Torino, città operaia, la città più meridionale del Nord, la città del triangolo dell’occulto, insomma: una città non adatta a una vacanza o a un viaggio d’istruzione… Balle!

Sono proprio balle. Torino è città d’arte: a tutto tondo. D’arte, di storia e di futuro. È stata la prima capitale d’Italia ed è oggi una città moderna, produttiva ed efficiente, di grande bellezza.

Difficile elencare in un solo articolo i tesori di Torino: le residenze dei Savoia, i musei, il polo che ruota attorno al Politecnico, gli impianti sportivi nuovi di zecca, eredità dalle Olimpiadi Invernali.

Non potendo dire e vedere tutto, la scelta è quella di proporre ciò che si può vedere in una vacanza di quattro giorni (due raccontati qui e due la prossima settimana): a patto di essere buoni camminatori e di avere la sete di Odysseo.

Primo giorno

Se arrivate in una bella mattinata di sole, potete, come ha fatto chi scrive, partire da Stupinigi, la residenza per la riserva di caccia al cervo che i Savoia commissionarono all’architetto siciliano Juvarra.

Vi risiedevano solo per la stagione delle sanguinose e tutt’altro che vegane caccie al cervo, da settembre a novembre, ma per realizzarla non hanno badato a spese, la si è pensata come una piccola Versailles e Juvarra, dopo i suoi capolavori torinesi, fu fortemente voluto dalla Corte di Madrid per progettare e guidare la costruzione del Palazzo Reale dove ancora oggi risiede il re di Spagna.

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La finestra che, dal Salone centrale di Stupinigi, punta dritto su Piazza Castello,al centro di Torino

 

Spese almeno due ore per vedere Stupinigi, non vi sarà difficile raggiungere il centro di Torino: vi basterà proseguire sempre dritto, da Stupinigi lungo Corso Unione Sovietica (ironia della toponomastica…) per giungere direttamente in centro, in Piazza Castello. E sì, perché, quando il re Vittorio Amedeo II si doveva muovere in carrozza, non amava le curve e si fece costruire Stupinigi a 10 km dal suo Palazzo, da percorrere in linea retta.

E proprio il Palazzo Reale, in Piazza Castello, è la seconda tappa di questo nostro viaggio. Un palazzo che di reale ha tutto: il grande scalone di accesso, il salone degli Svizzeri, il primo che si incontra, le grandi sale con affreschi e arredi originali.

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La facciata del Palazzo Reale

 

Qui, i Savoia, lungo i secoli, hanno profuso ogni sforzo per ostentare il loro potere e sancire la loro ascesa dalla Signoria (dal 1003 al 1047), alla Contea (1103-1416), al Ducato (1416-1713) al titolo di re di Sicilia e Sardegna (1713-1861) a quello di re d’Italia (1861-1946).

Va bene, qualcuno potrebbe obiettare che si inventarono anche un progenitore sassone per dirsi discendenti dell’imperatore e indipendenti dalla corona di Francia: proclamarono per secoli di avere come capostipite il principe sassone Beroldo, di stirpe alemanna dal duca Vitichindo di Sassonia, rivale niente meno che di Carlo Magno e fondatore del casato Wettin, di cui i Savoia rivendicavano d’essere il ramo cadetto. Solo che Carlo Alberto pensò bene che, per aspirare al trono d’Italia, tanto sangue teutonico non giovasse e così Beroldo fu epurato in favore di un suo presunto figlio, Umberto Biancamano (“de blancis moenibus”: “dalle bianche mura”, divenuto “Biancamano” per errore di un copista) dichiarato discendente di una antica famiglia di romani, trasferitasi in Borgogna, prima di divenire Signori della Savoia.

Checché se ne pensi delle ricostruzione tra storia e legenda, rimane emozionante vedere la scrivania su cui Carlo Alberto firmò lo Statuto Albertino: con quell’atto, nasceva il primo Parlamento “Italiano” e si concedevano diritti civili sino a quel punto impensabili.

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 (Quel che resta di) Favorito…

 

Difficile, invece, da esprimere i sentimenti contrastanti che si provano davanti a “Favorito” … il cavallo imbalsamato di Carlo Alberto che si incrocia varcando la soglia della affascinante Armeria Reale; affascinanti sono anche la sala da pranzo, gli appartamenti del re e della regina e il salone degli specchi. Da citare anche la stanza dell’alcova (dove il re e la regina, che vivevano separati, si davano appuntamento per dare discendenti alla dinastia), la stanza dei medaglioni, la sala da ballo.

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La sala da pranzo

 

Insomma: anche questa visita richiede almeno due ore e, all’uscita, visto che per il Museo di Palazzo Madama (sede del primo Senato d’Italia), che è proprio lì, oppure per una visita al Duomo, con la Cappella della Sindone, che sono a due passi, ci vorrebbe del tempo, il consiglio è quello di rilassarsi bevendo un “bicierìn” in uno dei tanti bar storici del centro: magari dal “Romano”, nella Galleria Federico, che ospitava un caffè chantant e che era frequentato da Nietzsche … il quale a Torino, in via Carlo Alberto, ha vissuto per due anni e ha scritto Ecce homo.

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 I gianduiotti del “Caffè Baratti”

 

In alternativa, sempre nella Galleria Federico, potreste optare per il ristorante “Arcadia”, che a prezzi modici vi coccolerà come gran signori, o fermarvi al “Baratti”, noto per i suoi gianduiotti, ma anche perché Guido Gozzano vi ha composto poesie come “Le golose”.

 

Secondo giorno

L’idea è quella di dedicarsi ad una visita del centro storico con l’ausilio di una guida: ce ne sono di davvero brave e preparate e sono in grado di raccontarvi una serie di aneddoti che mai troverete sui libri. Per esempio, potreste sapere perché il “Punt e mes”, evoluzione del vermut, si chiama così (per produrlo, occorreva “una punta” di dolce e “mezza” di amaro) o che al “Caffè Mulassano”, è nato il primo tramezzino ed è stato introdotto, dagli USA, il primo toast.

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Il Caffè Mulassano

 

Scoprirete anche che da Palazzo Madama partiva il decumano, in direzione est/ovest, mentre da Porta Palatina, ancora ottimamente conservata, partiva il cardo, in direzione nord/sud.

Oggi, il cardo porta il nome di via Porta Palatina: se la percorrerete, incrocerete Piazza Corpus Domini, dove, guardando in direzione del Municipio, scoprirete un palazzo … col piercing a gocce blu, da un lato, e rosse, dall’altro: sono il simbolo del passato aristocratico e del presente proletario e democratico di questa città.

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Piazza Corpus Domini: notare il “piercing” sul palazzo, in alto a sinistra

 

Il decumano, perfettamente conservato quanto alla sua prospettiva verso le Alpi e la Francia, oggi è la notissima via Garibaldi, la stessa via nei cui caffè il ligure Michele Novaro musicò il testo di Mameli, “Il canto degli italiani”.

A Torino, il Risorgimento trasuda da tutti i pori e stupisce sapere che, nel cortile di palazzo Carignano, Cavour fece costruire una sede provvisoria del neonato Parlamento del Regno d’Italia e che proprio in quel cortile, oggi dimenticato e spoglio, il 17 marzo 1861, nacque l’Italia.

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Il cortile interno di Palazzo Carignano, dove, all’interno di un’installazione provvisoria, il Parlamento votò l’Unità d’Italia

 

A proposito, a palazzo Carignano nacquero anche Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II. Oggi, ospita il Museo del Risorgimento e, checché ne dicano quanti l’Italia la vogliono dividere, nelle sue stanze si respira una storia di Unità.

Bello imbattersi nell’Albero della libertà, sormontato da berretto frigio, simbolo dell’abolizione dei privilegi dell’ancien regime. Dopo essersi soffermati a contemplare l’aula della prima Camera dei Deputati, quella del 1848, creata grazie allo Statuto Albertino, ecco due modi diversi di declinare il Risorgimento: un ritratto a grandezza naturale di Carlo Alberto (era un gigante: alto 2.04, in tempi in cui l’altezza media superava di poco il metro e mezzo) e un “Cavour palla” che non si sa se come satira sia più o meno pesante del “Cavour portacioccolatini”.

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Il Cavour “portacioccolatini”

 

Un’ultima curiosità: molte stanze del Museo sono affrescate con il color “blu Savoia”: è questa l’origine degli “Azzurri” di tutte le nazionali del CONI.

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Le stanze “blu Savoia”

 

Lasciato il Carignano, ci si trova di fronte all’omonimo teatro (nei pressi del celebre “Pepino”, una delle cioccolaterie e gelaterie storiche di Torino) e ad un busto dell’Alfieri (“irato ai patri numi”) che lì fece rappresentare le sue tragedie. Di lì a due passi, una bella insegna annuncia “Farmacia”, ma non lasciatevi ingannare: oggi vi trovate un’ottima pasticceria, solo che l’insegna è storica e non la si può più togliere.

Il giorno volge al termine, fate ancora in tempo per una passeggiata di puro relax nel Parco del Valentino e nel suo borgo medioevale.

Appuntamento alla prossima settimana.

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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