fratello Giovanni” egli affida alla bocca della madre, la quale farà da tramite tra lui e il fratello morto, i versi seguenti: Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo/ di gente in gente, me vedrai seduto/su la tua pietra, o fratel mio…

Ecco il ravvedimento di un uomo che torna con la mente, e attraverso la poesia, per intessere un dialogo col fratello deceduto, ma lo fa con l’aiuto della madre, dalla sua muta voce suoneranno i versi di Ugo per Giovanni: lei che li ha tenuti uniti dopo aver reciso loro il cordone ombelicale.

È rimasta ancora sana la connessione, il legame affettivo: è una simbiosi carnale e spirituale.

Ma l’interdipendenza non pregiudica i movimenti, le libertà dell’uno rispetto a quelli dell’altro.

Egli vorrebbe piangere sulla tomba del fratello. Vorrebbe parlargli del suo dramma vissuto, raccontargli delle vicissitudini a lui toccate, mostrargli le piaghe ideologiche mai marginate: ferite libere nel cuore e nella mente, bendate da una garza di promesse, ovattate da confusi bagliori di speranze, in un crescendo preludio verso un finale demolitore e inconcludente.

Restano gli scritti a testimoniare le verità delle quali non si è appresa la fonte se non quella dell’aver saziato il desiderio di sapere, ignaro del lascito che ognuno di noi deposita dopo aver levato le tende da questo mondo di spinosi roseti.

La tragedia umana non è di per sé inconcludente, ma tende a mantenere, metafisicamente, un equilibrio cosmico dove tutto si crea e tutto si annulla velocemente affinché non appaia chiaro, il senso vero se non dopo aver vissuto il proprio dramma appunto.

Con le epistole dell’Ortis, Foscolo assume l’impegno di trasmettere, prima che agli altri, a sé stesso, l’indirizzo letterario e il pensiero Goethiano e di Rousseau dove predomina, accompagnandosi a quello dell’amore, il tema dell’illusione e dell’infelicità umana.

La tristezza del tema trattato è attutita dal brio, dalla generosità letteraria e ricercata che ne fanno dell’opera una delle più belle e importanti della nostra letteratura.

L’uomo che ha provato a realizzare le proprie idee, sa, poi, delle energie spese e di quante di queste ancora ce ne vorrebbero se solo il tempo non smettesse di marcare il timpano.

L’abbandono arriva di sera, metafora che aiuta a capire quanto lungo sia stato il giorno, sinonimo di vita questo e, quindi, di tribolazioni.

Già si pensa al nulla eterno, dove ogni nostra orma sarà cancellata dall’oblio ed è qui che diventa difficile accettare una fine totale: biologica e di pensiero.

Che ne sarebbe dell’uomo e delle sue gesta se non vi fosse almeno l’illusione di essere ricordato oltre la vita?

Sarebbe un mondo oltremodo cinereo, irreale, inconcepibile dal punto di vista esistenziale.

Qui prende l’idea dei “Sepolcri” dopo che Napoleone Bonaparte emana l’editto con il quale ordina che, per ragioni di salute pubblica, i morti non dovranno essere più seppelliti all’interno delle mura cittadine.

È il motivo che dà spunto al letterato, all’uomo conscio ma provato, di chi avverte l’approssimarsi della via senza che la meta ideologica sia stata raggiunta.

Il giacobinismo infiammato da lui vissuto, ora, con la delusione del trattato di Campoformio, è divenuto scellerato, poiché non ha dato i frutti sperati, promessi, ambìti: la libertà di un popolo è stata messa alla gogna alla maniera più infamante, con la cessione della sua seconda patria, Venezia, agli austriaci.

È a questo punto, quando ormai uno pensa di aver perduto tutto, che invoca, attraverso i ricordi, il passato, con i giovanili e spensierati trastulli, sopra una spiaggia tanto cara per aver visto i suoi natali e dove ebbe fortuna d’approdare Ulisse, dopo anni di vaganti peripezie.

Foscolo sa che non potrà più mettere piede sull’isola di Zacinto, e gli affida un canto appassionato poiché a lui non è data più la possibilità di baciare quelle “sacre sponde”.

Egli si sente estraneo nella sua seconda patria, esule dopo tante battaglie, ripagato ingiustamente dal fato che gli ha giocato un tiro beffardo.

Egli teme che la sua sepoltura sia pure destinata all’invasione della gramigna e che nessuno verserà lacrime alcune per ricordarlo.

Almeno in questo egli si sbagliava: ora riposa in Santa Croce, in quel di Firenze, ma “parla” col suo cenere muto, ai letterati di tutto il mondo, con i versi più belli della nostra letteratura.

Il poeta comincia dove finisce l’uomo (Josè Ortega Y Gasset)