“Perché ogni volta che ho desiderato un’altra donna o un’altra vita ho sentito di tradire non mia moglie ma mia figlia? Perché ogni congettura di infedeltà ha investito sempre il padre e mai il marito?”

Domande forti quelle che si pone il protagonista del romanzo di Antonio Scurati, “Il padre infedele”, domande destabilizzanti per un uomo. Forse si dovrebbe spiegare a quell’uomo che quelle domande, quel senso di colpa rispecchiano il mutamento di prospettiva che il rapporto padre-figlio ha subito negli ultimi anni.

Ed è proprio la scienza a confermarlo: secondo l’ultimo studio pubblicato sull’American Journal of Human Biology, già a partire dalla gravidanza e poi nel successivo periodo perinatale, anche il padre, come la madre, subisce dei cambiamenti ormonali con un calo del testosterone e dell’estradiolo che lo rendono più protettivo, più accogliente. È stata addirittura individuata una depressione post-partum declinata al maschile. Questo vuol dire che l’uomo-marito ha lasciato il posto esclusivamente al padre, anzi al mammo? Sembrerebbe di sì: sono sempre più provate, infatti, le connessioni neurali fra il cervello del padre e quello del neonato, che si stimolano a vicenda. Questa scoperta cambia le nostre conoscenze sulla paternità e la genitorialità al maschile: la partecipazione del padre alla crescita del bambino non è una semplice imitazione o sostituzione della figura materna né un ristrutturare la propria vita in base alle esigenze del piccolo (come si riteneva fino a qualche tempo fa), ma un modo diverso, che ha basi biologiche, di entrare in relazione con lui.

L’evoluzione ormonale della paternità asseconda l’evoluzione della figura del padre e del suo ruolo: il pater familias autoritario, depositario delle regole, a cui bastava essere un buon lavoratore e portatore di reddito si è evaporato, per dirla con le parole di Massimo Recalcati. In realtà, già Nietzsche aveva denunciato la morte di Dio, demolendo contemporaneamente la figura del padre-Dio, e sulla sua scia anche la psicanalisi e la letteratura avevano proclamato che l’era del padre autoritario era strutturalmente esaurita. Il colpo di grazia fu inflitto dalle contestazioni giovanili del ’68 e del ’77: lasciarono intravvedere la possibilità di fare a meno della figura paterna di stampo tradizionale. In realtà Lacan dimostrò che non si può rinunciare ad una paternità psicologica, emotiva e simbolica, perché compito del padre è quello di aiutare i figli a essere se stessi e ad assumersi le responsabilità di uomini per trovare il proprio posto nel mondo.

E in una società che oggi è dominata dalla cultura del provvisorio, dalla dissoluzione dei valori veri, dalla superficialità, in cui la famiglia tradizionale ha cessato di esser tale, quale ruolo dovrebbe assumere la figura del padre? Massimo Recalcati propone di ripensarla nei termini di un compagno di viaggio, che sappia “testimoniare con la propria vita e le proprie scelte un senso possibile, una legge possibile, una verità possibile”, che susciti rispetto non perché depositario dei valori della tradizione e dell’autorità da essa conferitagli, ma per i suoi atti, per le sua azioni concrete. Un padre che sappia mettersi in discussione e sia consapevole dei suoi limiti, ma anche del valore e dell’unicità del compito che è chiamato a ricoprire, perché i genitori peggiori sono quelli che costruiscono rapporti di complicità e amicizia con i figli o quelli che pensano di incarnare la legge da rispettare.

Che cosa ricorderà di me mia figlia?” – si chiede il padre infedele di Scurati nelle ultime pagine del romanzo. “Ecco cosa è stato, penserà, mio padre per me. Un uomo grande e grosso, accovacciato su un muretto basso, magari incapace d’altro ma capace, con la sua rassicurante, inesorabile presenza, di trasformare un’opera di demolizione nell’incantevole spettacolo del mondo”… è l’augurio a tutti i papà!

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