Qualcuno un giorno ha detto o scritto che un uomo vale quanto la sua parola: a mio avviso questo non è un semplice luogo comune, ma una importante verità che è il sintomo eclatante di un forte malessere della nostra società. Oggi si fa uso ed abuso della parola per discutere, per rafforzare le proprie opinioni e per assicurare i nostri interlocutori di un fatto o di un contratto. Ma quante volte questa parola corrisponde ad una reale intenzione o al verificarsi delle premesse o promesse?
Poche, sempre più scarse. Oggi, la parola data, la si usa spesso come deterrente per tutte le contrattazioni: politiche, economiche e di relazione. Ma, nell’attualità della nostra vita, pare che la parola sia diventata un valore vuoto e privo di qualsiasi contenuto. Non è raro nei discorsi sentirsi affermare alcune decise valutazioni per poi constatare che esse vengono regolarmente disattese.

In politica poi tale è diventata la regola sia nel dibattito che nella programmazione. Le idee e le parole che ne seguono di conseguenza sono solo strumenti di semplice anestesia sociale che servono a tenere buoni i pazienti-elettori durante l’operazione di prelievo della loro fiducia. Sfiducia negli uomini? Alquanto, perché ogni qual volta si devono prendere decisioni che comprendono un investimento a lungo termine qual è quello del benessere generale, si sceglie spesso l’incasso immediato presunto: ossia il posto, la licenza, il favore irraggiungibile con i mezzi leciti.
Non a torto Arthur Schopenhauer ripeteva che “gli uomini mutano sentimenti e comportamenti con la stessa rapidità con cui modificano i loro interessi”. Con questi atteggiamenti non facciamo altro che incentivare un sistema sballato, sul quale nessuno può poggiarsi o ritrovarsi, e nel quale ben presto i nostri figli o nipoti che siano, dovranno confrontarsi con situazioni kafkiane, con l’incertezza dei rapporti, con l’uomo lupo dell’altro uomo, con l’inaffidabilità di qualsiasi progetto o idea di progresso; in definitiva con l’avvenire.
In ogni situazione che si rispetti e che possa avere un minimo di speranza e di benessere, ci deve essere sopra ogni cosa l’osservanza delle regole che deve partire sempre da chi è chiamato a dettarle. Nella fattispecie nostra non c’è nessuna di queste due condizioni, in quanto la maggior parte di coloro che dovrebbero farsi carico di organizzare le nostre relazioni, sono quelli che per primi ed in maggior misura ne deteriorano la sostanza. Una volta c’è stato anche un personaggio politico, Berlusconi, che ritenendo giustamente la parola ormai superata e poco credibile, azzardò un contratto scritto con gli italiani (un milione di posti di lavoro) e con l’esito che tutti conosciamo.

Si pensi, poi, alla beffa degli stipendi, indennità e pensioni dorate dei parlamentari nazionali e regionali, le quali sono state ripetutamente e più volte messe alla berlina e denunciate come schiaffi alla crisi della gran parte degli italiani. Si pensi a quante volte gli italiani hanno espresso la volontà di ridurre le ricche prebende ai nostri rappresentanti. Hanno fatto seguito parole di sdegno e di forte indignazione anche da parte dei politici. Il risultato è stato la solita Commissione parlamentare che abilmente insabbia in mille rivoli burocratici una semplice leggina, le solite meschine parole date e poi ritrattate nei fatti. Ecco gli uomini che valgono quanto le loro parole!

Che dire, poi, della legalità, da tempo defunta? Ha lasciato il posto alla corruzione che lentamente sta diventando non più una eccezione, ma una forte e dilagante presenza nel costume degli italiani, sempre più indifferenti e tolleranti. Le amministrazioni locali ormai in gran numero costituiscono la greppia alla quale si avvicinano tanti animali politici per far man bassa delle casse comunali, provinciali, grazie agli appalti di comodo, alle inutili e costose consulenze per gli amici degli amici, alle assunzioni inutili per Il lavoro, ma utili per i voti.

Le promesse? Solo povere parole dette agli elettori. Vuote espressioni che definiscono gli uomini che le hanno dette. Si rivedano le promesse fatte dopo tante tragedie e disastri con i quali la natura si vendica delle continue violenze subite, e per cui si sono spese parole da ogni parte per parlare di interventi, di prevenzione, di indagini e di responsabilità. Ma bastano poche settimane per l’oblio e per il ritorno agli standard di basso profilo solito. Genova docet!
Quanto valgono questi uomini? Tra poco le uniche parole che avranno un vero significato saranno quelle della criminalità alle quali solo dovremo dar credito. La vera rivoluzione deve ripartire dalle parole e dal ritorno ad un’etica della corrispondenza tra la parola ed il fatto: che si parli di meno ma si dicano parole “vere”; parole che abbiano un contenuto, un valore, una storia vera da proporre, una volontà certa, un’idea condivisa e da realizzare, una forte certificazione dei propri sentimenti, una sentita espressione della volontà. Nel secolo scorso la parola data concorreva a formare la cosi detta reputazione di un uomo, che a sua volta costituiva di fatto un curriculum sul quale instaurare rapporti di qualsiasi genere. Una volta, tanti anni fa, quando eravamo più poveri e più “incivili”, i contratti tra veri uomini si firmavano con una parola e con una stretta di mano, e tutti avevano chiari i loro diritti e doveri.

Aldo Tota


[Foto di copertina: www.menshealth.it ]

 

 

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Aldo Tota
Aldo Tota Un’esperienza giovanile nel giornalismo sportivo (Corriere dello Sport), laurea, master in comunicazione e giornalismo e, quindi, un lungo periodo di lavoro nella pubblica amministrazione. Nel corso del quale ha diretto vari servizi e, tra l’altro, quello relativo alla comunicazione e alle relazioni. Una collaborazione con la Casa Editrice EtEt, della quale è stato anche socio fondatore. Infine, iniziative culturali e volontariato con l’Associazione Andria Futura.

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