Anita Rossetti, classe 1963, è sposata e madre di due splendide ragazze. Di professione fa l’assistente amministrativa, ma è anche una studiosa di discipline orientali che sono alla base della sua filosofia/pratica di vita. La ribellione è nel suo dna ed è definita “la pasionaria del Salento”, terra in cui è in trincea per la tutela dell’ambiente e del paesaggio. Da quando ha incontrato Salvatore Borsellino, nel 2011, è iniziato il suo impegno anche accanto a chi lotta perché sia fatta luce sulle stragi del ‘92-‘93.

Anita, lei è una convinta e genuina attivista “dell’antimafia”. Un tipo di antimafia ancorata al presente e con uno sguardo al passato. In quale circostanza ha conosciuto il Maresciallo Saverio Masi, attuale caposcorta del Dott. Nino Di Matteo?

Preciso che non mi piacciono i termini “attivista” e “antimafia” che tendono ad etichettare e standardizzare. Il mio impegno è volto esclusivamente a valorizzare la mia vita tramite ogni situazione si presenti sul mio percorso. Non voglio candidarmi né propagandare un partito, per questo non dipendo dal consenso. Sono libera di dire e fare quello che ritengo corretto. Non voglio sopravvivere ma desidero vivere pienamente e collaborare alla realizzazione di quello che per tanti resta un’utopia da citazione: un Paese libero e in pace. Ma senza giustizia, che non è giustizialismo, non ci può essere pace e senza pace nessuna forma di libertà che non sia solo finzione.  Per questo non partecipo volentieri alle celebrazioni né alle commemorazioni se non sono finalizzate ad accendere i riflettori su ciò che accade oggi e ciò che si può fare per migliorare il presente in vista di un futuro che abbia come base la Memoria affinché non si ripetano gli errori del passato. 

Ho conosciuto il Mar. Saverio Masi due anni fa. Conoscevo la sua storia attraverso internet e poi l’ho incontrato personalmente al convegno di Antimafia Duemila, il 18 luglio 2013.

Le andrebbe di raccontarci, secondo il suo punto di vista, l’uomo Saverio Masi?

Premetto che non ho mai subito il fascino della divisa, proprio per la mia refrattarietà all’omologazione che è propria dell’uniforme. Quello che ho subito riconosciuto nell’uomo Saverio Masi è il suo enorme senso di responsabilità a 360 gradi: nei confronti della sua famiglia, delle persone che gli sono vicine e, ovviamente, del suo lavoro. Mi ha colpito il suo desiderio di giustizia che è quello che solo i bambini sentono fino a che non si adattano agli schemi degli adulti, una volta cresciuti. Saverio Masi possiede un’enorme ricchezza: la dignità. Quella non gliela potrà portare via nessuno, malgrado tutti gli artifici per uniformarlo all’opportunismo che gli garantirebbe una vita sicuramente più “tranquilla”. In Saverio Masi c’è anche un grande orgoglio che, unito alla testardaggine, gli configurano un caratteraccio: lo stesso in cui io mi rispecchio. Essere orgogliosi di ciò che si è, significa riconoscere il proprio valore senza necessità di conferme dall’esterno. Questo non significa che non si senta il bisogno di migliorare, ma che ciò che con fatica si è diventati è prezioso e non si è disposti a vendersi a nessun prezzo. E spesso non si ha né tempo né voglia di spiegare a chi, al contrario, è abituato ad accettare qualsiasi compromesso pur di tirare avanti e che, non comprendendone il senso, etichetterà questo modo come “presuntuoso e arrogante”.

Ma quello che è più importante nell’uomo Saverio Masi è il suo enorme cuore e la sua generosità che è impossibile non tocchino il cuore di chiunque lo incontri. Per questo, il 19 gennaio 2014, nell’anniversario di nascita del Giudice Paolo Borsellino, organizzai il suo primo incontro pubblico a Galatina e il giorno successivo a Otranto, in provincia di Lecce. Era giusto che la gente sentisse la sua voce e si rispecchiasse nella limpidezza dei suoi occhi, per trarre un corretto stimolo ad interessarsi non semplicemente delle sue vicende, ma di ciò che accade nel nostro Paese a danno di chiunque cerchi verità e giustizia. Penso, ad esempio, ad Angela, la mamma di Attilio Manca e a Vincenzo, il papà di Nino Agostino che, malgrado l’età e la sofferenza, non perdono la speranza e la forza di lottare per arrivare alla verità sull’assassinio dei loro figli, nostri fratelli, che rappresentano la parte migliore del Paese.

All’indomani delle commemorazioni dello scorso 19 Luglio, l’antimafia è stata descritta, in qualche articolo di giornale, frammentata in due tronconi: l’antimafia sobria incarnata da Manfredi Borsellino e quella meno “diplomatica” rappresentata da Salvatore Borsellino. Quali sono, secondo lei, le criticità che riguardano non l’etichetta “antimafia” ma le persone che si impegnano al suo interno?

Ogni anno, da quando per la prima volta nel 2009, Salvatore Borsellino ha presidiato Via D’Amelio con le sue Agende Rosse, nell’anniversario della strage del 19 luglio 1992, ci sono state le solite polemiche che generalmente titolavano i giornali del giorno dopo. Quest’anno c’è stata un’anticipazione a qualche giorno prima, strumentalizzando le parole dei figli di Paolo Borsellino contro lo zio, convinto sostenitore del processo sulla trattativa Stato-mafia e del pool che indaga sui fatti che costarono la vita al Giudice Paolo. Se parliamo di “antimafia” come categoria associazionistica, non possiamo certo inserire Manfredi Borsellino che di professione fa il Commissario di Polizia, quindi ritengo scorretto il confronto. Salvatore Borsellino invece è un cittadino che ha avuto la disgrazia di avere un Fratello fatto a pezzi al fine di eliminare un grosso ostacolo a quei devastanti accordi tra Stato e mafia, che ha rifiutato il risarcimento che viene elargito ai familiari delle vittime di mafia. Salvatore infatti non poteva accettare neanche un centesimo da parte di uno Stato certamente responsabile della morte di suo fratello, ma pretende da quello stesso Stato verità e giustizia. Questo, a mio parere, è il punto fondamentale di distinzione tra lui, con il movimento che nel frattempo è cresciuto al suo fianco, e tutte le altre associazioni “antimafia” che comunque non disdegnano di ricevere benefit dallo Stato a cui ovviamente dovranno essere “riconoscenti” con i compromessi che ne conseguono.

Crede nella forma dell’associazionismo come strumento efficace nella divulgazione di determinati valori, per i quali uomini del passato hanno perso la loro stessa vita pur di difendere il bene comune?

Le associazioni uccidono la creatività dell’individuo che è quella in cui credo fermamente. Nel nostro sistema, pur di essere legittimati ad accedere a progetti istituzionali e per avere anche una certa visibilità, è necessario essere costituiti in enti riconosciuti quali “portatori di interessi diffusi” e quindi diventa utile associarsi. Avendo avuto pregressa esperienza in associazioni con statuti bellissimi dove però ho dovuto lottare perché all’interno si rispettassero i principi che si propagandavano all’esterno, io ho scelto di starne fuori anche perché non posso sprecare le mie energie per difendere i valori in cui credo in una qualsiasi associazione che spesso diventa strumento di chi deve dimostrarsi di esistere avendo un riconoscimento esterno grazie ad un’etichetta di rappresentanza. Fortunatamente esistono delle belle eccezioni: ho avuto per esempio modo di conoscere ed apprezzare il prezioso lavoro che Alfia Milazzo fa con la sua “Città invisibile” che riesce a sottrarre tanti bambini alla cultura mafiosa offrendo loro l’opportunità di conoscere la gioia di vivere attraverso la musica e la conoscenza di quei valori per cui sono morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a cui è intitolata la loro Orchestra. Personalmente credo nell’unione che è ben diversa dall’associazione. Sono convinta che sia necessario unire gli sforzi di ciascuno di noi al fine di provare a valorizzare l’eredità che abbiamo ricevuto da chi oggi viene troppo spesso utilizzato come una sterile icona rappresentativa.

Come dovrebbe essere il Paese-Italia che Lei intimamente sogna?

LIBERO: un Paese in cui la giustizia sia sinonimo di pace e la solidarietà e si sostituisca alla beneficenza; un Paese in cui, citando le parole di Renato Accorinti, salvare anche un solo uomo significhi salvare il mondo.

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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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