Penelope

Ulisse, Ulisse (o Odysseo che dir si voglia…): tutti a parlare di Ulisse! Ma vogliamo mettere Penelope? Vent’anni, dico venti, ad aspettare suo marito, senza la possibilità di ricevere un sms, un messaggio whatsapp o una chiamata via skype.

Vent’anni con i Proci che le facevano la corte e le ronzavano intorno, con un figlio da crescere e un suocero anziano da accudire.

Vent’anni e mai una parola fuori posto, un gesto di impazienza, sempre e solo lì a cucire e ricucire la sua tela, sperando e credendo nel ritorno del marito: lo stesso che poi, a detta di Dante, l’avrebbe mollata di nuovo per andare a morire oltre le Colonne d’Ercole.

Ci è parso, dunque, giusto, provare in qualche modo a ripagarla di tanta dedizione, rendendola almeno una volta protagonista, lasciandole il centro della scena.

 

Nome?

Penelope, figlia di Icario e della Naiade Peribea.

Luogo di nascita?

Sparta, nella Laconia.

Marito?

C’è bisogno che lo dica? Odysseo, noto anche come Ulisse, signore di Itaca. Quando mi strappò a mio padre, alcuni dicono con uno dei suoi soliti astuti stratagemmi, altri sostengono dopo averlo sfidato e battuto in una gara di corsa, davanti alle insistenze del caro genitore perché non lasciassi la diletta Sparta, il mio sposo mi mise davanti ad un’ardua scelta: «O vieni con me a Itaca, oppure, se mi preferisci tuo padre, rimani qui con lui senza di me!». Mi abbassai il velo e lo seguii dopo aver saluto mio padre Icario che, proprio in quel luogo, volle erigere un monumento con una statua dedicata ad Aidos, “il pudore”.

Figli?

Uno solo, Telemaco.

Un po’ poco per i costumi del tempo…

Il mio coniuge non ha visitato a lungo il talamo nuziale, che lui stesso ricavo nel tronco di un ulivo secolare… Sapete: prima la guerra di Troia, poi il suo girovagare tra una tempesta e l’altra.

E magari anche tra le braccia di Calypso e Nausicaa…

Preferirei non rispondere.

Va bene, va bene. Anzi, ci scusi l’impertinenza. Dove eravamo rimasti. Ah, ecco: la guerra di Troia. Come l’ha vissuta lei, da Itaca?

Il mio sposo, come è noto, si assento per ben vent’anni. Io avevo il piccolo Telemaco da crescere e aitanti corteggiatori, tutti giovani nobili originari di Itaca, che mi chiedevano di concedermi a loro. Ricordo i nomi di Samo, Dulichio e Zacinto, ma a voi sono più noti col nome generico di Proci. Aspiravano alla mia mano, ma io ero certo che Odysseo sarebbe tornato: il cuore di una donna difficilmente sbaglia quando ha un forte presentimento e così mi inventai lo stratagemma della tela. Del resto, ero o no la sposa dell’uomo più astuto del tempo? Si trattava del sudario per mio suocero Laerte: lo cucivo di giorno e lo scucivo di notte; il sudario non arrivava mai al termine e i Proci dovevano attendere. Il patto era che non mi sarei risposta prima di averla terminata. Da allora, l’espressione tessere la tela di Penelope è divenuta proverbiale per indicare un’attesa interminabile.

Poi, però, qualcosa andò storto…

Delle ancelle mi tradirono. Svelarono il mio segreto e io fui costretta a stabilire una data per il giorno delle nuove nozze.

Anche qui, però, si appellò ad un estremo atto di astuzia.

Indissi una gara. Mi avrebbe avuto in sposa chi fosse stato in grado di scagliare una freccia facendola passare attraverso gli anelli di dodici asce disposte in fila. L’arco da usare, però, era quello di Odysseo: un arco che solo mio marito sarebbe stato in grado di tendere nel modo giusto.

E poi ci fu il colpo di scena finale…

Per voi forse, ma io vi ho già detto che il mio cuore attendeva e non si ingannava. Il mio amato sposo ritornò ad Itaca giusto in tempo. Sotto le mentite spoglie di un mendicante, partecipò alla gara e, pur deriso dai Proci, fu l’unico a riuscire nell’impresa. Quindi passò alla sua vendetta. Aiutato da Telemaco e dal fido porcaro Eumeo, fece strage dei suoi rivali, risparmiando la fita solo al rapsodo Femio e all’araldo Medonte. Poi fu la volta delle ancelle infedeli: prima toccò loro liberare la sala dai cadaveri e lavare il sangue, quindi furono impiccate.

Lei però diffidava ancora…

Vent’anni lasciano i segni di un uomo e lo solcano con rughe che la guerra e il mare avevano scavate profonde. Mi feci descrivere il letto nuziale, proprio quello che solo io e lui conoscevamo e fu la prova decisiva: il mio sposo era davvero tornato!

 

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