Beni confiscati alla criminalità organizzata: a colloquio col Sabino Zinni, notaio e oggi consigliere regionale della Regione Puglia.

Pio La Torre, deputato del PCI assassinato nel 1982 dai corleonesi, fu il politico, che per primo, ebbe l’intuizione di combattere la mafia non solo da un punto di vista repressivo, ma anche patrimoniale: aggredendo quindi le enormi risorse economiche accumulate illegalmente dai boss. Come descriverebbe, alla luce dell’attuale scenario politico caratterizzato da tante luci e altrettante ombre, l’uomo e il politico Pio La Torre?

Pio La Torre è stato indubbiamente un politico molto coerente con se stesso: nasce in una famiglia molto povera e numerosa; avverte i morsi della fame e tra le altre cose ho scoperto, con molto piacere, che la sua famiglia materna era di origini lucane (esattamente di Muro Lucano, località geograficamente vicina alla nostra regione). In particolare, l’esperienza della povertà, le lotte bracciantili e il suo impegno di sindacalista al fianco dei braccianti agricoli, hanno segnato profondamente il politico del PCI che inoltre ha vissuto anche le difficoltà della prigione: ricordo che La Torre fu detenuto fondamentalmente per il suo pallino di sempre, ovvero agire, con ogni mezzo, al fine di ottenere la promulgazione di una legge che prevedesse la confisca delle terre dei ricchi latifondisti per affidarle ai tanti bisognosi. Tutte queste peculiarità appartenute a Pio La Torre, lo hanno reso una persona che a tutto tondo ha testimoniato fattivamente il suo credo, prima che parlarne. Quindi trattatasi di una figura autorevole, che è giunta in Parlamento con un profondo amore per la sua Sicilia, senza tuttavia nascondere a se stesso, e agli altri, i limiti della stessa. A tal proposito è importante ricordare un suo grande insegnamento: amare una terra o una persona non significa omettere di guardarne i limiti, ma guardarli con amore cercando di migliorarli. Tuttavia, e lo dico con rammarico, è stato un peccato che, come al solito, il nostro sistema politico ha dovuto aspettare la sua morte, avvenuta il 30 aprile del 1982, per prendere sul serio la lotta che aveva deciso di combattere. Tra le tante battaglie che ha combattuto, merita attenzione particolare la sua ferma opposizione rispetto alla costruzione dell’aereoporto di Comiso; tale contrapposizione non nasceva dal suo essere antiamericano, ma dalla visione che lo stesso aveva della Sicilia: una terra dove “costruire” pace e realizzare un aeroporto militare, come avamposto verso l’Africa, avrebbe generato invece un messaggio di guerra.

La normativa attualmente vigente, in materia di beni confiscati, prevede varie fasi nelle quali si articola il procedimento di confisca: il sequestro probatorio; il sequestro preventivo; il sequestro conservativo ed infine la misura ablativa definitiva della confisca. Dal sequestro alla confisca definitiva, in molti casi passano anni ed il tempo in molti casi gioca il ruolo di agente usurante tanto da rendere un bene praticamente inutilizzabile. Quali le modifiche che, anche alla luce della sua formazione giuridica, apporterebbe all’attuale normativa?

Pur occupandomi di politica ed essendo presente oggi nelle Istituzioni, non ho la pretesa, e tantomeno la presunzione, di poter suggerire delle eventuali modifiche da apportare alla normativa vigente in materia di beni confiscati alla criminalità organizzata. Ragionandoci, però, ritengo opportuno individuare una soluzione atta a preservare il perfetto equilibrio tra la primordiale esigenza di garanzia, anche patrimoniale, da riconoscere ai presunti mafiosi, e resa necessaria dall’applicazione del sacrosanto principio di non colpevolezza – vero e proprio caposaldo del nostro sistema democratico, che non può essere derogato per nessuno – e l’esigenza di evitare che le lungaggini peculiari del procedimento di confisca producano il deperimento del bene, rendendolo inutilizzabile ed antieconomico. Quindi, una misura attuabile, nelle more del procedimento della confisca dei beni, potrebbe consistere in un affidamento, sottoposto a termini e condizioni, ad associazioni operanti nel sociale. Più specificatamente, se nelle more dell’intero iter della confisca un bene fosse affidato ad uno dei soggetti giuridici, indicati analiticamente dalla legge, l’affidamento de quo ( il bene ovviamente andrebbe restituito, nell’ipotesi in cui il sequestro non dovesse trasformarsi in confisca definitiva) potrebbe rappresentare una buona soluzione, perché l’ente affidatario, pur non avendo la certezza di gestire definitivamente il bene, si occuperebbe della manutenzione ordinaria dello stesso, limitando i molteplici effetti nefasti prodotti dalla sua inutilizzabilità. Questo strumento giuridico inoltre troverebbe fondamento in tutte quelle ipotesi, regolamentate dal nostro ordinamento, nelle quali sussiste la piena coesistenza di diritti diversi sulla stessa cosa: faccio l’esempio di colui, che è titolare del diritto di abitazione su un immobile – quest’ultimo è un diritto temporaneo, diverso dall’usufrutto, e ancorato alla vita di chi lo abita, ma addirittura limitato dice la terminologia latina “sibi suisque” (cioè, se la mia famiglia, che è originariamente di cinque persone, diminuisce, il mio diritto di abitazione si contrae quantitativamente e qualitativamente) e di chi è nudo proprietario. Il titolare del diritto di abitazione, pur sapendo che il suo diritto è limitato nel tempo non trascurerà, ma si prenderà cura del bene. In conclusione, l’affidamento provvisorio (considerabile come una misura tampone) nelle more del procedimento della confisca è uno strumento, facilmente rintracciabile nel nostro ordinamento, che potrebbe arginare il problema riguardante molti beni confiscati e successivamente divenuti inutilizzabili.

Oggetto di confisca possono essere beni immobili e beni mobili. Soprattutto con riferimento alla seconda tipologia di beni, e volendo in particolare concentrare l’attenzione sulle aziende confiscate alle organizzazioni criminali, spiace constatare che lo Stato (si pensi al fallimento della catena di supermercati “Despar”, confiscati ad un prestanome del boss latitante Matteo Messina Denaro), non sia in grado di preservare i posti di lavoro “creati” dai mafiosi. Ritiene che sia auspicabile una seria rivisitazione della figura dell’amministratore giudiziario affidando, ad esempio, questo delicato ruolo a manager esperti in gestione aziendale?

Quando i beni confiscati per la loro natura sono aziende, queste necessitano di essere gestite da figure professionali dotate di una spiccata mentalità manageriale. È chiaro conseguentemente che il professionista chiamato a ricoprire il ruolo di amministratore giudiziario – organo terzo e portatore di determinate cautele connesse al suo delicato munus publicum – debba essere in possesso delle accortezze tipiche di un imprenditore. La mansione in questione non può essere, tanto per fare un esempio, ricoperta da un notaio che notoriamente ha la mentalità di chi garantisce le parti, ma non si sporca le mani nell’assumere, licenziare, avere contatti con i fornitori e stipulare accordi commerciali ecc… Urge pertanto una rivisitazione delle categorie professionali che possono accedere al ruolo de quo. Inoltre, l’amministratore giudiziario dovrebbe avere maggiore manovra d’azione, non limitandosi solo all’espletamento di una mera manutenzione ordinaria, ma propendendo verso una gestione lungimirante da attuare in un mercato, come quello attuale, che non ammette improvvisazioni. Per far questo ovviamente, questa importante figura dovrebbe essere fattivamente coadiuvata dall’intero apparato statale.

La legge 109/1996 segnò il secondo passaggio fondamentale, atto a rendere più efficace la normativa in materia di confisca dei beni alle organizzazioni criminali, prevedendo il c.d. riutilizzo sociale dei beni confiscati. In Puglia, habitat di diverse organizzazioni criminali, si contano molti beni confiscati in via definitiva. In qualità di consigliere regionale della Regione Puglia, Le andrebbe di raccontarci esempi virtuosi, presenti nella nostra regione, di riutilizzo sociale dei beni confiscati?

Nella regione Puglia coesistono molti esempi virtuosi di gestione dei beni confiscati, ma vorrei concentrare l’attenzione sulla città di Andria. In particolare un mio amico di vecchia data, Antonello Fortunato, con il suo centro Zenit ha avuto in affidamento un bene confiscato alla criminalità locale, trasformandolo in una vera e propria fucina di iniziative animate dall’amore per i più deboli. Non più tardi di qualche giorno fa è stata celebrata la giornata dedicata ai ragazzi affetti dalla Sindrome di Down ed in quell’occasione, Antonello ha scritto un pensiero che descrive al meglio, ciò che il suo centro quotidianamente cerca di porre in essere per queste persone speciali. Un altro esempio degno di attenzione è rappresentato dalla “Cooperativa Sant’Agostino”, che nell’ambito dell’agricoltura, nonostante le molteplici traversie generate principalmente dall’attuale congiuntura economica, svolge un lavoro egregio. Non mancano anche esempi di fallimenti in materia di gestione dei beni confiscati, ma a tal proposito ritengo utile ricordare ciò che diceva Aldo Moro: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Pur tuttavia la foresta continua a crescere”.

La bufera che recentemente ha investito l’ex Presidente dell’Ufficio Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, dott.ssa Silvana Saguto, ha scoperchiato una serie di notevoli interessi economici sapientemente nascosti dietro l’ormai poco credibile facciata dell’antimafia: menti raffinatissime le avrebbe definite Giovanni Falcone. Alla luce della Sua esperienza umana e politica, come definirebbe il concetto di onestà? Quali valori dovrebbero contraddistinguere uomini e donne, investiti di grandi responsabilità pubbliche?

Il concetto di onestà non è definibile, in quanto trattasi di un principio che sarebbe opportuno praticare, più che raccontare. Diffido molto da coloro che assurgono al ruolo di portatori sani di onestà, perché quest’ultima appartiene alla famiglia di quei valori così grandi, per i quali è possibile solo mettersi al servizio e mai esserne relatori o detentori. Riprendo un altro profondo pensiero di Aldo Moro, statista del quale sono letteralmente innamorato, secondo il quale il destino di un uomo non è raggiungere la felicità, ma cercarla incessantemente. L’onestà conseguentemente è una meta da cercare incessantemente, soprattutto da chi detiene il grande onere di amministrare la res publica. Un uomo pubblico deve pertanto testimoniare, con la sua azione silente ma efficace, il valore profondo del principio dell’onestà e non raccontarlo.


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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

1 COMMENTO

  1. Nella foresta che cresce in silenzio, è sempre bello ricordare l’esempio encomiabile del Centro Zenit, fiore all’occhiello della comunità andriese. Devo invece ammettere la mia ignoranza sull’esistenza di un bene confiscato gestito dalla Cooperativa S.Agostino. Di che bene si tratta?
    Sempre in tema di riutilizzo sociale dei beni confiscati, mi permetto di aggiungere l’ esperienza di Casa Santa Croce gestita dall’Associazione Migrantes, riconosciuta da più parti come esempio virtuoso nell’ambito dell’accoglienza. Anche se non citata nell’intervista, sono sicuro che nell’immaginario dell’autore Casa Santa Croce, così come gli altri beni, rientri tra le esperienze positive che alimentano quella foresta silenziosa, che continua a crescere nonostante se ne parli troppo poco.

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