Le olimpiadi in un mondo cambiato

Si parte da un tentativo di colpo di stato, che cercò di ristabilire un regime dittatoriale in Spagna, peraltro con tanto di diretta parlamentare. Il golpe di Antonio Tejero fallì, ma la Spagna si interrogò sull’accaduto e cercò di risaldare l’unità nazionale, in un Paese che ha già forti pressioni provenienti dalle autonomie regionali, che spesso ne hanno minato l’integrità (ricordate il 2017).

Il re Juan Carlos e tutta la nazione, con l’importante influenza di Samaranch, Presidente del CIO e soprattutto catalano, promossero allora la candidatura di Barcellona che nel giro di pochi anni si trasformò in una città moderna. La selezione avvenne il 17 ottobre 1986 con la città spagnola che sbaragliò la concorrenza di Parigi, Brisbane e Belgrado. Belgrado, la Jugoslavia quindi, in quegli anni conosceva la disintegrazione del vecchio stato socialista e la nascita di entità nazionali. Dopo l’indipendenza quasi indolore della Slovenia, seguì quella più sanguinosa della Croazia, che avrà la sua gloria proprio ai Giochi di Barcellona. Il Muro cadde e le due Germanie tornarono a competere sotto l’unico tricolore nero, rosso e oro. E poi ci furono tanti stati, quelli delle ex repubbliche socialiste, che competerono sotto l’egida di uno Stato praticamente inesistente: la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI).

La fiesta, ancor prima della Catalogna che della Spagna, iniziò allo Stadio della Montjuïc il 25 luglio 1992 e fu davvero una festa di popoli e di colori. Ben 169 le rappresentative presenti, quasi 9400 atleti, di cui 2704 donne. Re Juan Carlos di Borbone diede il via alle Olimpiadi che precedette la freccia scintillante di Antonio Rebollo, arciere e ultimo tedoforo, che infuocò il braciere olimpico.

Nell’atletica leggera si registrò il flop americano.

Dopo Abrahams e Wells, Linford Christie, originario della Giamaica, a trentadue anni vinse i 100 metri, lui che quattro anni prima era arrivato secondo per altrui squalifica (Ben Johnson). Gli Stati Uniti si rifecero sui 200 metri con Marsh ma soprattutto sui 400 metri a ostacoli, dove Kevin Young vinse l’oro e stabilì il primato mondiale (46’’78), sotto gli occhi di sua maestà, Edwin Moses.

Gail Devers vinse i 100 metri.

La statunitense cercò la doppietta “atipica” sui 100 metri a ostacoli. All’ultimo ostacolo inciampò e la vittoria andò all’incredula Paraskevi Patoulidou.

Ma le sorprese e le cadute furono tante. Lo zar dell’asta, Sergej Bubka fallì la misura di 5,70 per due volte e tentò poi 5,75 senza successo. La vittoria nell’asta andò a Maksim Tarasov. Sorprese l’affermazione dello spagnolo Fermin Cacho nei 1500 m e di Dietrich Baumann nei 5000.

Il ceco Jan Zelezny vinse nel giavellotto, mentre Javier Sotomayor, che nel 1993 stabilì il primato del mondo nel salto in alto (2,45 m), trovò il salto decisivo a 2,34 m. Lewis vinse altri due ori, nella staffetta 4×100 ma soprattutto nel salto in lungo, dove si vendicò della sconfitta patita a causa di Powell un anno prima al mondiale di Tokyo, dove il suo connazionale aveva stabilito il record del mondo e quindi vinto l’oro. Marie José Perec, francese, a Barcellona iniziò la sua serie di ori che continuerà ad Atlanta. Importante anche l’oro dell’algerina di Hassiba Boulmerka nei 1500 m, più forte delle avversarie e dell’integralismo religioso.

Nel nuoto un nome di tutti: Aleksander Popov. Il russo vinse i 50 m sl davanti a Matt Biondi e Tom Jager. Krisztina Egerzsegi, ungherese, vinse altri tre ori a Barcellona, mentre la Cina si affacciò in vasca vincendo alcuni ori, prendendo il posto delle polemiche e dei dubbi della Germania Est.

Barcellona sarà l’Olimpiade del Dream Team, la squadra di Basket stellare che stracciò tutti gli avversari. Magic Johnson, Michael Jordan, Charles Barkley, Scottie Pippen, Karl “il postino” Malone e Larry Bird sono solo alcuni dei nomi di quella squadra iconica che sotto la guida di Chuck Daly vinse l’oro contro la Croazia – ecco il momento di gloria – che in finale riuscì, seppur per poco, a tener testa agli extraterrestri.

Nel calcio la Spagna, che ci eliminò ai quarti, vinse l’oro contro la Polonia. Tra gli undici, alcuni giocatori che avrebbero poi fatto parte della nazionale delle Furie Rosse come Alfonso, Ferrer, Guardiola, Luis Enrique e Kiko. Delusione azzurra nel calcio, delusione azzurra anche nel volley dove da campioni del mondo ci si attendeva qualcosa di più. L’Olanda ci eliminò ai quarti e rimandò l’appuntamento con l’oro a quattro anni dopo, ma come vedremo l’arancione ci fu ancora una volta indigesto. L’Olimpiade italiana non fu memorabile, ma il gancio con gli sport di squadra ci rimanda all’oro vinto nella pallanuoto dai nostri ragazzi contro i padroni di casa. Ratko Rudić e i suoi ragazzi vinsero una partita memorabile, una tonnara fatta di acqua schiumante e colpi al limite del sangue. Dopo Londra 1948 e Roma 1960, il Settebello tornava sul gradino più alto del podio. Oltre alla pallanuoto, le gioie (poche) vennero dal ciclismo, dalla scherma e dalla canoa. Ferrazzi Pierpaolo, veneto di Bassano del Grappa, fu la prima medaglia d’oro nel kayak. La scuola jesina di scherma consegnò un altro talento, quello di Giovanna Trillini, oro nel fioretto individuale femminile e nella prova a squadra. Il pistard Giovanni Lombardi vinse la corsa a punti maschile portando il primo dei due ori dal ciclismo. L’altro è un ricordo commuovente e malinconico, quello di un ragazzo ventiduenne che a Barcellona ottenne il suo successo più bello, il podio più alto nella prova in linea. Stiamo parlando di Fabio Casartelli. Il ciclista di Como arrivò primo al traguardo, anticipando Dekker e Ozols. Tutti e tre alzarono le braccia per la vittoria, in un momento unico di sport. Tre anni dopo, nella tappa del Tour Saint-Girons a Cauterets, Fabio cadde e la sua testa urtò contro un paracarro. Inutili furono purtroppo i soccorsi. Il giovane corridore lasciò la moglie e il piccolo Marco, nato qualche mese prima.

Due argenti furono due ori mancati: quello degli Abbagnale e di Peppiniello Di Capua nel due con e quello di Vincenzino Maenza nella lotta greco-romana. Altri tre argenti e otto bronzo chiusero una spedizione italiana non certo esaltante con il dodicesimo posto nel medagliere.

Il medagliere fu vinto dalla CSI, che fece un bottino di 45 medaglie d’oro, sei delle quali ottenute dal bielorusso Vitaly Scherbo, ginnasta dell’impossibile. Secondi furono gli americani, seguiti da Germania, Cina e Cuba. Sorprendente l’Olimpiade dei padroni di casa che vinsero tredici ori, sette argenti e due bronzi.

Una delle edizioni più belle di sempre si chiuse e consegnò la bandiera olimpica ad Atlanta, città della Coca-Cola.

Lì i mercanti entreranno prepotentemente nel tempio…

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