Seconda Parte

L’avvocato Carta è iscritto all’Ordine degli Avvocati di Cagliari dal 1998 e abilitato alle Giurisdizioni superiori. È un ufficiale in congedo dell’Arma dei Carabinieri. Odysseo lo ho intervistato perché incuriosito dal suo porsi come un avvocato del tutto “atipico”.

 

Avvocato Carta, oggi, secondo lei, sarebbe auspicabile la creazione di un ponte ideale tra Forze dell’Ordine e società civile? Se sì, quanto i cittadini sono disposti a riporre la loro fiducia in chi indossa la divisa?

La risposta è drastica: per niente. La sinergia tra i cittadini ed i loro tutori è in Italia assolutamente assente e questo non smetterà mai di indignarmi. Mi sgomenta sempre la registrazione della tendenza, ben radicata anche tra la gente comune, a criticare e a linciare mediaticamente i membri delle Forze dell’Ordine ogni qual volta se ne presenti l’occasione. Spiace dirlo, ma riscontro questo pericoloso virus anche tra le persone cosiddette “per bene” che, in teoria, non dovrebbero avere alcun motivo di astio.

È spiacevole rendersi conto, ad esempio, che anche tra gli stessi sostenitori del maresciallo Saverio Masi non manchino coloro che inneggiano a Carlo Giuliani o che, comunque, lo considerano una vittima innocente del carabiniere che gli sparò. Trovo tutto ciò schizofrenico, non potendo essere, a mio parere, fan di un carabiniere come Masi e, contemporaneamente, di chi lancia un estintore addosso a un tutore della legge. Talvolta, mi ritrovo finanche a sospettare che alcuni sostenitori della figura umana e professionale di Saverio Masi siano mossi da un più o meno conscio odio nei confronti delle Forze dell’Ordine. Magari apprezzando il fatto in sé che Masi, in sostanza, si sia ribellato ad alcuni superiori. Mi rendo conto che questa mia osservazione possa essere strumentalizzata da chi, viceversa, contesta la battaglia e la figura umana di Saverio Masi, ma è ciò penso ed è mia abitudine essere trasparente e franco. Questo sospetto, che talvolta fa capolino nei miei pensieri, mi amareggia molto.

Qual è la principale categoria di clienti che assiste?

Per una precisa scelta di campo, difendo quasi esclusivamente militari, poliziotti e magistrati. Il mio cliente tipico è, ad esempio, un carabiniere che, per rispondere ad una chiamata di emergenza, recandosi sul posto per intervenire prontamente, investe un passante con l’auto di servizio.

Vaglio sempre la persona da assistere. Si badi: non in base ad un criterio giuridico, ma morale. Tutto ciò è ben chiarito anche nel sito web del mio studio onde mi riservo il diritto di non accettare taluni incarichi, come è accaduto non di rado. Difendere un carabiniere accusato di aver causato un danno non voluto ed inevitabile – come l’investimento di un pedone durante un concitato inseguimento o il ferimento di un fermato durante un arresto – non compromette la serenità della mia coscienza. Al contrario, mi sprona a porre in essere la più efficace attività difensiva necessaria a rappresentare al giudice una verità incontrovertibile: la difficoltà del lavoro demandato a carabinieri e poliziotti è tale che alcuni eventi tragici, perfino la morte di un uomo, sono talvolta inevitabili. In quel caso, pur senza fare sconti sull’applicazione della legge, non si può non tener conto del fatto che le Forze dell’Ordine agiscono per proteggerci e in situazioni di alta pericolosità che non hanno eguali per altre professioni.

Che ruolo giocano i mezzi di comunicazione nell’ampliare le dimensioni del cono di indifferenza nel quale troppo spesso cadono carabinieri scomodi come Masi o avvocati atipici come lei?

Premesso che non mi ritengo superiore a nessun altro, ogni mia attività professionale ed umana è sottoposta al vaglio del mio personale ed intimo tribunale morale, che mi impone precise regole. Tra queste, la fondamentale è quella di spendere tutto me stesso nella difesa dei miei assistiti, senza limitarmi ad un semplice reperimento di norme giuridiche. Questo approccio mi porta ad immedesimarmi totalmente nel mio assistito, ma – quale  contropartita – presuppone la mia completa convinzione della sua innocenza. Il giudice potrà pure alla fine pensare che mi ero sbagliato, ma avrà gli elementi per comprendere che il mio eventuale errore di valutazione è stato compiuto in buona fede. Come sempre, prima di accettare di difendere Saverio Masi, mi son chiesto se potessi fidarmi di lui. La risposta è stata affermativa ed è per questo motivo che, ancora oggi, mi batto con tutte le mie energie per far riconoscere la sua innocenza e tutelarlo. Lo sforzo che sto mettendo e che mi sta costando caro è ipotizzabile solo per una persona che ritengo innocente. Certamente, non potrei imprimere la stessa passione per difendere qualcuno di cui non ho stima o fiducia. Da questo punto di vista, sono certamente poco professionale rispetto ai colleghi che, viceversa, ben riescono a scindere – come probabilmente è giusto che sia nello spirito della legge – la propria attività professionale da ogni tipo di valutazione morale della persona difesa. Ammetto, quindi, di essere totalmente incapace di convincere un giudice o l’opinione pubblica  dell’innocenza di qualcuno se sono io il primo a dubitarne.

Come concilia, nell’esercizio della sua professione, l’aspetto morale con l’aspetto economico?

Teoricamente la mia filosofia professionale non è la più vantaggiosa sul piano economico. Grazie al cielo, però, benché il nostro Paese non viva certo un periodo aureo sotto il profilo della moralità pubblica e del rispetto delle regole, le persone oneste ci sono eccome. Nello specifico, e aggiungo per fortuna, i cittadini in uniforme onesti sono la maggioranza, per cui la mia scelta professionale, che sulla carta dovrebbe risultare fallimentare, è invece la mia risorsa, in quanto sono diventato negli anni un punto di riferimento per carabinieri e poliziotti di tutta Italia, che mi considerano uno di loro.

I giovani oggi, nonostante la crisi economica e il disfattismo, devono ancora avere speranza?

Ho iniziato a fare l’avvocato all’età di 27 anni, in una città professionalmente molto inospitale come Roma, il giorno dopo aver lasciato l’Arma dei Carabinieri. Nella Capitale ho davvero iniziato da zero, non essendoci mai vissuto prima di avervi svolto il servizio militare. Sicuramente non erano tempi duri come quelli attuali, ma anche a quell’epoca non era facile costruirsi un futuro, specie per un forestiero non figlio d’arte. Non avevo neanche un amico con cui andare al cinema, all’inizio della mia vita a Roma. Si figuri su quanti potenziali clienti avrei potuto confidare. Tuttavia, la mia esperienza insegna che, con la forza di volontà, si può riuscire a costruire qualcosa di importante, anche se questo può costare una fatica doppia o tripla rispetto a quella richiesta ad altri. Ho passato anni senza concedermi nemmeno un giorno di vacanza. Ho lavorato anche il sabato e la domenica, impegnandomi nelle battaglie nelle quali credevo e credo tutt’oggi. Un giovane avvocato, specie di questi tempi, non può pretendere di guadagnare subito chissà quali cifre, anzi è un lavoro che si svolge a lungo in perdita. Per farsi conoscere, bisogna condurre e credere in battaglie che in molti casi sono economicamente improduttive, ma che servono per fare esperienza e dimostrare a se stessi e agli altri il proprio valore. Concludendo, sono fermamente convito che, nonostante la crisi, ancora oggi, con impegno e dedizione si possa costruire ancora tanto.

Oggi la magistratura ha il coraggio di portare avanti quelle idee care a Falcone e Borsellino?

Credo di sì. Ovviamente, parlo in generale di una categoria professionale che annovera personalità eterogenee. In questo momento storico, sono molto impressionato dalla figura umana e professionale di Antonino Di Matteo e ovviamente dei suoi più stretti collaboratori e colleghi. Mi paiono persone molto determinate nel proseguire, senza tentennamenti ed a qualsiasi costo, le battaglie di libertà e di emancipazione dalla tracotanza criminale iniziate da Falcone e Borsellino. Mi fa particolare simpatia, pur senza conoscerlo di persona, il PM Roberto Tartaglia. Un ragazzo molto giovane e costretto ad una vita blindata che i suoi coetanei nemmeno possono immaginare.

Con riferimento al processo sulla Trattativa Stato-Mafia, quanto oggi lo Stato vuole realmente processare se stesso?

L’impressione è che il processo Trattativa Stato-Mafia sia considerato di importanza storica da alcuni (io sono tra questi), ed una grande bufala da altri. Probabilmente, anche a causa di una stampa incredibilmente distratta, quelli che considerano il processo una aberrazione giudica sono in numero maggiore rispetto ai primi.

Io che partecipo a quel processo – perché difendo il sindacato di Polizia COISP, che si è costituito parte civile nel troncone a carico dell’onorevole Mannino – credo nella necessità che si approfondiscano e chiariscano definitivamente certi pesanti sospetti di collusioni tra personaggi delle istituzioni e boss mafiosi, su cui si fonda il capo di imputazione. Il mio cuore è vicino ai Pubblici Ministeri che, nonostante le pesanti minacce di morte, continuano imperterriti a voler seguire la strada tortuosa verso la verità, nell’intento di svelare una pagina oscura della storia Italiana.

Che peso ha la solitudine per chi, come lei, il Dott. Di Matteo o Saverio Masi, ha deciso di intraprendere determinate battaglie “scomode”?

Innanzitutto, per onestà intellettuale, non possiamo mettere minimamente a confronto il rischio personale mio con quello ben più grave cui sono esposti Antonino di Matteo e Saverio Masi. Fatta questa premessa, la solitudine è il primo prezzo che si paga quando si vuole cambiare la situazione esistente. Avverti la diffidenza un po’ di tutti, ma, per fortuna, sono un introverso di natura e le lunghe giornate da solo sulle carte non sono un problema per me.

Probabilmente, Di Matteo e i suoi collaboratori sono meno soli di quanto lo sono stati, sul piano umano, Falcone e Borsellino. Si è perfino creato un movimento di cittadini denominato”Scorta Civica”, che, fin dal nome, si propone di proteggere ed accompagnare il cammino di questo eroico pool di magistrati. L’atteggiamento delle Istituzioni nei loro confronti, invece, non mi pare molto diverso da quello – a dire poco fatalista ed attendista – che fu riservato a Falcone e Borsellino. Dal punto di vista umano, soprattutto grazie a internet, che nel 1993 non c’era, si registra una incessante divulgazione di informazioni ed una notevole interazione tra cittadini volenterosi che hanno a cuore la sicurezza e l’incolumità di Saverio Masi, di Antonino Di Matteo e degli altri PM impegnati in queste indagini scomode. Conosco tante persone il cui massimo desiderio non è quello di avere una foto con un calciatore o con un attore, ma con Antonino Di Matteo. Devo dire, ora che ci penso, che anche io voglio una foto con questo valoroso magistrato. Me ne ricorderò nella prossima occasione di incontro.

(Leggi la prima parte dell’intervista)

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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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