Nella biblioteca più alta d’Europa del rifugio Margherita (4552 mt.)

Michele Palumbo con il suo “Il Taccuino di Castel del Monte” e Vincenzo Rutigliano con “Andria e L’Unità d’Italia”.

Cronaca di una salita, in due, ad alta quota. Nello zaino un pezzo di Andria

Ci pensavo da tempo. Salire sul Monte Rosa, sul rifugio Capanna Regina Margherita il più alto d’Europa, a 4552 metri, per fare lì quello che avevo letto anni prima in un articolo sul Corriere della Sera: scegliere un libro e leggerlo con un occhio alle pagine e l’altro alle cime più lontane. Un libro da leggere in un’ora e poi scendere subito a quote più “urbane” per vincere il mal di montagna.

Avevo letto della biblioteca più alta d’Europa nel 2004, il 4 agosto, qualche giorno prima della sua inaugurazione, e per anni avevo accarezzato l’idea di andarci. Dopo oltre 10 anni di “parto” o “non parto” decido: andrò lì non solo per leggere  il libretto inviato a suo tempo, ma per portarne con me altri due, pure legati alla mia città, uno dei quali di un andriese speciale, scomparso nell’ultimo anno e mezzo.

Al telefono, dal rifugio costruito sulla roccia del Monte Rosa 125 anni fa, mi consigliano di scegliere le settimane centrali di luglio, quelle con minori sorprese metereologiche, un eufemismo trattandosi di alta montagna, e dunque il massimo della volubilità, come scoprirò più tardi.

Il progetto iniziale di andarci con moglie e figlie – prima al Rifugio Gnifetti, a quota 3700, e poi al Margherita – sfuma. Ci andrò, ma con una delle due, con Chiara, e da quel momento l’esperienza diventerà plurale. Per arrivare lì, però, avevamo solo 4 giorni, per metà dedicati al viaggio per raggiungere  Milano, il 23 luglio, e il 24 luglio Alagna Valsesia, versante piemontese del Monte Rosa, a 1200 metri di altitudine.

Non c’è tempo per adattarsi all’alta montagna: servono 3-4 giorni per vincere il mal di montagna per  le altitudini superiori ai 2500 metri ma, appunto, non c’è tempo.  Nel primissimo pomeriggio del 24 luglio perciò inizia la salita accompagnati da una guida alpina della Scuola di Alpinismo di Alagna, appesantiti da zaini rigorosamente Quechua, gli stessi usati qualche anno prima per il camino di Santiago di Compostela, quasi 130 kilometri a piedi in meno di 4 giorni, per venerare il Santo ed assistere alla Messa di Pasqua, con botafumeiro, nella Cattedrale galiziana costruita nel 1211.

La guida ha meno di  30 anni, ma un cognome profetico, almeno per me e per la mia formazione:  Degasparis Nicola. Comincia la salita guidati dalla Madonna del Buon Cammino. Tra funivia e cabinovia passiamo in un’ora dai 1200 metri di Alagna ai 3260 di Punta Indren, lontanissimi dunque dai nostri 151 sul livello del mare. Lasciamo gli impianti e tra rocce, neve, ghiaccio e piccoli camminamenti, alcuni protetti da funi, saliamo, passo dopo passo, con una fatica enorme, noi cittadini di città al rifugio Gnifetti, a quota 3647 metri, dedicato all’abate Giovanni, parroco di Alagna, esploratore del Monte Rosa.

Il mal di montagna è fortissimo. Alla fatica fisica si accompagna lo stordimento provocato dall’ossigeno rarefatto e dalla pressione atmosferica. Dopo un altro sforzo, superiamo l’ultimo costone e arriviamo al rifugio. La temperatura è di pochi gradi sopra lo zero. Entriamo nel rifugio e scopriamo cosa è la montagna degli alpinisti. Quelli veri. È abitudine all’alta quota, è fatica fisica e mentale, adattamento a  cuccette piccolissime, servizi ridotti all’essenziale, poca acqua.

Ci sono circa 70 alpinisti lì, il 24 luglio e così il giorno dopo, quasi tutti stranieri: norvegesi, danesi, svedesi, tedeschi, inglesi, austriaci, polacchi. Con loro le guide alpine della zona, piemontesi e valdostani, e due andriesi. Dovunque ci sono legno, tubi per il riscaldamento, cavi di acciaio, due rampe di scale, corridoi pieni di scarponi, picozze, funi, finestre piccolissime attraverso cui guardiamo le nuvole e, in lontananza, un panorama bellissimo, il tramonto.

Poi la cena. Siamo storditi. Chiara si riprende un po’ alla volta e riuscirà a dormire. Per me invece uno degli effetti tipici del mal di montagna: l’insonnia. Poco prima dell’alba comiciano i primi movimenti. I rocciatori escono per  salire, in parete, sul Rosa. Altri per seguire la strada sul ghiacciao che li porterà dopo 4-6 ore, in media, al rifugio Margherita. La nostra sveglia è alle 4 e mezza, montiamo i ramponi da ghiaccio, partiamo. Saliamo di altri 300 metri, ma il tempo improvvisamente cambia, l’ossigeno è sempre più rarefatto, la fatica è impressionante. Salire ancora è pericoloso: la guida prende la decisione, inappellabile, come stabiliscono le regole di “ingaggio”. Dobbiamo scendere subito. E mentre scendiamo strappiamo la promessa. Non ci saranno due andriesi il 25 luglio a leggere, sul Margherita, il libro spedito anni prima, né a portarvi gli altri due libri nascosti nel mio zaino. Sarà Nicola Degasparis, che lo farà appena possibile. Dopo quasi 4 ore siamo ad Alagna e consegniamo a Nicola le due pubblicazioni. Quasi un mese e mezzo dopo grazie a Nicola le due pubblicazioni sono sul Margherita, nella biblioteca.

Da allora sono lì “Il Taccuino di Castel del Monte”, scritto da Michele Palumbo, l’amico giornalista scomparso poco più di un anno fa, ed una mia pubblicazione su Andria ed il 150° anniversario dell’Unità d’Italia (una ricorrenza vissuta dalla città senza divisioni e faziosità) con testi e foto sui legami tra Andria e Garibaldi,  il raduno nazionale dei Finanzieri d’Italia, la scopertura della Vittoria Alata al Monumento ai Caduti e così via.

Aver portato lì  “Il Taccuino” di Michele Palumbo ha anche un altro signficato. So di aver fatto felici non solo tutti gli amici di Michele, ignari di tutto questo, ma anche la mia maestra Ardito, a me molto cara, e  zia di Michele, nipote prediletto. Dal giorno in cui Nicola ha mantenuto la sua promessa la biblioteca più alta d’Europa ha due libri in più. E ci piace immaginare  che a quella altitudine, dunque più vicino al cielo, potrà rileggerlo anche Michele Palumbo, ed il suo spirito.

5 ottobre 2018,     Chiara e Vincenzo Rutigliano

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Redazione
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