QUANDO VERTICISTICAMENTE SI PROGETTA IL VERDE, LE ESIGENZE DEI CITTADINI NON CONTANO NULLA

Il verde pubblico non è stato mai in cima ai pensieri, ai sentimenti ed alle aspirazioni degli amministratori (eufemismo) della città del pittore “Giuseppe De Nittis”, che, invece, provava grande attrazione e profondo rispetto per il mondo della natura, lussureggiante nell’impressionismo dei suoi capolavori.

Loro, non avendo mai avuto una visione del futuro, un orizzonte verso cui procedere, un progetto unitario, non hanno mai amato gli spazi verdi. Neppure se ne inteneriscono. Minimamente. Anzi… Aree sprecate. Per l’affaristica visione della vita, a scapito degli indigenti e del territorio. Ed esibiscono la spudoratezza di proclamarsi campioni di democrazia, esperti di politica!

Se venissero, infatti, lottizzate, senza lasciarne neanche un palmo, – che dire? – un centimetro quadrato, ed anonimi palazzoni ad alto indice di edificabilità svettassero squallidamente, gongolerebbero di gioia e brinderebbero con il rosso “Barletta” assieme alla voracità della nutrita corte di palazzinari e sedicenti tecnici di ogni risma od ordine corporativo.

Per fortuna dei cittadini, le norme europee e nazionali impongono parametri, sia pure molto esigui, quasi irrilevanti, da rispettare, altrimenti il grigio-cemento stuprerebbe persino il verde della fascia tricolore e della statua bronzea di Eraclio.

Nel lontano passato, si tentò di lottizzare “Villa Bonelli”, e mal gliene incorse al mite vigile urbano Emilio Colangelo, una bella figura di persona, cittadino, professionista e tenace politico, sensibile agli interessi del proletariato, che si oppose fieramente al folle progetto tra la codardia, la pavidità ed il tradimento di tanti pseudo ambientalisti dell’ultima ora. Per la sua scomposta reazione, addebitabile all’incontenibile rabbia di vedere sfumare la pregevole villa, venne sospeso dal servizio e sottoposto a processo.

Quando, poi, accade –  e non si è comprende mai per quali arcani misteri ed intrighi – che i sedicenti politici prestino attenzione al verde pubblico con timidi vagiti e prudenti pigolii, i risultati sono clamorosamente disastrosi ed inadeguati. Sul piano ecologico. Salutistico. Estetico. Funzionale. Ed i costi, da capogiro. Tanto… le pazienti mucche da mungere sono sempre pronte ad offrire le loro vuote mammelle!

A Piazza Sant’Antonio, alcuni lustri addietro, venne piantumata in una angusta aiuola un’accozzaglia di piante arbustive ed arboree, per incorniciare l’ubiquitaria statua di padre Pio. Furono spesi, in quell’occasione, oltre trenta milioni di lire, e si dovette assistere successivamente al progressivo diradamento per l’intercessione del santo dei miracoli a cui si erano rivolte, lacrimanti di rugiada, le numerose piante. Era paradossale, nell’occasione, inoltre, il fatto che le autorità cittadine presenziassero alla cerimonia, senza che l’insediamento del sacro busto avesse ottenuto ufficiale autorizzazione.

Giardini “Baden Powell”. Un intero riquadro, sconnesso ed ingombro di calcinacci, affacciantesi su via Leonardo da Vinci, in zona Patalini, era stato riservato per la realizzazione di giardini. Di punto in bianco, una striscia di terreno venne sottratta per costruire alloggi popolari. Si correva, perciò, il rischio che col tempo il bulimico appetito divorasse l’intera superficie. Allora, giovani e gente attempata, acquistarono palme e le piantumarono, per sollecitare l’Amministrazione ad assumersi urgentemente le sue responsabilità.

Quando la notizia arrivò al palazzo, gente zelante propose di denunciare coloro che avevano osato “senza autorizzazione” rigenerare e riqualificare un suolo in completo degrado. Prevalse fortunatamente il buon senso di qualcuno ancora in equilibrio con la ragionevolezza, e non se ne fece nulla, per il rischio, evidenziato, di precipitare nella voragine del ridicolo. A distanza di anni, finalmente l’inefficienza fu accantonata, ed i Giardini “Baden Powell” videro la luce. Ora, “la villa dei cani”, come molti la definiscono, consente agli amici dell’uomo di scorrazzare a proprio agio.

In zona “Settefrati”, negli ultimi anni, le betoniere di calcestruzzo hanno lavorato alacremente, ed in poco tempo tutta l’ampia superficie è stata occupata da imponenti edifici. Oibò, percorrendola, si rimane sgomenti, quando ci si imbatte in una esigua, sottile lingua triangolare alla quale ultimamente è stata prestata un po’ di distratta e sommaria attenzione.

Piazza “Aldo Moro”, ristrutturata, poteva ospitare, nella nuova versione, una bella famiglia di essenze arboree, regalando ombra, umidificando l’aria, producendo ossigeno e generando bellezza. Invece, brilla per la sgargiante esiguità di vegetazione.

Strangolati da una distesa di basole calcaree, intervallata da linee basaltiche, faticano a sopravvivere, gli sparuti lecci, sempreverdi, dalla chioma tinteggiata di ruggine, messi a dimora.  L’esiguo spazio di terreno, a loro riservato, infatti, a mala pena accoglie quattro gocce di acqua piovana, carica peraltro di nutriente particolato. Le radici ansimano nella forsennata ricerca di aria. Tanti cani, amara consolazione di gente angustiata dalla solitudine della civiltà individualistica, deliziano gli alberi delle ghiande con i loro griffati escrementi.

Alcune panchine servono l’ampia piazza, dove si riversa, in ogni stagione dell’anno, in ogni condizione climatica, la fiumana dell’affaticata gente della campagna. Meno posti a sedere, per i “cafoni” di Tommaso Fiore, di quanti ne offre la più modesta dimora casalinga. Forse… per punirli, a loro insaputa, dello sconsiderato uso del glifosate, seccatutto responsabile dell’ecatombe di erbe, animali e persone.

Giardini pubblici nei pressi della Stazione ferroviaria. Per anni, lecci, pini, buganvillea, alberi del pepe, palme e siepi di ligustro hanno vegetato magnificamente. Le loro radici venivano rifocillate dalla pioggia, e l’arieggiato terreno le faceva respirare. Nei pressi del Bar “Nicolino”, la leggiadria di alcune buganvillee, spettacolari per la cascata di colore violaceo ed il sinuoso portamento, ammaliava quanti, piccoli e grandi, soavemente gustavano il prelibato gelato artigianale.

In una luminosa giornata di primavera, arrivarono allegre frotte di scolaresche che consegnarono la carta d’identità alle varie famiglie di alberi. A sollecitarle, nell’iniziativa culturale e civile, era stata, la maturata consapevolezza che nessuno di loro ne conosceva il nome, la storia, le esigenze e l’importanza ecologica. E… senza conoscenza, per Don Milani ed i loro insegnanti, non esiste rispetto ed amore.

Durante le afose serate estive, tanti barlettani, che non disponevano della seconda casa in campagna, trovavano facilmente posto a sedere sulle panchine continue che delimitavano le aiuole. Si godevano la frescura, socializzavano tra di loro, ed i bambini, sotto l’occhio vigile dei genitori potevano rincorrersi, giocare a nascondino, o muovere i primi incerti passi con le biciclettine.

Con una delibera comunale, si decise di provvedere al rifacimento dell’intera superficie. Poteva essere offerta una grande opportunità di reale valorizzazione del territorio. Se i cittadini fossero stati coinvolti nel partecipare. Invece, tutto rimase blindato nelle mani verticistiche degli addetti ai lavori. E’ quindi avvenuto che…

Pars destruens. Molti alberi, sradicati. Panchine continue, smantellate. Siepi di ligustro, espiantate. Schede informative, cestinate.  Le stupende buganvillee?  Continuano, presumibilmente, come si vocifera, a confidare ogni sera alla luna, in qualche villa privata, impreziosita dallo splendore delle brattee vistosamente colorate di viola, il loro disappunto di solitudine ed emarginazione.

Pars construens? Accorpamento dei due plessi arborei e costruzione di bagni pubblici. Realizzazione di due pacchiane vasche a semicerchio, dalle acque perennemente limacciose. Panchine di metallo, paurosamente insufficienti nelle sere estive; pietose, invece, di mattina per i tanti anziani, ai quali dovrebbero essere offerte, in ottemperanza all’art. 3 della Costituzione, dignità e rispetto della persona, con opportunità, come orti sociali e laboratori creativi. Uno sconfinato lastricato di pietre calcaree, con qualche linea basaltica. Lecci moribondi. Palme falcidiate dal punteruolo rosso. Stuoli di cani… liberi di infiorettare il discontinuo manto erboso con decorative deiezioni nauseabonde, avvertite con disgusto, assieme a tutto il progetto, dall’accigliata statua del battagliero pittore Giuseppe De Nittis.

Giardini del Castello Svevo. Era autunno inoltrato, quando furono avviati i lavori di ristrutturazione. Per il progettista bisognava eliminare tutte le essenze arboree che in qualche modo potessero ridurre la visibilità della nuda roccaforte. Sotto le feste natalizie, perciò, facendo scempio di centinaia di alberi di alto fusto, si diede vita ad una colossale montagna di scarti vegetali.

Parco di Ponente. Recente realizzazione che si affaccia sulla litoranea di ponente. Perché la gente lo potesse ammirare e deliziarsene con tranquillità sono stati persino inseriti lungo la strada impietosi congegni di velocità. Accade, quindi, che rimanga inorgoglita della solida piattaforma di cemento, intervallata di ghiaia, corredata da quattro giochini per bambini ed… un ciuffo di striminziti alberelli. Vi regna sovrana una perenne desolazione. Costo dell’opera –  udite, udite! – un milione e duecentomila euro.

Per converso, dopo alcuni mesi di lavoro, nella vicina Bari, in un lembo della Caserma “Rossani”, dove un tempo si addestravano giovani per devastare paesi stranieri, massacrare popolazioni inermi e sfruttarne le risorse, è spuntata dal nulla, anzi dallo sfasciume e dalla spazzatura, un’isola verde, il Parco “Gargasole”.

Ad idearlo, progettarlo e realizzarlo, applicando nella sostanza il principio costituzionale “la sovranità appartiene al popolo”, hanno provveduto, i cittadini, – sì, proprio loro, i cittadini!, anche lo scrivente ha dato una mano – che hanno assecondato  le loro esigenze vitali, in nome della propria autentica autodeterminazione, stanca e nauseata della prevaricazione partitica.  Il costo dell’opera, tredicimila euro! L’anima dell’iniziativa, sempre presente, persino a lavorare, – incredibile! – l’assessore all’urbanistica Carla Tedesco, originaria di Barletta, docente presso l’Università di Venezia.

Ad ogni fine settimana, vi affluiscono persone di tutte le età, strappate dagli spietati smartphone, dalla anestetizzante televisione, dagli inconcludenti e logorroici social, dal traffico asfissiante. Si distendono sul tappeto erboso, consumano sobri pasti… senza l’uso di plastica, offrono deliziosi assaggi culinari a chi con sorriso empatico ne fa richiesta, partecipano a laboratori. Condividono profumi, sapori, odori, colori. Ci si riappropria del proprio tempo e del corpo, si risveglia il sentimento dell’amicizia, si potenzia la gioia nel godere con cordialità e si comprende il valore dei beni comuni, solidi cardini della vita civile.

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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani. Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola. Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola. Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle. Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.