Un film sulle radici che resistono. Regia di Danilo Caputo. Distribuzione, I Wonder Pictures

La gazza/nonna e la cripta di Semina il vento sono un po’ allegoria di radici che resistono oltre ogni violenza e avvelenamento: Feliciana, di quale bagno purificatore avrebbe oggi bisogno la terra del Sud, di ogni Sud del mondo?

Non si può parlare di Sud senza fare cenno alla giustizia sociale e ambientale di cui le terre meridionali hanno bisogno. La gazza che difende Nica nei momenti di scontro con i suoi genitori è lo spettro di una generazione, quella della nonna, che nelle sue tradizioni aveva ancora un attaccamento al culto della terra. La cripta, nell’immagine di un utero/cosmo è un luogo sottratto al nostro tempo che gode ancora di quello spirito ancestrale e rigenerativo. Sono radici che resistono, figlie di un tempo che ci sembra lontanissimo, ma che ancora non hanno smesso di parlarci. Per questo al Sud occorre un bagno di consapevolezza, ché il nostro modello attuale di società e di sviluppo non è la miglior espressione possibile del nostro territorio. Occorrono altri codici, altre leggi, altre economie per riscattare il Sud. La campagna per esempio, diventata sinonimo di arretratezza, è ciò che più ci lega a questa terra, nei riti di cura dell’ambiente risiedevano momenti di collettività preziosissimi che abbiamo dimenticato. Quello che stiamo “subendo” e non “agendo” è un’economia che sfrutta le risorse e non si preoccupa di rigenerarle. Il comportamento beffardo della gazza vorrebbe comunicare proprio questo, secondo me.

Le ciminiere dell’ex Ilva di Taranto svettano spesso funeste nel film: allegoria di un progresso che uccide?

L’ex-Ilva non viene mai nominata nel film, resta sullo sfondo. Impossibile rappresentare l’immagine di un territorio bypassando i mostri che ospita. Il film si articola attorno al dilemma “morire di fame o morire di tumore”, come se non ci fossero altre scelte possibili. Questo è l’emblema della nostra crisi, che ha generato, tra le tante cose, anche una disaffezione e uno assopimento delle nuove generazioni, vittime di quell’”inquinamento mentale” di cui si fa cenno nel film.

Gli abbracci di Nica ai secolari tronchi feriti sono tra le scene più commoventi del film, mentre si sente il respiro pulsante della pianta …come l’ex Ilva, anche la xylella non è mai nominata, eppure sorge l’idea che “l’insetto antagonista” non sia mai stato veramente cercato: è questo il messaggio del regista?

Non trattandosi di un film di denuncia, il regista ha preferito evocare una storia e una terra attraverso altri codici. Gli effetti sonori del film giocano in questo un ruolo predominante. L’invito è quello di iniziare a vedere la xylella (o il covid per esempio) come un sintomo di qualcosa di più grande, e quindi è necessario cambiare anche l’approccio a certe questioni.

Il modo in cui il tuo personaggio esterna la sua rabbia è quanto mai convincente: quanta Paola c’è in Feliciana?

Molta, a mia insaputa. Ho ricevuto la parte in un momento in cui ero via dalla mia terra per completare gli studi. A Napoli, la mia seconda casa, mi ero avvicinata a dei movimenti politici che indagavano la questione meridionale nell’ottica di un riscatto sociale, incrociando anche il movimento ambientalista. Non mi sembrava possibile di essere stata scelta per una parte cosi, in quel preciso momento. Paola ha in volto i segni di una generazione che le ha provate tutte, senza risultato. La sua vocazione artistico-culturale è ora un cumulo di macerie. È insoddisfatta, arrabbiata, vorrebbe andarsene anche lei ma c’è ancora una piccola parte dentro di sé che urla alla lotta e alla ribellione verso una generazione, quella dei suoi genitori, che ha dimenticato come sognare.

A un certo punto ti sentiamo cantare in greco una canzone da te stessa composta: ci aiuti a coglierne il messaggio?

È una storia un po’ buffa… Mancavano pochi mesi alle riprese di Semina il Vento e Danilo mi aveva chiesto di scrivere la canzone che Paola avrebbe cantato nel film, con una sola richiesta: evitare l’inglese. Un pomeriggio ero con un paio di amici, un dottore in filosofia ed una musicista strepitosa (Giulia Gentile), provavamo qualche melodia sulla base assegnata. Ad un certo punto il mio amico filosofo inizia a leggere l’incipit della Metafisica di Aristotele, in greco antico:

“Tutti gli uomini tendono per natura al sapere. Lo segnala il loro l’amore per le sensazioni, amate per se stesse, indipendentemente dall’utilità, preferita tra tutte la vista, non solo in vista dell’azione, ma anche senza intenzione pratica. Il motivo è che, mostrando la molteplicità delle differenze, la vista fa acquisire più delle altre [nuove] conoscenze”.

Così è nata Liothrips Caeruleus, il resto lo trovate nel link a fine intervista, spero vi piaccia.

Un po’ come Nica, la protagonista del film, anche tu hai studiato e vissuto a lungo lontano dalla tua terra, anche tu sei tornata con la voglia di cambiarla: a che punto è il tuo viaggio? Resterai? E per fare cosa?

Domanda da un milione di dollari. La certezza di restare è una promessa che ho fatto a me stessa. Ho vari interessi ma spesso mi frena la pessima capacità che ho di comunicare. Il cinema in questo mi ha dato una grande spinta, ha portato sui grandi schermi della Berlinale e di altri festival in giro per il mondo i temi che stavo attraversando nel mio percorso da “attivista”, traducendoli in arte. È stato un regalo grandissimo potervi partecipare. Per il resto accolgo i frutti che questa vita ci sta donando, sperando di riuscire a cambiare davvero le cose, qui e ora.

Semina il vento è prodotto da OKTA FILM di Paolo Benzi e JBA Production (Francia) e resterà visibile online per un anno cliccando sul seguente link .


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...