Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio Del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove ora si è stabilito. È stato una firma de La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano e presto, si spera, lo si potrà leggere anche su Odysseo. Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la viata grama dei contadini nel secondo dopoguerra. Buona sera, dottor Nisticò è il suo secondo romanzo.

Buonasera, Nisticò e la Pasqua Bassa: due avventure slegate o due capitoli del medesimo viaggio di Antonio Del Giudice scrittore?
Direi la seconda ipotesi, due capitoli di un viaggio, dopo una vita passata nei giornali. Una scommessa con me stesso e con la mia scrittura.

E, quindi, “non c’è due senza tre”?
Penso di sì. Ci sto lavorando. Sai, i libri sono come la pasta: se non cresce, se precipita, non la metti nel forno. Se lievita, la metti a cucinare e la fa diventare pane o focaccia. Come dire: u cuc’l’ [“la focaccia”, in andriese, ndr]. Vediamo se il terzo romanzo lievita, e sennò pazienza…

Sta parlando ad uno che si chiama Farina...
Appunto.

Lei ha avuto modo di dichiarare che il suo Nisticò è una sorta di Arlecchino, pezzi di vite cucite in un sol uomo, ma anche un “povero fesso”: il suo è un libro di mafia o cosa?
No, non è un libro di mafia. È un libro che racconta un mondo che è fatto di piccole furbizie, di piccole corruzioni, di piccoli arrivismi, che non ha una “cupola”. Ha tante debolezze, tante individualità che si lasciano  portare da una corrente di conformismo che non ha il “grande maestro” che dirige il traffico. È come un formicaio dove ognuno porta la sua mollica di discredito.

Un evento che coinvolge e sconvolge la vita di Nisticò, lo scandalo, è forse l’arrivo alla fine di un viaggio che egli fa attraverso se stesso e che il lettore è a sua volta invitato a ripetere?
Lo scandalo è un artificio letterario. In fondo, serve un pretesto a Nisticò per chiudersi in casa e ragionare con se stesso. Gli viene offerto dallo scandalo. Poteva essere una malattia o anche la naturale fine del ciclo di lavoro. Uno finisce di lavorare e che fa? Magari pensa alla sua vita. Pensa agli errori che ha fatto, a quello che poteva evitare, a che punto sono i rapporti con i figli, a che punto sono i rapporti con la moglie. Insomma, ripensa al suo mondo. Per Nisticò il tutto avviene nella sua casa, che lo imprigiona e lo protegge.

Significa che la solitudine non va fuggita, ma agita?
La solitudine può essere un momento di crescita, perché nel frastuono dell’esterno qualche volta si sfuggono le note più importanti della vita. Quando sei solo, ragioni su quelle note, le ascolti con più attenzione.

Alla fine, non si può negare che per quanto Nisticò disprezzi il suo stesso mondo, tuttavia egli ha fatto la scelta del potere che deriva dal denaro: impossibile non pensare alla straordinaria contemporaneità tra l’uscita di questo libro e gli esiti dell’inchiesta Mafia capitale. La domanda è: si può vivere solo di denaro?
No, no. Io penso che il denaro non vada demonizzato. Il denaro serve a vivere meglio, ad avere la casa più bella, l’automobile più bella, ad avere delle comodità, ma, se diventa fine a se stesso, allora perdiamo il senso della vita. Perché il denaro può esserci e può non esserci, ma noi abbiamo il dovere di vivere e di vivere secondo criteri che, per chi crede nella religione, sono quelli morali; per chi non ha il dono della fede, sono quelli di un’etica civile.

Lei descrive “con ciglio asciutto” un corrotto, un uomo mediocre, privo di qualità. E tuttavia, in veste d’autore, si astiene rigorosamente dal giudicarlo: in tempi di antipolitica, non è poco. Magari, con un pizzico di antipolitica in più, le sarebbe stato più agevole vendere un maggior numero di copie…
Sai, dopo duemila anni di cristianesimo, arriva un Papa gesuita che dice chi sono io per giudicare? Se lo dice lui, figurarsi io… Io racconto, non giudico. Lascio ai lettori, a chi ne avrà voglia, la morale della favola…

Una domanda non possiamo non farla: Antonio (anzi: per gli amici, “Tonino”) Del Giudice ed Andria. Che legame ancora lo lega a questa città?
Ci vengo sempre volentieri, anche se ci vengo poco. Ad Andria vive mio fratello Mimmo, il fratello e le sorelle di mia mamma e poi, purtroppo, nessun altro della famiglia. Venire mi fa sempre un po’ di malinconia, perché mi tornano le immagine di serenità che mi davano Lella, Santina e Gino, i miei giovani fratelli che non ci sono più. Torno per onorare la loro memoria e quella dei miei genitori. Torno per riprovare i sapori di quando ero ragazzino. Non sono campanilista e neanche nazionalista. Vivo con mia moglie Lucilla a Pescara, i miei figli Pietro e Marta vivono a Roma, ho una casa e un oliveto in Toscana, ho amici sparsi in tutta Italia… Ma la memoria della mia vita è qui, senza nessun dubbio.

Ora però la attendono anche i lettori di Odysseo, il nostro settimanale, che ad Andria è nato, proprio come lei. I nostri lettori aspettano i suoi articoli!
Lo farò! Sentiamoci. Se posso essere utile, nei miei limiti, lo faccio volentieri. Ditemi che cosa posso scrivere per voi, sarò felice e ubbidiente.

Scriva, caro Tonino, scriva pure tutto quello che desidera. Ci parli di bellezza, di poesia, di lacrime nascoste. Ci racconti storie, le sue storie e quella che la sua memoria conserva e intende affidarci. Anche la sua malinconia ci interessa. Prenda la sua penna (o forse la sua tastiera…) e scriva, scriva. Noi la leggeremo.

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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