[uap-logout]Partire come pellegrini diversi. Col cuore lacerato

Domani riparto. Di nuovo in Palestina. Di nuovo per guidare un gruppo: questa volta di 60 persone.

Per chi non è mai stato in Palestina è difficile intendere lo stato d’animo che segna la vigilia della partenza.

I credenti – ebrei, cristiani, musulmani – possono lasciarsi prendere da una certa enfasi dettata dal sentimento religioso e con la mente provano ad immaginare e anticipare le emozioni che sorgeranno in loro dalla visita dei luoghi sacri.

I non credenti possono partire per la Palestina inseguendo il fascino di una terra unica al mondo, vero tesoro a cielo aperto di storia e tradizioni, crogiolo di culture che hanno segnato, nel bene e nel male, la storia del mondo.

Molti volontari partono per la Palestina con l’intento dichiarato di essere operatori di pace, magari per scortare aiuti umanitari, penso agli eroi di Freedom Flotilla, o per interporsi tra i contadini arabi intenti a coltivare i loro olivi e le milizie israeliane che occupano illegalmente la Striscia di Gaza o la Cisgiordania.16035181719_2bbd22fd2c_k

(www.flickr.com)

Chi, come me, è un credente, un laico e un volontario, ed è già stato numerose volte in Palestina, parte con una sorta di morsa che lo afferra allo stomaco.

Perché io ho già visto. Io già so cosa mi attende. E so che soffrirò. Perché attraversare la Palestina e guardare dove i più non guardano, significa lasciarsi straziare dallo spettacolo della sofferenza ciecamente inflitta e ingiustamente subita.

Significa visitare sì il Santo Sepolcro, la Spianata delle Moschee, il Muro del pianto, la Basilica dell’Annunciazione o quella della Natività.

Ma significa anche attraversare il Muro di apartheid voluto da Israele per incarcerare un popolo intero. Vuol dire alzarsi alle 4 del mattino per andare a vedere cosa succede al checkpoint di Betlemme e come vengano umiliati i palestinesi che si recano a Gerusalemme per fare i lavori che gli israeliani non vogliono fare.

Significa visitare campi profughi come quelli di Dheisheh o Aida o campi nomadi come quelli dei Jahalin, nel deserto di Giuda. Significa ascoltare testimoni ispirati come rabbi Jeremy Milgrom o Daniela Yoel, missionari dal cuore dilatato come suor Donatella del Caritas Baby Hospital o Madre Pia Belen della Hogar Niño Dios, a Betlemme.

E significa sentirsi lacerare, impotenti, indignati, incapaci di tacere e dimenticare.

Significa accettare di diventare “pellegrini diversi”.

Un amico, a cui confidavo il senso di stanchezza che avverto ancor prima di partire, mi ha scritto che visitare la Palestina da “pellegrini diversi” vuol dire accettare di mutarsi in magneti di passione e condivisione per quella terra: una scelta indispensabile, ma profondamente umana. E che comporta sofferenze.

Del resto, il “restiamo umani” di Vittorio Arrigoni ha ancora tanto, tantissimo da insegnarci.

reminiscence

(https://flic.kr/p/9PJuT5)


Fonteit.wikipedia.org
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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...