In “La chiave dell’ascensore“ , presentato dall’Accademia degli Artefatti/Florian Metateatro il 27 e 28 settembre, presso l’Oratorio Salesiano di Andria, la Kristof non perdona a suo marito la decisione presa per paura di essere arrestato dai sovietici.

“Due anni di galera in URSS erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera”. L’amara considerazione è di Agota Kristof, nata in Ungheria nel 1935. e costretta, da suo marito, nel 1956, a trasferirsi a Neuchatel in seguito all’intervento dell’Armata Rossa.

In “La chiave dell’ascensore“ , presentato dall’Accademia degli Artefatti/Florian Metateatro il 27 e 28 settembre, presso l’Oratorio Salesiano di Andria, la Kristof non perdona a suo marito la decisione presa per paura di essere arrestato dai sovietici. “La chiave dell’ascensore“ testimonia le difficoltà della vita di coppia, in cui l’io e il tu si mescolano in un gioco di ruoli tra vittima e carnefice, rapporto diviso anche territorialmente, un luogo di reclusione dove solo chi possiede la chiave giusta può ritrovare la libertà verso se stessi.

Gli argomenti trattati sembrano, incredibilmente, attuali. Il fenomeno migratorio citato dalla Kristof richiama alle brutture a cui assistiamo quotidianamente, scelleratezze politiche che generano caos organizzato e mirano a destabilizzare persino armonie familiari. Basti pensare alla separazione dei figli dalle loro madri voluta da Trump al confine col Messico, o al caso della nave Diciotti. Esempi lampanti per un racconto forse anacronistico ma con caratteristiche comuni alla vergognosa realtà che stiamo vivendo.