Io andrò a votare, come faccio sempre dal 1972, perché mi diverte votare

Caro Direttore,
la frenesia degli ultimi giorni di campagna elettorale mi induce un senso di pace e di serenità.

Fra meno di una settimana la frenesia ripartirà per dare un governo al Paese, ma io non rinuncerò al mio stato di grazia. I partiti troveranno un accordo, magari minimo ma lo troveranno, per una ragione assai semplice: nessuno dei circa mille eletti vorrà tornare al voto il giorno dopo, e il presidente Mattarella vorrà evitare in tutti i modi una eventualità del genere. Per questa ragione, fra una settimana, oltre ai soliti proclami, partiranno le trattative, esclusa l’eventualità che uno degli schieramenti abbia la maggioranza assoluta. Magari mi sbaglio, ma non riesco a vederla, questa eventualità.

La necessità di trattare, di cercare un compromesso (la sostanza della politica, lo diceva anche Ratzinger) abbasserà i toni. Renzi non annuncerà il diluvio dopo di lui; Berlusconi si scorderà delle mille promesse (colpa anche dell’età); Salvini non griderà più “o Roma o morte”, magari non importunando pure il Vangelo e il Rosario; Di Maio la smetterà di giocare con la lista dei ministri improbabili, come fanno i ragazzini con il lego; la Meloni lascerà perdere l’idea di premier donna, che poi sarebbe lei stessa.

Anche durante le trattative non mancheranno anatemi e baruffe, ma saranno ancora più finti che in campagna elettorale. Si andrà alla sostanza e si parlerà di ruoli (che non sono solo poltrone, come pensa qualche rivoluzionario in ritardo). Si parlerà di leggi e di costi, si stabiliranno priorità e competenze. Si recupereranno in privato i toni che adesso solo Gentiloni (un grazie a lui) può permettersi in pubblico. Vedremo.

Io andrò a votare, come faccio sempre dal 1972, perché mi diverte votare. Se potessi dare un suggerimento al prossimo Parlamento, proporrei di votare all’unanimità una legge elettorale maggioritaria, l’unico modo per avere un governo il giorno dopo il voto. Sarebbe una scelta seria, in un momento storico di grande frammentazione politica, sarebbe un modo (forse) per evitare campagne elettorali canagliesche e violente come quella che si sta concludendo. So bene che il mondo tutto è in subbuglio, ma noi non eravamo la patria della civiltà e del diritto?

Sì, eravamo.


Fontecommons wikipedia
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Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. Nel 2015 ha pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni. Nel 2017 ha pubblicato "Il cane straniero e altri racconti" (Tabula Dati).