Ti perdono.

Questione di accenti.

Ho scritto di un suo messaggio, senza che lo sapesse; senza che, in realtà, neppure sapesse che quella sua comunicazione avesse avuto un peso tanto specifico.

E allora le ho girato il link che l‘avrebbe portata alla lettura, dal momento che lei è anche una che di tanto in tanto attraversa guadi non confessati, i quali le impediscono di fatto di star dietro a tutto: spesso deve salvarsi e non sempre può star lì a leggere.

“Cercati… e trovati”, ho commentato sotto al link.

È passata qualche ora, come di consueto capita quando le scrivo o le indico qualcosa: lei non appare immediatamente ed è questo il suo potere. Lei possiede la caratteristica innata ed inconsapevole di comunicare nel più totale silenzio anche le sue impossibilità. Non risponde, non subito, ma è lì e arriverà. E lì è non c’è modo alcuno che consenta di dubitarne. C’è qualcosa in lei che te lo dice, senza mai dirtelo davvero.

Ed eccola, è apparsa.

“Se metti l’accento sulla a, invece che sulla e e sulla o… siamo noi”, mi ha scritto.

In altri termini ha trasformato il mio “cercati e trovati” in un totalmente diverso “cercàti e trovàti” , rivelando con il modo che dovrebbe essere dei letterati e, invece, in questo caso viene da una mente squisitamente matematica, che non esiste un limite specifico al potere di un sentimento.

Lei, lei che si esprime quotidianamente a suon di incomprensibili formule, svela a me che uso l’alfabeto come una carabina, tanto quanto come una carezza, la grandezza di un legame; e lo fa senza apparente sforzo.

Io, intanto, resto senza parole e ancora leggo, dopo una nuova pausa di qualche ora:

“E non ti ho detto grazie per questa emozione, che sto imparando che da te viene, come un fulmine inaspettato. Un lampo di luce in un buio non meglio precisato. Che poi, dopo, ne vorresti ancora…”

Lei, lei sta imparando: come ci conoscessimo da ieri.

Lei, lei sta imparando: lei che sposta gli accenti e trasforma le cose.

Lei, lei non ha detto grazie. Lei a cui ho poi riposto con la mia consueta legge vitale: “Grazie non si dice, grazie si fa. È per questo che non lo dici ed è per questo che lo fai, sempre”.

E quindi a lei, a lei che ne vuole ancora: posso poco, quanto niente, ma posso, ancora.

Un’àncora.


FontePhotocredits: Eich
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.