Scarsa attitudine all’impegno, allo studio, al lavoro. Analfabetismo emotivo, assenza di valori, angoscia e inquietudine, spudoratezza, ricerca del gesto estremo… Il quadro dei giovani oggi sembra davvero allarmante, come da più parti si denuncia. Ma è una lettura ormai ovvia oltre che colpevolizzante, tenuto conto che gli stessi ragazzi fanno autoanalisi riconoscendosi pienamente in questo quadro. Il che è inquietante.

Proviamo a ribaltare il punto di vista.

E se fosse un alibi? Un alibi che noi adulti ci costruiamo per nascondere le nostre fragilità, le nostre paure? È la nuova chiave di lettura proposta da Stefano Laffi che ha paventato una “congiura contro i giovani” messa in atto dagli adulti per rimuovere le proprie debolezze e insicurezze, cercando un capro espiatorio, che nasconde ben altre logiche e interessi.

Chi non conosce la storia del burattino di legno che si trasforma in un bambino in carne ed ossa? Sono stati gli adulti ad aver costruito un mondo a misura di giovani senz’anima, trasformati in marionette di legno di cui loro stessi muovono i fili, proprio come il Pinocchio di Collodi.

Tutto ha inizio nell’istante del concepimento: la prima ecografia postata sui social, il nome, il colore della cameretta, il rinnovo degli elettrodomestici o dell’auto “familiare”, il giorno e l’ora della nascita (nel caso di un cesareo). È questo un altro momento cruciale votato all’esibizionismo ad ogni costo: i vagiti del neonato sono immortalati dallo smartphone; le sue foto campeggiano ovunque, sul cellulare, sul desktop in ufficio, in rete. Al momento della dimissione il bambino ha già un libretto con tutte le date più importanti segnate, dalle vaccinazioni al punteggio di salute. Non è ancora capace di parlare e c’è già chi ha pianificato tutto per lui.

Una volta varcata la porta di casa, fa il suo ingresso nella cameretta, dove nulla è stato lasciato al caso. Più che una cameretta sembra un negozio: gli servirà davvero tutto per la sua “sana” crescita o è il nostro modo di sentirci sicuri? In realtà scegliamo per lui le emozioni che dovrà provare guardando la luce cangiante del lumino o i sonaglini del lettino, orientiamo già le sue prime percezioni.

E i giochi ipertecnologici che troneggiano nella stanzetta man mano che cresce? Sviluppano davvero la sensorialità, la memoria, la logicità, l’inventiva? Il bambino è solo uno spettatore chiamato a pigiare i tasti di giocattoli che fanno tutto da soli, eliminando la fatica, l’apprendimento; tutto è già dato, non c’è incontro, scoperta, esperienza vera; non c’è curiosità sulla natura delle cose, ma attesa della successiva mossa del giocattolo. Quanti genitori propongono ai loro figli di seminare, veder germogliare e crescere giorno dopo giorno delle pianticelle? Si limitano a metter loro tra le mani un libro sulle piante.

Quel bambino cresce. Gli uomini del marketing lo manipolano in modo subdolo marcandone stretto il territorio già a partire dai due anni: pochi messaggi di divertimento – i bambini sono reattivi – e il gioco è fatto: per vendergli delle merci è trasformato lui stesso in merce, fino al picco dell’adolescenza quando diventa un consumatore, copia stereotipata di tanti altri consumatori suoi coetanei. Poco importa se ha delle idee, dei pensieri, se vuol essere ascoltato, se chiede spazi per esprimere la propria unicità: l’unico modo per farsi riconoscere come persona rimane quello di imitare gli adulti o di esibire atteggiamenti arroganti, provocatori, seduttivi. È istinto di sopravvivenza, il suo.

E la scuola? L’alunno è per lo più un numero in un elenco, costretto a certificare la sua presenza con l’appello, a seguire lezioni unidirezionali (si pensi alla disposizione dei banchi nell’aula: tutti orientati verso la cattedra, senza possibilità di guardare il vicino di banco per cooperare, alunni vicini, ma isolati), a studiare pagine da ripetere esattamente secondo lo stesso ordine spiegato dall’insegnante, per poi ritrovarsi alla fine dell’anno etichettato con un numero, il voto. Il processo di insegnamento-apprendimento dovrebbe aprire infiniti mondi e possibilità per i ragazzi, non reprimere la loro personalità. In realtà gli insegnanti hanno paura di essere messi in discussione, di confrontarsi, preoccupati di perdere quell’autorità che la cattedra ancora garantisce. Non tutti, certo.

Anche il mondo del lavoro condanna il giovane a questo status di subalternità: eternamente costretto a stage che non si traducono mai in contratti, a colloqui di lavoro, in cui si richiede esperienza, ma in realtà non c’è nessuna azienda che dia la possibilità di fare esperienza, e quando viene finalmente assunto è costretto a subire abusi di potere o è relegato a mansioni decisamente inferiori alla sua preparazione.

I giovani, allora, sono davvero dei moderni Pinocchio nelle mani dei loro adulti-burattinai, che si fingono preoccupati, allarmati, premurosi, ma in realtà li strumentalizzano fin dalla nascita senza concedere loro libertà, senza riconoscerne davvero i talenti e valorizzarli. Perché la verità è proprio questa: gli adulti, privi delle competenze e dei requisiti richiesti dal mondo contemporaneo, temono di perdere il loro lavoro, il loro ruolo e il loro potere, scalzati da figli più al passo con i tempi, pronti e flessibili ai cambiamenti epocali che i genitori hanno generato. E allora il disagio dei giovani è un disagio della società, secondo Laffi, una società bloccata, apparentemente “giovanofila”, in realtà gerontocratica: nel passaggio generazionale i grandi non vogliono cedere il testimone ai giovani, perché destabilizzati dalla perdita di controllo sul mondo, con il risultato, da una parte, di un’adultizzazione di tutta la società e, dall’altra, di un tentativo, sempre bloccato sul nascere, delle nuove generazioni di prendersi i propri spazi e il controllo, cercando disperatamente di trasformarsi da burattini di legno in persone vere con un’anima e capaci di pensieri originali e vincenti.

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