19 anni, liceo terminato…Dove sono? Che faccio ora? Gli interrogativi che pervadono la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze che ultimano il percorso studi della scuola superiore.

Eppure, gran voglia di continuare a studiare, di realizzare i propri sogni e, non lo nascondo, di riscattarsi socialmente.
Fin da piccolo attratto dalla carriera militare, vinco il concorso VFP1 (Volontario in Ferma Prefissata di 1 anno) della Marina Militare e, un anno dopo, il VFP4 della stessa Forza Armata.

Innumerevoli le esperienze, la gente conosciuta, i sacrifici e le soddisfazioni che ne derivano, poi la svolta nel 2014: vincere il concorso “Allievi Marescialli dell’Arma dei Carabinieri”. Non mi sembrava vero, finalmente il coronamento di un sogno, dopo due anni di tentativi e innumerevoli concorsi ce l’avevo fatta, credendoci fino in fondo e cercando di non mollare mai, trovando forza dagli ostacoli.

Una grande opportunità, onore e onere. Proprio così, perché la vita militare non è solo l’ambito “posto fisso” che paradossalmente fisso non lo è affatto, dal momento che ci si sposta in continuazione, specialmente nei primi anni di servizio, da una parte all’altra.

All’inizio è dura per tutti lasciare casa, gli amici, gli affetti, ma col tempo e la “familiarizzazione” (essendo tutti sulla “stessa barca”, si finisce per diventare fratelli e sorelle in alcuni casi) si comprende che ne vale veramente la pena. A volte è proprio l’ “immobilismo” della gente che non vuole cambiare prospettiva, non vuole schiodarsi dalla propria sedia fatta di apparenti sicurezze, dalla propria routine che fa cadere nel vuoto dell’abitudinarietà. A mio avviso, non esiste nemico peggiore della VITA che l’abitudinarietà. Vivere significa anche mettersi continuamente in gioco, cominciando dal cambiare luogo, abitudini e conoscere nuove persone, arricchendosi a dismisura. È la paura di cambiare la disposizione degli oggetti all’interno dell’armadietto in cui si può avere solo il necessario a farci rimanere titubanti sul futuro. Quando si è imbarcati, si ha ben poco spazio per sé per via della ristrettezza degli spazi, ma è solo così che si impara a portare con sé solo il necessario, ad acquisire maggiore autoconsapevolezza di essere bastevoli a sé stessi e che tutto ciò di cui necessitiamo è all’interno di sé, come sostiene Seneca nei suoi Dialoghi morali.

Avere paura è normale, chi non la prova? Ma la paura è della mente, basterebbe ascoltare il cuore che non vede l’ora di tuffarsi dallo scoglio per provare l’ebbrezza del salto e finire in acqua.
La vita militare, secondo il mio parere, travalica i limiti di esercizio di una professione per diventare una scelta di vita, consapevole dei sacrifici, soprattutto affettivi, ma rinvigorita dalle gratificazioni che arrivano giorno dopo giorno: lo assicuro.
Non si può intraprendere la carriera militare solo per trovare un lavoro, indubbiamente decoroso, non basta, perché a lungo andare comincia a pesarti tutto e si vive male.

Tuttavia, dilaga il luogo comune della scelta militare come un ripiego, come un “dolce far nulla”, “rubare lo stipendio”, lo stesso dicasi degli altri impieghi di tipo statale, quale l’insegnante che generalmente sente all’interno di sé la missione di educare ovvero portare fuori da ciascun alunno le capacità nascoste.

Non è così, non lo è e non lo è stato per me. Dipende tutto dalla propria coscienza e dalla propria motivazione. Determinati servizi delle Forze dell’Ordine non sono semplici, anzi a differenza di altre Forze Armate, svolgono un lavoro diverso, più a contatto con la gente e non si può sbagliare: ci sono vite umane. Riconosco di avere un debole per i deboli, maturato anche durante il percorso di cinque anni fatto nel Seminario Vescovile di Andria, ed è questo che mi ha portato alla mia attuale scelta di essere carabiniere. Se si è motivati nel proprio lavoro e carichi di voler lavorare, testimonio che non ci si trova mai con “le mani in mano”: dipende tutto da sé, così come in tutti gli altri impieghi.

In ultima analisi, circola il luogo comune peggiore, il più grande dei mali per il futuro dei giovani: se non si è “raccomandati”, non si va da nessuna parte! Falso, completamente fuori strada. Finché si continuerà a credere che nel mondo ci sia spazio solo per “raccomandati” e non per meritevoli, non si progredirà mai.

Perché, invece, non provare, studiare giorno e notte, allenarsi per i concorsi? La differenza nei concorsi è costituita dall’esperienza e dalla forza di volontà, dal desiderio di vincere. Prima di essere ciò che sono lavorativamente, ho cominciato dal “basso”, dalla sala macchine delle navi militari, quale motorista. Tentativi, sforzi per superare le varie fasi dei diversi concorsi, la maggior parte con esito sfavorevole, ma chi mi conosce sa quanto e se valgo. Che fare? Arrendersi? Tutti raccomandati? Il mito inibitorio dei “raccomandati” per me non esiste, o meglio non deve più esistere.

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