“Io non visito le città, lascio che entrino dentro di me, per osmosi”  (S. Weil)

 

Prosegue il meticolosa impegno editoriale della coppia, nel lavoro e nella vita, composta da Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito. Dopo l’Amicizia pura, la Dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano, Una Costituente per l’Europa, il Padre Nostro, tutti testi editi da Castelvecchi, ecco un altro lavoro condiviso, in cui vengono ricostruiti i viaggi di Simone Weil in Italia.
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Viaggio in Italia (Castelvecchi, Roma 2015, pp.128, €16,50) raccoglie, infatti, le lettere che Simone Weil indirizza all’amico Jean Posternak e ai suoi genitori, tra l’aprile del 1937 e l’agosto del 1938, in occasione di due suoi viaggi in Italia.

Il primo viaggio ebbe infatti luogo tra il 23 aprile e il 16 giugno 1937, il secondo tra il 22 maggio e il 31 luglio 1938. Due permanenze non brevi, ma nemmeno lunghe quanto Simone Weil avrebbe desiderato, assetata com’era della bellezza rivelata dalle opere dei nostri grandi artisti, da Giotto a Leonardo da Vinci, da Michelangelo a Mantegna, tanto per fare dei nomi, attraversando città che lei avvertì subito come “sue”: Firenze su tutte, ma anche Milano, Padova, Venezia, Roma, Assisi. Le sue lettere documentano esperienze estetiche e spirituali, nella più larga accezione del termine, ma anche nella più profonda. Solo qualche esempio: dall’ascolto della Incoronazione di Poppea, di Monteverdi, eseguita nel Giardino di Boboli, alla contemplazione estatica dell’Ultima Cena di Da Vinci, in Santa Maria delle Grazie, a Milano; dal Giotto della Basilica di Assisi a quello della Cappella degli Scrovegni, a Padova.

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Qui, i due curatori giustamente ricordano, con sobrietà e con rigore, l’esperienza da Weil raccontata nella sua Autobiografia spirituale, quando scrive che nella Porziuncola, ovvero nello stesso luogo in cui Francesco aveva tante volte pregato, lei, atea o per lo meno agnostica, certamente lontana fin lì da qualsivoglia esperienza di preghiera, si sentì, per la prima volta nella sua vita, obbligata a inginocchiarsi, obbligata da una forza interiore, ma a lei estranea,

Ma il Viaggio in Italia non racconta solo questo. Documenta anche la curiosità intellettuale e la libertà di sguardo, l’ampiezza di vedute con cui Simone Weil studia e osserva il popolo italiano nel suo rapportarsi col fascismo. È fortemente incuriosita dalla volontà di capire quanto il fascismo sia penetrato nelle coscienze degli italiani, della gente comune in particolare. Vuol percepire quanto disti il livello della propaganda ufficiale da quello assimilato delle anime, ma il suo punto di vista, che emerge chiaramente dalle sue lettere, è più quello di chi registra il fenomeno che non quello di chi lo giudica.

Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito hanno suddiviso in tre parti il loro lavoro: nella prima (pp.11-27) si snoda il racconto dei giorni di Simone Weil in Italia; nelle seconda (pp.29-29-71) si offre la versione italiana delle lettere a Posternak e alla famiglia (si tratta di testi in buona parte editi per la prima volta in italiano), nella terza (pp.73-90)si analizza l’itineranza incantata della Weil nel nostro Paese.  Impreziosiscono il libro la bibliografia, le note accurate e una nota biografica sulla Weil (pp. 91-125).
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Un libro che può così essere letto davvero da un pubblico vasto: non solo dagli esperti, che troveranno rigore scientifico e abbondanza di riferimenti critici, ma anche da quel numero via via crescenti di lettori che desiderano accostarsi ad una figura così singolare, e in gran parte ancora di là da conoscere, come quella rappresentata da una donna vissuta appena trentaquattro anni (dal 1909 al 1943) che ci ha lasciato in eredità un autentico “deposito di oro puro”.

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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