Massimo Lopez: un’intervista con il cuore…

Ore 20 del 3 novembre scorso. Giunta presso il Babalù di Trani, ho l’onore di stringere la mano a Massimo, di sedermi accanto a lui e di chiacchierare poco prima dell’inizio dello spettacolo che l’ha visto protagonista insieme alla big band “Jazz Company” composta dal sassofonista Gabriele Comeglio, dal batterista Marco Serra, dal bassista Ezio Rossi e dal pianista Fabio Gangi.

Da questo momento parte il mio racconto.

Ciao Massimo, io sono Alessandra, piacere di conoscerti, come stai

Ciao Alessandra, io bene e tu? Sediamoci pure.

Benissimo, mi sembra di essere su un set cinematografico…

Cosa provi, Massimo, a ritornare sul palco del cinema Impero di Trani, dopo otto mesi da quel brutto 24 marzo, che ti e ci ha fatto tanto spaventare, ma ti ha ridato tanta vita?

Sai, Alessandra, il 24 marzo io non dovevo essere qui, dovevo essere in Basilicata a fare questo spettacolo. Il destino ha voluto che le date fossero invertite e che io mi trovassi proprio qui a Trani. Con Trani sento di avere un legame fortissimo e non è la prima volta che ritorno in questa città così bella, accogliente e direi familiare.

Perché senti Trani familiare?

Perché quando cammino per strada la gente mi sorride, mi chiede come sto, mi stringe la mano ed io mi sento a casa.

Che rapporto si è creato con gli organizzatori dell’evento Jazz e dintorni?

Maurizio Marcone e Carlo Galli hanno dato vita a questa bellissima rassegna musicale “Jazz e dintorni”, sono due bellissime persone, professionali e cordiali. Maurizio mi ha invitato al suo matrimonio ed io sono stato onorato di avervi partecipato.

Da cittadina andriese ti sono grata per le belle parole rivolte all’ospedale Bonomo. Chi senti di ringraziare e cosa ricordi di “divertente” in quei giorni un po’ duri?

In primis vorrei ringraziare il personale del 118, non l’ho fatto prima. Sono stati velocissimi, in soli quattro minuti mi sono ritrovato dal camerino all’ospedale di Andria, mi hanno dato tanta forza. Vorrei poi ringraziare due grandi cardiologi, il dottor Cannone e il dottor Larosa, gli infermieri e tutto il personale del reparto di cardiologia. Ogni paziente era curato e “coccolato”. Circa le scene più divertenti ne racconto due: gli infermieri mi dicono che alcuni pazienti vogliono salutarmi, così decido di fare un giro in alcune stanze, sulla “papa mobile” (sedia a rotelle ospedaliera, ndr) per dar loro la benedizione; cerco di essere il Massimo ironico e simpatico di sempre. Giunto in una stanza, vedo su un letto una signora piena di tubi, mi avvicino ad una sua parente con discrezione, dopo poco sento la signora che urla “Ehi, Massimo! Ma che bello vederti qua, ti seguo sempre in televisione”, la benedizione avrà forse funzionato penso io? E poi altro episodio comico, davanti alla domanda posta dal medico ad un paziente: “Appetito?”, la sua risposta: quando ho fame mangio, quando non ho fame non mangio.

Ritorniamo al jazz, filo conduttore della serata. Perché hai deciso di proporre uno spettacolo jazz?

Alessandra, ti dico che tutto nasce dal cuore. Il jazz è come se fosse penetrato in me da quando ero bambino. I miei genitori compravano i dischi jazz, mi piaceva vederli cantare e ballare insieme. Le passioni semplici nascono così e la bella musica cancella la musica triste di tutti i giorni.

La musica jazz ti insegna l’allenamento e la passione, che sono due elementi fondamentali che ogni attore deve possedere. Il jazz ha dei ritmi fondamentali, evoca sempre qualcosa, ti permette di superare i limiti.

Quali sono le emozioni che provi da attore ogni volta che sali su un palco? Cosa ti lega al pubblico?

Voglio fare l’attore da quando avevo nove anni, adoro questo mestiere, che però non è semplice, bisogna studiare tantissimo, prepararsi, non stancarsi mai, avere stimoli creativi sempre nuovi. Con Anna e Tullio riprovavamo mille volte le scene, leggevamo tantissimi libri, eravamo tre singole identità unite ed indissolubili. Vorrei fare l’attore fino a novanta, ma anche cento anni. Il pubblico è la mia forza. Per esempio, stasera, vorrei scendere dal palco, salutare e ringraziare ognuno degli spettatori. Non ho paura quando in platea ci sono mille spettatori piuttosto che ottanta, perché dietro ogni spettatore c’è una storia, una vita, un’identità e tante identità formano un insieme, la magia del teatro la creano gli attori ed il pubblico come se fossero un unicum.

Io e Massimo ci siamo così salutati. Ho sentito i brividi addosso dall’emozione di un incontro così fortemente voluto da una vita. Dopo mezz’ora ero seduta in quella platea dei tanti spettatori e commossa ho applaudito un incredibile, esilarante e grande Massimo che ha avuto la forza di cantare, ballare, far ridere e divertire tantissimi spettatori. Lo ringrazio infinitamente per questo, perché chi sa donare emozioni merita emozioni. Lo spettacolo tra imitazioni, grande semplicità e professionalità, si è concluso col bellissimo e celebre brano di Frank Sinatra, “My way”, ed io auguro a Massimo di ritrovare sempre la sua via, quella del cuore che batte ogni volta per le forti emozioni del suo incredibilmente meraviglioso mestiere.

Grazie a Maurizio Marcone, titolare del locale Babalù, organizzatore di questa bellissima serata e rassegna, grazie per la sua professionalità e disponibilità che hanno reso possibile questa intervista.

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Alessandra Gattullo
Nata ad Andria il 28 agosto 1985. Laureata in lettere moderne con indirizzo filologia moderna presso l'Università degli studi di Bari il 21 luglio 2011, abilitata all'insegnamento presso l'Università degli studi di Bari il 21 luglio 2015. Docente di lettere presso scuola secondaria di 1^ grado. Amante del teatro, di cinema, delle letture interiori e profonde che ti arricchiscono. A scuola cerca di essere una professoressa moderna ed aperta al dialogo costruttivo con i suoi ragazzi, non dimenticando mai l'importanza dell'educazione ed istruzione per una società migliore.

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