Questa storia del congresso di Verona ha un sapore che non mi convince.

Difendere la famiglia naturale uomo-donna-bambini è legittimo, pretendere di imporre il modello a tutti somiglia a una dichiarazione di guerra contro le libertà di chi non è d’accordo.

Leggi, cultura e scelte personali hanno forgiato, negli ultimi tre secoli, la società così com’è oggi. Cioè un modello di tolleranza che consente a ognuno di vivere secondo i propri principi. Ora, mettere in discussione le conquiste di libertà è un’azione di disconoscimento dell’altro. Che poi quest’atto venga ammantato di Cristianesimo è un’offesa al Cristo che la tolleranza ha predicato. I congressisti di Verona appaiono più papisti di questo Papa, che papista lo è pochino.

La questione dei diritti nella società moderna è fondante. Può piacerci o no, si tratta di valori che sostanziano la libertà. Nessuno, credendosi nel giusto, può costringere l’altro a vivere secondo regole che non condivide. Chi ritiene sacrosanta la famiglia tradizionale unica e insostituibile ha diritto di difendere l’idea, ma non di negare lo stesso diritto a chi non crede nel matrimonio, non vuole figli, e magari preferisce una moglie/marito dello stesso sesso.

Giusto o sbagliato che sia, la faccenda riguarda solo i protagonisti. E la legge bene ha fatto a consentire le unioni civili, visto che si tratta di scelte adulte di cittadini come tutti gli altri. Non c’è più il rogo per gli “irregolari”. E non c’è più per le adultere, e per i conviventi fuori delle convenzioni e della grazia di Dio. E neanche per le donne che abortiscono per scelta o per necessità, affrontando prove che spesso sono traumatiche. Scoraggiare l’aborto è giusto, evitarlo è meglio. Come è sacrosanto impedire l’utero in affitto, questo sì un mercato mostruoso che appaga desideri non diritti, sfruttando la miseria materiale o morale di povere donne.

Il Congresso di Verona vuol portarci indietro nei secoli, ma c’è sempre qualcuno pronto ad intestarsi battaglie, anche sbagliate, che facciano rumore. Il solito ministro dell’Interno con giubbotto da poliziotto correrà a Verona per dare il suo appoggio per incassare un utile politico. Lui, baluardo della famiglia tradizionale, esempio di fedeltà coniugale, di sobrietà umana, di cristiano osservante, di rispetto per il diverso, di accoglienza per i derelitti…. Lui, più cristiano del Papa, inteso come Bergoglio, che si rifiuta di riceverlo in udienza privata. Salvini santo subito!


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Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. Nel 2015 ha pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni. Nel 2017 ha pubblicato "Il cane straniero e altri racconti" (Tabula Dati).