Sorridente. Col fascino di chi è custode di tante storie. Tomas Di Terlizzi ha 45 anni ed è un viaggiatore. Ha girato il Nord Africa in Vespa, l’India e il Nepal in autostop, ha partecipato a un campo di volontariato in Uganda realizzando un reportage sui bambini soldato, ha attraversato l’Europa in moto fino a Capo Nord, ha percorso 22mila chilometri in solitaria dal Perù alla Patagonia cilena.

Maestro d’arte, fotografo, videomaker, partito per la Mongolia lo scorso autunno, sarà ospite dell’associazione di promozione sociale Fucina Domestica ad Andria con il suo “Trans Mongolia – storie di viaggio”, sabato 7 febbraio alle 20.30 e domenica 15 febbraio alle 19.

La Mongolia è il tuo primo viaggio in uno Stato senza accesso al mare?

Sono stato in Paesi che non si affacciano sul mare, ma parliamo di Mitteleuropa. In Mongolia quasi quasi il mare non ti manca perché c’è il deserto. E quindi trovi l’orizzonte, quell’orizzonte che cerchi quando guardi il mare e non puoi scorgere invece in montagna o in città.

Che cos’è il mare in un viaggio?

Il mare è uno spazio di silenzio da attraversare, è immensità da godere, è qualcosa tra te e l’orizzonte degli eventi. È godurioso e turbolento, infatti non ho mai capito il perché del nome Pacifico per un oceano che non ha nulla di mite. E poi ogni mare è diverso.

Perché hai scelto la Mongolia?

Adoro i deserti, paradossalmente li trovo pieni di vita. Della Mongolia mi ha sempre affascinato il suono, la figura degli sciamani, il fatto che si tratta di una terra che è intrappolata di per sé e quindi non può intrappolare i suoi abitanti. Ho rimandato questo viaggio per tanto tempo, poi una mattina mi sono svegliato e ho deciso di andare. Partire per me è sempre un atto di fiducia, e se la concedi la riceverai in cambio.

Raccontaci il tuo autunno in Mongolia

Sono stato lì a ottobre e novembre scorso, non è un periodo turistico. Nelle tende aspettano l’inverno, bevono tanto tè, restano ore a sentire il rumore del fuoco; hanno anche una piccola tv a pannelli solari e il bello è che quando la batteria è scarica si va a dormire.

Una notte c’erano -28°C, ma quando si cammina non si soffre il freddo. Nelle tende ci sono le stufe e si dorme sotto chili di coperte. Anche le tende sono di lana, sono confortevoli, all’interno c’è tutto quello che serve: calore umano, riscaldamento, cibo, acqua…

Al riparo dal freddo, i mongoli raccontano le storie dei loro avi. Le donne sono determinate, toste, guerriere, spesso restano per mesi nelle tende con i figli mentre gli uomini sono lontani. Sono tutti molto legati alla figura di Gengis Khan (creò l’impero più vasto della storia con un esercito di 20mila uomini), di cui mi ha meravigliato il contrasto tra l’animo guerriero e la lungimiranza nei confronti degli stranieri, degli ospiti.

Esistono tanti tipi di viaggiatori. Tu che viaggiatore sei?

Credo siano pochissime le persone che viaggiano; molti fanno vacanza: è più comodo e soprattutto non ci si deve mettere in discussione. Nel viaggio è necessario morire e rinascere ogni volta. Il viaggio è scomodo, talvolta non ti permette di lavarti tutti i giorni perché le circostanze te lo impediscono. Dopo tante partenze è bello accorgersi che ogni volta lascio a casa qualcosa in più. Abbiamo sempre paura di non avere tutto quello che ci serve, e invece usiamo il 10 per cento di quello che portiamo con noi.

Quali mezzi di trasporto prediligi?

Ho viaggiato in Vespa, in bicicletta, in moto, in autobus, in autostop, in treno. Ho amato per esempio i treni dell’India in cui non ci sono le porte e che non sono velocissimi, ma io non avevo fretta. In Nepal salivamo sui tetti degli autobus se all’interno erano pieni. La scomodità nel viaggio è emozionante, ti attira, è divertente, aguzza le capacità. Fino a non essere più considerata scomodità. I turisti non sarebbero mai saliti su quegli autobus…

Hai incontrato viaggiatori come te in giro per il mondo?

Ci riconosciamo subito noi viaggiatori, basta un’occhiata, ci avviciniamo come fossimo attratti da una calamita. Sembriamo socialmente un po’ strani. Si tratta di incontri fugaci, che non hanno bisogno di molte parole, ci si dice il necessario.

Quanto si cambia dopo ogni viaggio?

Viaggiando mi metto in contatto profondo con me stesso. Ogni volta qualcosa lascio e qualcosa trovo, non sono più lo stesso. Cambio parecchio, non so se in meglio. Però lascio tante lacrime durante il cammino e torno un po’ più asciutto. E mi sento un pochino più saggio.

Ne hai uno che hai amato di più?

Non ho un viaggio preferito. È come l’amore, come le donne. Ognuna mi ha dato qualcosa che nessun’altra poteva darmi. Non so scegliere, anche perché ogni volta che torno sono un’altra persona. Sono contento di aver rimandato alcuni viaggi, che richiedevano maggiore maturità. Viaggiare si è trasformato da desiderio a bisogno, è il modo in cui preferisco studiare. Non viaggi solo quando parti, lo fai anche quando torni.

Claudia Ceci

[Foto di Tomas Di Terlizzi]

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