E le relazioni non curate…

Chissà che ne è delle parole non dette. Chissà dove vanno a finire le frasi omesse, le comunicazioni mancate, cioè le cose non “messe in comune”, giacché comunicare ha questa bella etimologia. Chissà se certi silenzi sono solo assenza di parole o anche terrificanti oblii di volti e di contatti.

Mi riferisco soprattutto alle parole digitate, nella pretesa che una condivisione social sia comunicazione autentica. E non si tratta di demonizzare nulla, né di screditare le immense opportunità della rete. È solo che non possiamo pretendere di sostituire i dialoghi, né di aggirare la responsabilità della comunicazione non verbale ad essi annessa. Sì, comunicare parlando significa farsi carico di toni di voce, sguardi, gesti, posture, che traducono e tradiscono emozioni, sentimenti, intenzioni, pareri. Tutte cose che la digitazione ci risparmia. Una spontaneità in grado di abbassare le maschere e di ridurre i tempi della riflessione diplomatica. Una trasparenza che disarma e ci mette di fronte alla crisi della critica, al fenomeno dell’opinione diversa, al dogma della sua non conversione forzata.

Forse è per questo che parliamo di meno e digitiamo di più: abbiamo sete di accettazione assoluta e scambiamo il confronto, il parere contrario, il consiglio scomodo con una dichiarazione di guerra. Digitare un messaggio e pubblicare contenuti vari è dire senza parlare, affermare solo per confermarsi, lanciare messaggi senza la fatica di affrontare un volto o una voce, guadagnarsi il like o la visualizzazione tranquillizzanti, convincersi di aver adempiuto i doveri minimi di una relazione.

Ci sono cose, però, che vanno dette, semplicemente dette. Messe in comune nella forma più bella e più antica. Condivise corpo a corpo. Le cose importanti non possono essere solo digitate soprattutto se, quando poi si è in presenza, non si riesce a comunicare come si deve, si trasuda imbarazzo, si trasmette nervosismo, si fatica ad essere veri, sinceri, si omettono dettagli importanti.

Pretendere che un messaggio sia idoneo a consolare un lutto, che una catena di “buongiornissimi” sia prova di attenzione, che un post su un evento importante della propria vita obblighi l’altro a considerarsi informato, dunque a reagire, che un proclama su facebook basti a chiarire, precisare, farsi valere, estorcere le ragioni che un bizzarro accenno di confronto non ha saputo conferire…è pretendere troppo.

Le relazioni hanno doveri minimi. La comunione comporta la comunicazione matura, aperta e spassionata. Occorre tornare a parlarsi, reggendo lo sguardo e decifrando la gestualità, senza cedere alla tentazione di affidare tutto a una manciata di digitazioni ben pensate.

Che la vita ci dia sempre l’opportunità di essere in tempo per dire, per comunicare ciò che ci portiamo dentro. Perché forse non c’è peggior rimorso dell’ “avrei potuto dire, avrei dovuto parlare”. Com’era quel film? Ah, sì: “Le parole che non ti ho detto”.


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"In abito leggero di pellegrino" (Dante, Vita Nova), cammino nel mondo della comunicazione mossa da una costante curiosità e dall'amore per le storie. Sono una giornalista pubblicista, insegnante e Content Creator. Nella mia vita personale e professionale la scrittura è il baricentro di tutto: uno strumento di ricerca, cura e divulgazione. Nelle aule scolastiche cerco di trasmettere ai miei studenti il valore della conoscenza, mentre nel giornalismo e nel corporate storytelling traduco la complessità della realtà e l'identità dei brand in narrazioni capaci di emozionare e far riflettere. Credo fermamente che le parole abbiano una responsabilità e abito questa professione con etica, passione e autentico stupore.