Lascia che tutto ti accada, bellezza e terrore.
Continua ad andare avanti.
Nessuna sensazione è definitiva.

(Rainer Maria Rilke)

Consultando la programmazione cinematografica del momento, il titolo “Jojo Rabbit” passa, inizialmente, inosservato. Accomodandosi, però, su una confortevole sedia di fronte allo schermo si assiste ad uno spettacolo senza precedenti, unico nel suo genere, la delicata rappresentazione della Germania Nazista raccontata dagli occhi di un bambino, occhi accecati da stupido e, quanto mai, ridicolo fanatismo, occhi colmi di lacrime e sangue, occhi sognanti di libertà e inappetenti d’amore.

Tratta dal romanzo “Come semi d’autunno” di Christine Leunens, la pellicola vanta sei candidature agli Oscar (Miglior Film, Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Migliore Scenografia, Miglior Montaggio e Migliori Costumi). Diretto, sceneggiato, prodotto ed interpretato dal neozelandese Taika Waititi, “Jojo Rabbit” ricalca il solco lasciato da “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin soprattutto nel ruolo di un Adolf Hitler istrionico ed isterico, buffo nell’altissima qualità recitativa offerta dallo stesso Waititi, angelo e diavolo sulla spalla dell’esordiente Roman Griffin Davis, Jojo appunto, codardo come un coniglio, ma coraggioso nella paziente ricerca di carote, magistrale nell’essere punto cardine dell’intero lungometraggio.

Le musiche di Michael Giacchino scandiscono il tempo di un montaggio che Tom Eagles gestisce alla perfezione, alternando ritmo incalzante a pause di riflessione, scene e frame che si susseguono con sempre maggiore consapevolezza, dividendo a metà un’umanità che pare accettare, inerme, il corso degli eventi. Così al buonismo di un empatico Sam Rockwell, uomo di legge come nel premiato “Tre manifesti a Ebbing, Missouri“,  e di una trascinante Scarlett Johansson, si contrappone l’azione squadrista delle SS teutoniche, propaganda bellica di superiorità ariana, odio razziale celato fra le silenti e rumorose mura di un’anima messa in salvo, un fantasma in carne ed ossa, Elsa, amica dei morti, Elsa, amica di Jojo, Elsa, abbandonata da Nathan, il fidanzato che cerca di legare a sé nei corridoi bui di sbiaditi ricordi. Elsa, ovvero Thomasin McKenzie, l’ebrea con corna ed ali, lo stereotipo da demonizzare, il capro espiatorio da catturare e spedire nei campi di concentramento, la responsabile dei disastri finanziari berlinesi, la Musa ispiratrice e l’arpia senza cui il Mein Kampf non sarebbe mai esistito. Una Anna Frank come tanti altri, insomma, la vergognosa rivisitazione di chi si fregia, ancora, del titolo di negazionista.

Le note dei Beatles e di David Bowie fanno viaggiare il pubblico sui binari che collegano fiaba e satira, il “Train de Vie” che rimanda a “La vita è bella”, la velocità di una storia da raccontare, il passo felpato di Jesse Owens che irrompe nel razzismo con la stessa forza dirompente e conquistatrice di Winston Churchill, un saluto accennato, “Heil Hitler!”, la Shoah di emozioni, l’addio di figli strappati a genitori, e viceversa, lacci che uniscono idealmente famiglie, cimeli di guerra da esporre in piazza come macabri trofei, deterrente di un giusto tradimento al caro prezzo della libertà.


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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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