India 1936. Chuyia ha sei anni e il padre la promette in sposa all’amico di famiglia Hira Lal, rimasto vedovo a quarantaquattro anni. Il suo destino è segnato: quando qualche tempo dopo il marito è portato sulle rive del Gange perché l’anima possa volare via, la sposa bambina è costretta a indossare un sari bianco e a radersi la testa; la sua casa ora è un ashram, l’ospizio dove vive insieme ad altre vedove come lei.

Il destino di Chuyia, protagonista di Acqua, il libro che la scrittrice Bapsi Sidhwa ha tratto dal film Water della regista Deepa Metha, è il destino di tutte le donne indiane rimaste vedove. Una vita di solitudine, di emarginazione, di povertà, una vita da intoccabili, perché alla morte del marito la vita di una donna sposata in India perde senso e utilità: non è più una sumangali, una donna di lieto auspicio, ma diventa vidhwa, vedova. La sua presenza è di cattivo auspicio, per questo viene esclusa da qualsiasi occasione pubblica; i suoi familiari non la vogliono più, anche solo pronunciare il suo nome porta sfortuna. Il sari bianco (colore del lutto invece del nostro nero) e la testa rasata (per evitare di suscitare desideri immondi negli uomini) diventano la quotidianità per queste donne e una città è pronta ad accoglierle: Vrindavan, a 150 km dalla capitale, dove, secondo le credenze popolari, Krishna – una delle reincarnazioni del dio Vishnu – ha vissuto durante l’infanzia. Morire in questa città le libererà dalla moksha, il ciclo delle rinascite. Raccolte negli ashram di Vrindavan e provenienti da ogni parte dell’India, le vedove aspettano la morte, pregando e chiedendo l’elemosina, perché hanno una pensione di poche rupie al mese. Alcune, tra le più giovani, sono costrette a prostituirsi dai padroni degli ashram.

Fino al 1829, quando questa pratica fu abolita dagli Inglesi, molte vedove, per sfuggire a una vita di emarginazione, sceglievano il sati, si facevano cremare vive per ricongiungersi al proprio compagno, in un gesto di suprema fedeltà, tanto da essere divinizzate con altari a loro dedicati nel luogo della cremazione. In alcune regioni rurali il sati è ancora praticato per scelta o per costrizione da parte dei parenti.

Oggi sono all’incirca 40 milioni le vedove hindu, molte con età superiore ai 50 anni, concentrate soprattutto a Vrindavan. Queste stime e la loro condizione di estrema povertà e indigenza suscita preoccupazioni (è stato scoperto che in alcuni ospizi governativi le salme delle vedove che qui risiedevano venivano tagliate a pezzi e gettate come spazzatura per evitare le spese funebri) al punto che la stessa Corte suprema indiana, già da qualche anno, è scesa in campo cercando di sensibilizzare le organizzazioni che si battono per i diritti degli intoccabili. L’ong Sulabh International ha accolto questo invito e ha preso in gestione cinque ashram del governo, organizzando anche corsi per alfabetizzare e istruire le donne affinché possano reinserirsi nella società. Ha messo a disposizione ambulanze e medici ed è riuscita a far istituire dal parlamento indiano un fondo per distribuire un reddito minimo che assicuri alle vedove una vita abbastanza decorosa.

Una rottura con la tradizione è avvenuta in occasione della festa Holi, la festa che segna l’arrivo della Primavera in India. Bindeswhar Pathak, presidente di Sulabh, ha voluto che anche le vedove di Vrindavan partecipassero e dal 2013 ha aperto le porte dei suoi ashram ai festeggiamenti. Un giorno di gioia e di colore per queste donne emarginate e sole.

Anche l’Italia non è rimasta insensibile: l’onlus APIBiMI cura un progetto a favore delle vedove di Darbhagudem; grazie ai finanziamenti dell’Associazione Caritro di Trento ha assicurato l’assistenza a molte donne anziane in stato di semiabbandono.

Sono passi importanti per cancellare una delle pagine più nere della storia indiana.

Nel finale di Acqua Shakuntala, l’amica che nell’ashram si è presa cura di Chuyia, riesce a liberarla e a sottrarla al futuro di prostituta che la vedova a capo dell’ospizio ha in serbo per lei. L’affida agli uomini di Gandhi.

“Doveva assolutamente affidare Chuyia a qualcuno che la facesse diventare parte del seguito itinerante di Gandhi. Sapeva che i suoi seguaci erano persone gentili e compassionevoli quanto lui, piene di nuove idee e di modi nuovi di vedere il mondo, proprio come Narayan, e che non avrebbero colpevolizzato una bambina per il suo passato o solo perché era una vedova. Avrebbero pensato a portare Chuyia lontano da Rawalpur e dall’ashram, e le avrebbero permesso di ricominciare […].

“Fratelli, per favore prendetela. Per favore prendete questa bambina con voi!”

Quel gesto di estrema disperazione, quel grido di libertà di Shakuntala è il gesto di tutte le vedove intoccabili, di tutte le donne vittime di violenza: protendono le mani verso la comunità umana in una richiesta di aiuto e salvezza. Si affidano a tutti noi per essere protette e amate. Senza pregiudizi.

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