“Tacere, mentre tutti parlano.

Guardare, ma non essere visti.

Diventare invisibili, senza doversi nascondere.

Non è solo una questione di buone maniere, convenzioni sociali, falsa modestia.

Essere discreti oggi significa prediligere l’ identità al posto della visibilità, l’ essere sull’ apparire”.

(Pierre Zaoui)

 

Come è solito fare già da tempo in questa rubrica di riflessione sui temi dell’essere e dell’esistere, si parte da una frase, una battuta che faccia da sintesi e allo stesso tempo da fondale a tutto l’articolo.

Oggi la battuta di apertura è affidata a un bel testo, che invito vivamente chi legge a prendere tra le mani. Si intitola: “L’arte di scomparire. Vivere con discrezione” di Pierre Zaoui.

Al tempo del chiacchiericcio e del parlare male e a sproposito, Zaoui invita a stare zitti e a essere discreti, a prediligere l’identità alla visibilità, l’essere all’apparire, la sostanza all’accidente.

La discrezione è descritta dal filosofo con due immagini: il provare piacere nell’ascoltare due bambini che giocano dietro alla porta e lo scrutare in silenzio la propria amante mentre dorme.

«È il privilegio di poter assistere alla propria assenza», direbbe Marcel Proust proprio a proposito della discrezione.

Selfie, l’ossessione dell’autoritratto, è la parola e l’atteggiamento della modernità. Far sapere al mondo attraverso i social cosa fai, come vesti, cosa mangi, con chi sei. Il mondo deve sapere che io esisto.

È vero che viviamo in una società in cui tutti sembrano cercare la fama, la notorietà. Ma in parallelo ci sono molte occasioni in cui, magari senza accorgercene, assaporiamo la gioia della discrezione. Per esempio quando si viaggia all’estero e si ha la quasi certezza di non essere riconosciuti.

In passato, la discrezione è stata spesso presentata come un tentativo di sottrazione, di ripiego, quasi una morte dell’Io. Per Zaoui, essere discreti è invece una prova di affermazione personale. La discrezione non è insomma un atteggiamento da penitente.

In una intervista a Zaoui, alla domanda “nella politica-spettacolo dei nostri giorni c’è ancora spazio per la discrezione?”, il filosofo ha risposto facendo sue le parole di Nietzsche, il quale diceva: “Sono le parole più silenziose che portano la tempesta. Pensieri che incedono con passi di colomba guidano il mondo”.

Se volessimo andare alla stessa parola “discrezione”, è possibile notare che essa parte da una radice lessicale già impegnativa perché rimanda al discernimento, al giudizio, all’oculatezza, dote ormai rara ai nostri giorni così sbrigativi, capaci solo di procedere a slogan e battute.

Ma quel vocabolo trascina con sé un corteo di virtù e di valori vari, come la prudenza, il tatto, la misura, il rispetto, la sensibilità. Soprattutto la discrezione va a braccetto con la riservatezza, che a sua volta si coniuga col pudore nel senso più lato del termine. C’è, infatti, un’intimità personale che ora è rubricata sotto il vocabolo “privacy”, ma che è qualcosa di più profondo perché racconta la storia segreta, interiore, esclusiva vissuta da ognuno. Essa è sovente custodita nella tomba della propria anima per sempre; tuttavia, può essere donata come segno di confidenza assoluta a un’altra persona a cui si è legati da un vincolo d’amore o di amicizia.

Sempre Zaoui – usando un’altra bella immagine – paragona l’atteggiamento della discrezione all’arte di camminare rasente i muri senza farsi notare. Quest’arte non deve solo essere una virtù ma deve diventare uno stile di vita.

Essa è tutto sommato un’esperienza periferica che non ha la pretesa di essere né centrale né decisiva, tanto è consapevole di dipendere da virtù molto più alte, come l’amore.

Possiamo definire, anzi, l’amore come la materia della discrezione e anche come la forma degna e libera di amore. Non sono, infatti, gli amori autentici gli amori più discreti?

Pertanto, il contrario della discrezione non è solo l’indiscrezione, il pettegolezzo, ma anche l’umiliazione, parola che nella sua etimologia significa letteralmente “sbattere l’altro faccia a terra”.

Se allora ci si vuole confrontare per davvero con il reale, bisogna passare attraverso il discreto, e ritornarvi sempre.

Seguendo le definizioni del filosofo che ha fatto da guida e voce in questo articolo, la discrezione è definibile come “bellezza a bassa voce”, “felicità per sottrazione”, “amore discreto”, “guardiano prezioso”.

Non è forse vero che l’unico modo di amare i propri figli non è quello di attaccarsi a loro ma crescerli soltanto per meglio lasciarli andare? E ancora: l’unico modo di amare davvero i propri amici non è forse quello di non volerli forzare alla propria presenza e convenienza, ma di prenderli quando vengono e lasciarli quando se ne vanno?

Nella vera discrezione non si tratta tanto – direbbe ancora Zaoui – di vedere senza essere visti, ma di una visione che non prende nulla, che non toglie nulla. Ma non è proprio questo che di solito chiamiamo amore, cioè la capacità di essere presenti senza imporsi, di darsi senza esibirsi, di percepire senza dominare?


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