La festa della donna ha origini controverse. La storia che tutti conoscono, quella della fabbrica andata a fuoco a New York nel 1908 è un falso storico, quella fabbrica non è mai esistita.

Le certezze che si hanno a riguardo sono che (1) i primi a fissare la celebrazione l’8 marzo furono i comunisti russi, nel 1921, che chiamarono quel giorno “Giornata Internazionale dell’Operaia”; (2) ruolo fondamentale nei movimenti di emancipazione femminile di vari paesi lo ebbero le operaie tessili; (3) il motivo della sua istituzione fu quello di ricordare oltre alle conquiste sociali e politiche, anche le discriminazioni e le violenze che hanno visto vittime le donne e continuano a farlo anche oggi.

Per dare un senso a tale ricorrenza, siamo andati allora ad indagare le condizioni lavorative della categoria di donne per cui la festa era stata istituita: le operaie tessili. Lo abbiamo fatto fra quelle andriesi. Nel gergo locale li chiamano “laboratori”. Sono opifici, ossia piccole fabbriche in cui si produce prevalentemente intimo e camicie, e a lavorarci sono tutte donne. Fino a un paio di decenni fa Andria ospitava un alto numero di posti simili, il mercato era fiorente e tale ambito costituiva una fetta considerevole dell’economia cittadina. In seguito il sistema ha subito grossi cambiamenti. Per provare a spiegarne l’evoluzione e a rappresentare l’attuale assetto, ne abbiamo parlato con Lucia (nome inventato) una veterana del settore.

Da quanto tempo fai questo lavoro?

Lo faccio da decenni. Ho cambiato nel corso del tempo 5 laboratori, cambiando anche mansione, lavorando sull’intimo, ma occupandomi anche di camiceria. La giornata lavorativa prevede 5 ore durante la mattinata, un paio d’ore di pausa pranzo e 3 ore nel pomeriggio, in tutto fanno 8 ore al giorno, tutti i giorni sabato e domenica esclusi. Poi, certo, in caso di consegne urgenti, si lavora anche di sabato.

Quali sono le dimensioni dei laboratori?

Di solito oggi il numero di operaie impiegate si aggira intorno alla decina, in passato mediamente eravamo di più. Ho lavorato in posti in cui eravamo anche 30 a fare tutte lo stesso lavoro. La paga va dai 3 ai 4 euro l’ora. Contrattualmente quasi tutte siamo in regola, ma con un contratto part-time. Ad esempio si è assunti e pagati ufficialmente per 3 ore al giorno, ma poi in realtà se ne fanno 8, il resto della paga lo girano in nero. Ci sono delle eccezioni in cui le singole dipendenti sono completamente in regola, ma in linea di massima è come ho detto prima. Anche perché i proprietari a causa delle troppe tasse non riuscirebbero a tenere tutte alla luce del sole, dovrebbero licenziarne qualcuna.

La situazione era meglio in passato o adesso?

La situazione era meglio prima, soprattutto perché il lavoro era molto di più, adesso è risicato, gli ordini bisogna inseguirli. Le giornate lavorative o le tipologie di lavori sono rimaste uguali. L’aspetto positivo oggi è quello della diminuzione del lavoro completamente in nero, quando ho cominciato era così. Oggi una parvenza di contratto devono assicurarla, soprattutto in conseguenza dei controlli della Guardia di Finanza. Nel tempo sono aumentati di molto e si arriva anche a 3 o 4 controlli nell’arco di un anno. Anni fa quando arrivava qualche forza dell’ordine si scatenava il fuggi fuggi generale. C’era sempre una porta sul retro da cui ci facevano uscire tutte di nascosto, rimanevano al loro posto solo quelle in regola. Se ti beccavano erano dolori, ovvio, per il proprietario. 5 mila euro di multa per ogni operaia senza regolare contratto e poi domande su domande a noi: chi ti paga? Quanto ti paga? Quante ore lavori? Da quanto tempo? Oggi si lavora un po’ più tranquillamente.

Come mai è diminuito il lavoro? Andria era un’eccellenza in questo.

Dal 2000 in poi tanti hanno delocalizzato e portato macchinari e intere fabbriche in Albania e Romania. Gli imprenditori più grossi e chi poteva permetterselo ha fatto così. Adesso ad Andria resistono i più piccoli a cui i grossi di cui ho appena parlato subappaltano parti di lavoro quando il mercato lo richiede. I piccoli che resistono qui poi, ci riescono, perché fanno lavori precisi e di qualità. Le nostre mutande e camice escono dai laboratori perfette, basta che la qualità si abbassi anche di un minimo e le commissioni vanno a qualcun altro.

E i datori di lavoro come sono? Come si comportano?

Il mio attuale datore di lavoro è una persona per bene, addirittura, se c’è tanto da fare, si siede lui stesso alle macchine assieme a sua moglie e lavora con noi. In passato però, in altri posti, ho avuto anche brutte esperienze. Una volta, anni fa, ebbi uno screzio per una sciocchezza con un mio titolare e da quel momento il suo atteggiamento nei miei confronti cambiò completamente. Non perdeva occasione per riempirmi di parolacce, umiliarmi, darmi della puttana. Diciamo che su 5 datori di lavoro con cui ho lavorato, 2 sono state sicuramente brave persone, gli altri 3 non troppo.

Qual è l’età media delle operaie?

Si va dai 20 ai 60 anni, l’età media però è circa 40 anni. Questa è un’altra differenza rispetto al passato: prima erano quasi tutte ragazzine che finite le scuole medie si trovavano un lavoro da operaie, oggi la maggior parte sono signore. Hanno quasi tutte famiglia e il lavoro in opificio serve ad arrotondare perché evidentemente lo stipendio dei loro mariti non basta a mantenere la famiglia. Del resto ai proprietari va bene così. Le donne più adulte sono più affidabili, lavorano per necessità e non magari come può fare un’adolescente, solo per togliersi qualche sfizio. Hanno i figli da mantenere e il rischio di denunce per lavoro nero si riduce praticamente a zero. Da notare poi che da qualche anno abbiamo anche la concorrenza delle operaie rumene, in alcune sedi ormai lavorano solamente loro. Come sempre i problemi di tutto il mondo finiscono per trovare sfogo nella guerra tra poveri, l’ennesima.

Dunque buona festa della donna, mimose per tutte, da domani, 3,5 l’ora.


1 COMMENTO

  1. Caro Andrea, quello che racconta la tua intervista è purtroppo un costume che non risparmia altre attività, a cominciare dall’agricoltura. Mi risulta di operai agricoli o di settori collegati che, ricevuta la busta-paga per intero, sono poi costretti a restituire in contante parte del salario. Una piaga purulenta difficile da sanare e
    che fa danni non solo ai malcapitati, ma anche all’economia del territorio che non cresce e non distribuisce ricchezza, se non ai soliti noti. (Ti aspetto stasera alle 18,00 libreria Odradek). Ciao.

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