«La scienza ha promesso la felicità? Non credo. Ha promesso la verità, e la questione è sapere se con la verità si farà mai la felicità»

(Emile Zola)

Caro lettore, adorata lettrice,

eccoti un “caffè amaro”, infrasettimanale, perché non mi riesce proprio di ignorare quanto stiamo vivendo e che tanto ci spaventa.

L’emergenza dovuta al coronavirus ci fa riscoprire tutti più fragili, indifesi, attaccabili. Hai voglia a dire di chiudere le frontiere: il virus preferisce la business class ai barconi dei disperati. La quarantena di certo può servire ad arginare la diffusione del contagio, ma non il senso di smarrimento.

Mascherine, amuchina, supermercati presi d’assalto: basterà a colmare il senso di precarietà che ora ci attanaglia?

Perché, ad umile avviso di chi scrive, di questo si tratta, di terribile senso di precarietà, oltre che di tutto il resto che ti è già noto, visto che TV e giornali non fanno altro che riversarcelo addosso.

E invece c’è dell’altro. C’è che, con tutti gli sforzi che facciamo per rimuovere la paura della morte, oggi ci scopriamo definitivamente esposti. Non siamo immortali. Non siamo inattaccabili. Siamo deboli. Precari, per l’appunto.

Il coronavirus in questo non ha responsabilità, anzi, potrebbe persino avere dei meriti. Potrebbe ricordarci l’importanza di ogni giorno, il valore di ciò che diamo per scontato, la necessità di fare e ricevere il bene finché siamo in tempo, ché il tempo scade e questo dobbiamo saperlo, non dimenticarlo. Potrebbe anche indurci a essere più solidali, meno competitivi, più consapevoli che nessuno si salva da solo.

Ma la psicosi ha questo di terribile: il buon senso non basta, ognuno si chiude nel proprio orto, all’altro guarda con diffidenza. Mors tua, vita mea: che tu muoia può dispiacermi, ma in fondo non mi tocca. Quel che conta è che resti vivo io.

«L’untore! dagli! dagli! dagli all’untore!»: lo dice l’Occidente all’Oriente, il ricco al povero, il sano all’ammalato. Magari lo ripete ognuno di noi a chi gli passa accanto.

Pensa: ora lo dice persino il Sud al Nord! Il Sud che ha mandato i suoi figli migliori al Nord e che li invitava a ritornare, ora ci ripensa: restate dove siete, mettetevi in autoisolamento, anche se non avete sintomi, …non si sa mai.

Certo. Non si sa mai. Ma si sa che moriremo. In un modo o nell’altro, moriremo. Sarebbe perciò il caso imparassimo a vivere. Finché siamo in tempo.

Il coronavirus sarà debellato. Presto o tardi, speriamo prestissimo, la scienza troverà l’arma adatta a sconfiggerlo. Attendiamo che la scienza dell’anima continui a guarire il cuore dell’uomo. Da quel “sono forse il custode di mio fratello?” ad oggi, la ferita è ancora aperta…

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