Il contributo di Enrico Redaelli

Non si può comprendere adeguatamente l’oggi nelle diverse diramazioni se non si fa nostro in modo programmatico ad ogni livello quell’invito lanciato oltre mezzo secolo fa da Jean Piaget e rivolto a situarsi au carrefour o incrocio dei saperi, ritenuto strategico per ogni reale progresso cognitivo in quanto più in grado di produrre ulteriori ‘eventi di verità’ o esperienze di verità col coinvolgerci direttamente, a dirla con Alain Badiou. Con tale attitudine di pensiero dove le discipline dialogano in modo costruttivo fra di loro scambiandosi i rispettivi contenuti veritativi, si mettono in campo dei  reali ‘cambiamenti qualitativi discontinui’, frutto del costante ‘travaglio dei concetti’, per usare delle espressioni del matematico ed epistemologo Federigo Enriques, e determinati da una più matura presa di coscienza dei processi di autolimitazione che portano in grembo. Del resto, è questa la prerogativa essenziale del più sano pensiero filosofico-scientifico contemporaneo sempre più coinvolto nella continua presa d’atto delle ‘mille ragioni del reale che non furono mai in isperienza’ come ci ha insegnato Leonardo da Vinci, col dettare il loro ‘ritmo’ spesso non lineare e con l’obbligarci a ‘danzare’ nelle varie costellazioni concettuali dove esse prendono forma. E ad “intercettare la potenza del ritmo” – dovunque esso si annidi nell’agitare le acque della conoscenza, a dirla con Claude Bernard – ci invita nel suo ultimo lavoro Enrico Redaelli dal significativo titolo Etica del ritmo. Freud, Lévi-Strauss, Deleuze (Napoli-Salerno, Orthotes Editrice 2025).

E tale esito transdisciplinare è dovuto al fatto che l’autore, dopo una serie di lavori dedicati a Judith Butler, Michel Foucault e Jean-Luc Nancy, sta concentrando i suoi interessi sul concetto di persona e sulle diverse modalità con le quali è stato declinato nei cosiddetti ‘processi di soggettivazione’ sulla scia dei lavori di Freud, Lacan e Foucault e di studi condotti sui rapporti tra filosofia e psicoanalisi, frutto della collaborazione con l’Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata e come membro del centro di ricerca ‘Tiresia – Filosofia e psicoanalisi’ dell’Università di Verona e della rivista Phi/Psy – Filosofia e psicoanalisi. Ma dato che il soggetto a partire dal bambino si viene a formare nel mondo del linguaggio e delle regole sociali, l’indagine si è estesa all’antropologia di Lévi-Strauss e alla riflessione filosofica di Deleuze per arrivare a delineare la questione etica come perno del soggetto-persona “abitato da una casella vuota” e considerato anche un “abisso, ombelico della soggettività”, dentro cui viene a prendere un certo “ritmo” da sviscerare nelle diverse posture, idea strategica per mettere in atto un percorso di vera e propria ‘ouverture’ verso molteplici discipline nel senso avanzato da Gaston Bachelard.

Per cogliere appieno la portata di tale fatica, è da dire in primis che nella letteratura critica sono rari i tentativi di affrontare rilevanti problematiche alla luce di un approccio ermeneutico basato sull’idea di ritmo, se si esclude il lavoro pioneristico degli anni ’30 del secolo scorso, ma andato perduto, di un ‘filosofo-fantasma’ portoghese come Lucio Pinheiro dos Santos per averlo fatto perno di una proposta  e averlo visto operante nella fisica, nella psicoanalisi e nell’antropologia del suo tempo sino a mettere in campo una ‘filosofia del ritmo’; esso è stato fortunatamente ripreso da Gaston Bachelard che in La dialectique de la durée del 1936 ha sviluppato a sua volta quella che viene chiamata ‘ritmoanalisi’, ricavata dallo studio del ‘ritmo degli atomi e del ritmo dei tempi’ dentro la meccanica quantistica (La ritmoanalisi, 30 giugno 2022). Ma tale scelta epistemica, dettata dalla necessità di comprendere le novità del pensiero scientifico della sua epoca, ha reso questa figura quasi un corpo estraneo al mondo e al linguaggio della filosofia della scienza standard, pur avendone arricchito il panorama con due note idee quali quelle di ‘rottura epistemologica’ e di ‘ostacoli epistemologici’, ricavate da una particolare lettura del mondo fisico-matematico e diventate in seguito un patrimonio comune (Gaston Bachelard: un primo passo verso i meandri della complessità, 2 ottobre 2025).

La ricerca di Redaelli si colloca all’incrocio di tre figure-chiave del ‘900 come Freud per la psicoanalisi, Lévi-Strauss per l’antropologia e Deleuze per la filosofia in quanto ciascuno di loro nella propria disciplina ha messo in atto in modo programmatico un “movimento” o una “dinamica ritmica” per comprendere i rispettivi oggetti di studio come “l’uomo, la società e il mondo”. Tali oggetti, pur essendo diversi, sono attraversati da legami “inestricabili” da svelare per evitare posizioni di tipo normativo e di impronta riduzionistica, sempre in agguato quando sono in ballo l’umano e le sue interpretazioni col diventare spesso anticamera di idee totalitarie per le semplificazioni a cui danno adito. Per tali ragioni Redaelli fa suo l’invito di Nietzsche a scavare adeguatamente nelle profondità e nell’“abisso” delle cose umane con le loro ‘terribilità’ e contraddistinte da ‘rugosità’, a dirla con Simone Weil, o ‘ritmi’ nascosti; ed i vari capitoli di Etica del ritmo esplorano quelle che vengono chiamate le “tre pratiche”, termine particolarmente in uso nella cultura non solo epistemologica francese del ‘900 a partire dal mouvement delle matematiche, per indicare appunto dei saperi che fanno i conti con questo fondo nascosto da essere strutturalmente ‘mobiles’ e, nello stesso tempo, portatori di radicali enjeux, o poste in gioco, in quanto incarnano le logiche di un certo reale da attraversare e da abitare nel senso avanzato da Gilles Châtelet e Simone Weil. Tali ‘pratiche’ sono modi concreti per entrare sempre più in profondità nel ritmo delle cose umane che non è lineare ma contraddistinto dal fare “un passo indietro e due avanti” come in una ‘danza che crea’, per usare il titolo di un’opera di Mauro Ceruti, nel metterci di fronte a situazioni inedite, ma foriere di diverse potenzialità tutte da esplorare.

Enrico Redaelli ci fa assistere quasi in diretta a quello che chiama “movimento danzante” assunto dal ritmo così come viene a manifestarsi in un “certo modo di frequentare e praticare la psicoanalisi, l’antropologia, la filosofia”; si liberano, pertanto, i fatti umani che ne sono a monte da una interpretazione essenzialistica sempre fuorviante con delinearne una visione fondata su “un modo pragmatico, non dogmatico, del tutto immanente” col portare così ad una “etica del ritmo”. E i diversi capitoli ci introducono in quella che sulla scia di Paul Valéry viene chiamata una vera e proprio ‘filosofia della danza’ vista in opera nei lavori di Freud, di Lévi-Strauss e nel percorso di Deleuze; ma lo sguardo viene allargato ad altre costellazioni concettuali come i miti, la letteratura, l’arte come il cinema con l’analisi, ad esempio, della Teoria generale del montaggio (1938) di S. Ejzenstein, e la presa in carica di figure come K. Kerényi, M. Bachtin, P. Klossowski, A. Badiou e J. Lacan che aiutano nel loro insieme “a far danzare il pensiero” con tutta la sua potenza creativa, “come l’arte” e a farlo  uscire fuori dalle secche del semplicismo basato sullo spiegare attraverso le discipline. In tale modo, per Redaelli, lo si rende, sulla scia di Foucault, fonte continua dello ‘sperimentare e del problematizzare’ col riacquistare così lo “slancio e muovere due passi avanti con cui generare qualcosa di nuovo”; tutto ciò caratterizza gran parte della riflessione francese del ‘900, anche se declinato con modalità diverse, da Bergson e Bachelard a Deleuze e Châtelet, con il loro insistere sul ‘virtuale’ dovunque si annida nel fare esplodere le potenzialità nascoste. Anche perché questo permette alla filosofia di raggiungere una certa ‘consistenza’ facendo debitamente i conti con ‘l’infinito in cui il pensiero è immerso’, come affermato da Deleuze e Guattari in Che cos’è la filosofia?, idea presente nel percorso di vita e di pensiero della stessa Simone Weil.

Ritorna in tal modo sul tappeto e nella sua mai sopita crucialità la “domanda heideggeriana del pensare”, centrale nella riflessione di Deleuze, nello spingersi nel “caos abissale” che è la fonte primaria mirante “a produrre nuovi concetti, istituire orizzonti inattesi, inventare nuove possibilità di vita”; l’atto creativo, nel fare un passo avanti e uno indietro, permette un percorso di “risoggettivazione” nel ridare alla vita un nuovo corso e mettere in campo un percorso di vera e propria nuova “salute etica e politica” in quanto nel pensare “si crea per stare bene”, come Redaelli sottolinea a più riprese nello sviluppare alcuni punti strategici presenti nelle opere di Deleuze come Proust e i segni e Differenza e ripetizione. In tale modo, il ritmo viene ad acquistare una piena valenza etica in quanto si presenta con i suoi movimenti come ‘arte di comporre rapporti’, come si riporta in Cosa può un corpo?, dove il soggetto-persona ridiventa ‘piega del mondo’ con l’essere per il mondo’, come lo stesso pensatore francese ha scritto in La piega; nel mondo e nel reale si succedono diverse serie di eventi con delle inevitabili ‘rugosità’, nel senso di Simone Weil, e con le loro ‘asperità’ come le chiamava negli anni ’30 Jean Cavaillès, difficili da comprendere sul piano meramente concettuale se non vengono interrogate con strumenti appropriati. E tutto questo diventa “un problema nel pensiero perché c’è un problema  nella realtà” che è “costitutivamente piegata, increspata, attraversata da una vibrazione che la mette in movimento”.

Per tali ragioni, sulla scia di Deleuze e Guattari, per Redaelli bisogna ripensare “la filosofia in termini evenemenziali” per la capacità di fare i conti col mondo e di “rimetterlo in gioco” in quanto essa e le altre “discipline artistiche, umanistiche e scientifiche non sono altro che un movimento del mondo nel mondo, un suo spostamento ritmico, un suo moto peristaltico”, ed in modo programmatico, una rimodulazione del ritmo”. E invece di “s-piegare” c’è sempre più bisogno di “ri-piegare” dove  arte, filosofia e scienza  sono “azioni che non si limitano a ripetere il già fatto”; sono alleate nel vedere come “il mondo ritma se stesso”, nel presentarsi come  un insieme di ‘eventi di verità’ nel senso di Alain Badiou, ma derivanti dalla “curva” , dalla ‘piega’ e non dall’ordine. E come ‘azioni’ nel mondo e per il mondo sono rivolte “ad azioni ulteriori” con l’agire non sul presente ed ad “intercettare il virtuale”; ed in tale modo da parte di Redaelli, nel sottolineare tale valenza ritmica ed etica del mondo, sia la filosofia che le arti e le diverse scienze vengono a configurare un’ontologia del tutto particolare, “una ontologia modale” imperniata non più sulla classica domanda ‘che cosa è?’, ma quanto sulla domanda “come?” sino a darci “una mappa per intervenire sul mondo e direzionata all’azione”.

Enrico Redaelli, alla fine del non comune percorso messo in atto in Etica del ritmo si chiede, e nello stesso tempo pone al lettore la domanda, se tale etica proposta da Gilles Deleuze “nel muovere un passo indietro e due avanti, verso l’abisso e ritorno, senza smarrirsi” possa sembrare “un’impresa disumana o un esercizio impossibile”; ma come uomini dobbiamo prendere coscienza che “sempre, in ogni istante, siamo i soggetti che siamo e insieme non lo siamo”, abbiamo lo sguardo fisso in un punto ma stiamo “già transitando altrove”, “siamo un precipitato del mondo, dunque siamo un precipitato ma siamo anche mondo, siamo un ritmo tra due polarità, siamo una vita” oscillante tra qualcosa di impersonale e la nostra singolarità, come ha scritto Deleuze nel suo ultimo scritto. Laddove riusciamo ad “essere degni dell’evento”, superiamo tale difficoltà che per Enrico Redaelli “è solo apparente”; e se ‘non mentiamo’ sulla particolare situazione di ritmo che siamo, per parafrasare Simone Weil, possiamo “danzare tra questi due poli” ma secondo “un ritmo agìto e non subìto” e sta a noi farne “un ritmo felice nel senso etimologico del termine, ossia salutare e fecondo” per il futuro. Così, Etica del ritmo non si rivela essere solo un lavoro di esplorazione critica di un capitolo del ricco panorama filosofico francese, ma anche un percorso insieme cognitivo ed esistenziale che può allenarci a prendere coscienza del nostro particolare essere nel mondo e a “goderne” le infinite potenzialità dove si generano continuamente “spazi di vita” come suggerisce Enrico Redaelli; in tal modo si è più in grado di coglierne i ‘mille significati’ a dirla con Simone Weil, compito primario delle discipline artistiche, filosofiche e scientifiche nel comprenderli come eventi e nell’essere esse stesse tali.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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