“Il vero amore può sconfiggere tutto, tranne se stesso. Ed è per questo che, chi ama davvero, comunque vada, qualunque cosa succeda, non riuscirà a spegnere quella fiamma che ha dentro. Vivrà di quella gioia e di quel tormento, per sempre”

(Francesco Memmola)

Chi ama davvero.

Esiste una misura del vero amore o esiste una declinazione più o meno vera dell’amare davvero?

Penso sinceramente di essere piuttosto stanca della risposta che credo ne conseguirebbe, ovvero: non si può dire cosa sia o meno universalmente vero amore, poiché tutto è relativo, dipende da troppe variabili, quindi nessuno ha il diritto di dire cosa sia più o meno reale, o quantomeno credibile.

Penso sinceramente di essere proprio esausta di questa molle plastilina del sentimento.

Tutto sarebbe controvertibile, niente potrebbe dirsi certo.

Orbene, questa cultura della confutabilità ad ogni costo è oltremodo stucchevole, perché NO, l’amore non è qualcosa di opinabile. È, invece, ontologicamente non solo universale, ma universalmente necessario.

E allora sì, chi ama davvero non potrà mai spegnere quella fiamma, perché chi ama lo fa a prescindere. Chi ama è Amore, non potrà mai rinunciare a sé.

La differenza quindi non sta nel sentimento, ma nei soggetti di quel sentimento.

Colui che ama, ama incondizionatamente una margherita, tanto quanto un altro essere umano; e se si tratta di un quadrupede, può dirsi amore eterno ed eternamente ricambiato, senza dover aggiungere nulla. Se si tratta di bipedi, beh, lì iniziano i dolori, perché loro non sono tutti Amore universale, ma sono anche quelli che votano il partito dell’opinabilità.

E allora amore vero, amare davvero?

Quando questo mondo dalla ruota panoramica perversa ricorderà cosa vuol dire: amare davvero non è un fatto di opinione che cambia a seconda delle categorie di chi la esprime.

Non esiste un amore per ciascuno. Esiste l’Amore che rispetta, l’Amore che non prevarica, l’Amore che dona e prende insieme, l’Amore che abbraccia e l’Amore per eccellenza: quello che rinuncia, quando gli si chiede di rinunciare e lo fa gratuitamente, senza mai ed in alcun modo esigere contropartita.

Perché, un dettaglio, l’amore millantatore che si definisce tale, pur non sapendo fare niente di quanto sopra, non è amore per l’altro, ma bassissima autoreferenzialità. Anche lei inconfutabile, anche lei portatrice di un solo appellativo: ‘abominevole’ (con buona pace degli abomini del Levitico e di chi ancora non ha imparato a leggerli senza anacronismo).

In ultimo esiste una sottile differenza: l’Amore platonico e l’Amore della cura costante, quella che può avere ottordiecimilioni di forme, però ad una cosa non potrà mai rinunciare, la presenza.

Un genere di presenza che nell’Amore come lo sto intendendo, universale, è un luogo per chi ha avuto fortuna, ma può essere ovunque ed in qualunque modo, per tutti gli altri che ancora sanno provarlo, sentirlo, donarlo e servirlo.

Se ho qualcosa contro Platone? Assolutamente no. Ma fra lui e Pindaro… la reciprocità va a farsi friggere! Ed io di fritto, amo solo i panzerotti.

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FonteIn copertina: la statua dell’amore di Ali e Nino, in Georgia
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.