“Abbiamo donne in attesa per voi, vergini da sposare”: è la promessa con cui, secondo Zainab Bangura, la rappresentante Onu in prima linea contro la violenza sessuale nei territori di guerra, l’Isis recluta i foreign fighters. Negli ultimi mesi sono arrivati in massa in Siria e in Iraq, pronti a combattere. Non importa se queste donne, ragazze, bambine sono state strappate alle loro famiglie, sono state rapite, abusate, seviziate, vendute come schiave: saranno il loro premio.

È di questi giorni la denuncia da parte del Ministero per i Diritti umani iracheno della vendita di schiave siriane, bottino di guerra del califfo Abu bakr al Baghdadi. Il Dicastero ha individuato a Falluja, nei pressi della moschea della città, un vero e proprio bazar delle schiave, vendute secondo un preciso listino in base all’età e all’aspetto fisico. Alcune sono state offerte come premio in un concorso per la lettura del Corano.

Diversi sono i rapporti di Onu e Amnesty International sulle torture fisiche e psicologiche e i maltrattamenti subiti dalle donne nei territori conquistati dall’Isis come la violenza sessuale ripetuta o di gruppo da parte dei carcerieri e degli “acquirenti” e la pratica dell’intervento chirurgico coatto per la ricostruzione dell’imene prima della vendita. In alcuni casi l’imene è stato ricostruito prima di “ogni matrimonio” o abuso cui la donna è stata costretta. Per l’uso di punti di sutura riassorbibili, al primo rapporto dopo l’intervento, l’imene si rompe con perdite di sangue che simulano la deflorazione. I miliziani, inoltre, per dimostrare la propria virilità costringono le donne a pratiche sessuali atroci e pericolose. Le conseguenze sulle vittime sono devastanti: molte si suicidano o muoiono durante la prigionia per le violenze subite, senza tralasciare le conseguenze a livello psicologico. Le poche che riescono a fuggire devono affrontare il dramma della riabilitazione per essere riaccolte nella propria comunità che non accetta il sesso prima del matrimonio. Molte cercano di abortire o farsi ricostruire l’imene clandestinamente per cancellare le tracce delle violenze.

Donne sfruttate e donne a cui viene negata ogni libertà perché per l’Isis, che ha fatto sua la dottrina fondamentalista salafista, la donna ha un ruolo subordinato, secondo una lettura puritana dell’Islam. Non possono uscire di casa se non accompagnate dal padre o da un fratello, possono sposarsi già a nove anni ed essere istruite fino ai quindici anni con l’obbligo di studiare religione, arabo coranico, scienze e la legge islamica riguardo al matrimonio e al divorzio, oltre che il cucito e la cucina. Gli unici lavori che possono svolgere sono quelli di insegnante o medico. Devono indossare una lunga tunica e il niqba, il velo che lascia scoperti solo gli occhi.

La Quilliam Foundation, un think tank britannico anti-terrorismo, che ha tradotto il documento pubblicato in rete dall’Isis a gennaio 2015 sulla vita femminile nel Califfato, ha rivelato che le donne possono mettere da parte il loro ruolo di mogli e madri e andare a combattere per la jihad nel caso in cui «il nemico attacca il loro Paese e se non ci sono abbastanza uomini per proteggerlo, e se gli imam emettono una fatwa in merito». Le donne che si uniscono ai miliziani oltre che essere semplici cecchini possono arrivare a ricoprire ruoli di logistica e intelligence, come alcune intercettazioni hanno messo in evidenza, secondo la testimonianza del comandante peshmerga curdo, Wahid Koveli. Al Khansaa e Umm al-Rayan sono due brigate interamente femminili, guidate da alcune foreign fighters britanniche: operano come comparti di polizia controllando che le donne rispettino le leggi dello Stato Islamico. Sono proprio queste guerriere a reclutare, grazie ai social e ai contatti personali, adepte in tutto il mondo.

David Romano, professore di scienze politiche all’Università del Missouri, conferma la presenza femminile tra le fila jihadista già in passato, incoraggiata dall’ideologia salafita: lo stesso Bin Laden aveva ribadito l’importanza delle donne e il loro ruolo nella costruzione e nel mantenimento del califfato islamico, un modo ben triste, se è lecito commentare, di declinare le pari opportunità nel mondo islamico.

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