Youth non è semplicemente una riproposizione più soft dello stesso tema. Se ne La Grande Bellezza l’affresco manniano apriva alla ricerca dell’esperienza originaria della bellezza (si ricordi una delle frasi finali del film “le radici sono importanti”), che tutti i personaggi provavano artificiosamente a riprodurre senza riuscirci, ora con Youth Sorrentino fa un passo in avanti: la bellezza non è solo un’esperienza immemore e originaria che invano cercheremo di ripetere, ma è la presenza di una relazione.

E qual è la relazione che rende la vita ancora degna d’essere vissuta? Leggendo recensioni varie sul film, un po’ tutti si sono soffermati sul contrasto tra desiderio, emozioni e vecchiaia. Alcuni hanno anche azzardato che la morte di Mick Boyle sia dovuta alla fine delle sue emozioni. Altri hanno visto nello sguardo attempato dei protagonisti la perdita agonizzante della “grande bellezza” che nel film precedente era ancora in qualche modo “tentata”. Credo che Youth non sia quasi nulla di tutto questo.

Credo che l’alternativa proposta dal film sia quella tra l’emotivismo puro, se non addirittura “etico”, alla Hume (“sto con lei perché è brava a letto”) e la relazione a uno sguardo che ci conosce. Questa dialettica si avvita in diversi passaggi ma diventa esplicita nella scena del bagno con Miss Universo. Fred e Mick sono di fronte a un’emozione pura, la donna più bella del mondo totalmente nuda e gratuitamente di fronte. Il gaudio è interrotto dal cameriere che annuncia a Mick una visita. “Non ora! non vedi?”. Ma appena saputo che si tratta di Brenda, non ci pensa un attimo. Tra l’emozione pura e l’amicizia, la seconda è ciò che davvero muove il suo desiderio. E la stessa amica, tirandosi fuori dalla relazione con lui (non solo professionale, ma anche estetico-esistenziale), lo condanna alla fine del desiderio: ciò che lo porta al suicidio non è la fine delle emozioni, ma la fine dell’amicizia.

È vero piuttosto che è a partire da un’amicizia che è possibile emozionarsi ancora. È con Fred che egli si emoziona di fronte a miss Universo, ed è nello sguardo dell’amica (e non dei giovani sceneggiatori con cui egli pur empatizza) che sta o cade l’emozione per il proprio lavoro. E lo stesso vale per Fred. Non vale neanche l’invito della regina d’Inghilterra, se il proprio brano non è più eseguito per la moglie a cui era dedicato. Se la moglie non può condividerlo, l’emozione di eseguire il proprio brano di fronte alla regina in persona non lascerà traccia, perché non sarà dentro uno sguardo che accompagna la sua esistenza. E alla fine, egli lo esegue per chi avrebbe ancora condiviso ma se n’è andato prima: per Mick, che chiude il film con l’ultimo fotogramma.

Se i momenti toccanti del film, come alcuni recensori hanno sottolineato, al netto di una serie di immagini e inquadrature curatissime, ma ultimamente noiose, sono quelli in cui avvengono dei dialoghi tra persone che si conoscono, questo trova la sua ultima conferma nel tentativo struggente di un dialogo con la moglie dopo la perdita dell’amico. Quella moglie che egli da sempre ha sacrificato per istanti emozionali (“l’hai tradita tante volte, anche solo per provare com’è andare a letto con un uomo”) appare come lo sguardo che avrebbe potuto capirlo e dare ancora un senso alla sua vecchiaia, lo sguardo che dura oltre il fascio delle impressioni. Lo sguardo che è la vera giovinezza perché non passa, non invecchia, ma diventa insostituibile col passare del tempo.

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