Tirana era sempre la stessa. La notte incamerava dentro sé i vicoli dissestati, i baracchini piazzati all’angolo del marciapiede. C’era sempre quel cane solitario che scorrazzava lentamente nel silenzio della sera, lo zingarello di routine pronto per la sua caccia al tesoro notturna: un giro d’ispezione tra i cassonetti grigi della spazzatura e via.

C’erano i palazzi, quelli vecchi comunisti e dai mattoncini rosso ocra impigliati l’uno sull’altro, le tendine bianco latte appese alle finestre di ferro, la luce pallida dell’interno. Le insegne luminose dei caffè si alternavano ai centri scommesse, ai ristoranti di periferia, all’umile lampadina dei chioschetti che vendevano tabacco e sigarette in un fazzoletto di terra.

C’era anche l’Est che si traveste da Ovest con le luci accese dei pub che fendevano l’aria notturna, i ristorantini chic italiani, i negozi di lusso e le vetrine scintillanti. Le Mercedes che sfrecciavano sull’asfalto erano ancora lì assieme al denaro dei nuovi ricchi , benessere selettivo ed elitario dono della democrazia.

Tirana era sempre Tirana. Quella dai tipi loschi che avanzavano lentamente per le strade sentendosi padroni del mondo, gonfi in petto come tacchini il giorno del ringraziamento; era la Tirana dei vecchietti che con un gelato in mano e una busta di plastica nell’altra rientravano nella solitudine delle loro case, mutilate di affetto e amore, intrise di telefonate, abbracci virtuali e voci famigliari lontane miglia. Era la Tirana delle splendide ragazze, di quelle alte e bionde, dei tacchi a spillo che riecheggiavano sul selciato un sabato sera.

Tirana era sempre Tirana. Sprofondavo nel mio mare di pensieri, affacciata al finestrino di un taxi giallo anonimo. La città scorreva come un fiume in piena, i luoghi si moltiplicavano nella memoria. Riemergevano vecchie immagini, nuove si tuffavano nelle pupille. La capitale si fondeva nel grigio dei miei occhi.

Erano trascorsi esattamente due anni da quell’ultimo sguardo rivolto alle montagne verdi, dalla voce della hostess che sollecitava ad allacciarsi le cinture, dalla vertigine che accompagna il decollo con il cielo albanese che ti salutava e il blu del mare che ti teneva compagnia in una mezzoretta qualunque per tante persone ma non per te.

I minuti si colmavano di ricordi e le lancette dell’orologio segnavano un tempo non ordinario e reale. Attimi e emozioni si concatenavano nel cuore facendosi strada nella tua persona, diramandosi in ogni pezzetto di te per poi inciampare lì, in quel tratto di gola che blocca tutto. Il fatidico nodo in gola lo avvertivi non appena le case e i palazzi diventavano sempre più piccini picciò, le costruzioni in pietra parevano cartone, le strade si trasformavano in un intrico di linee grigie e disordinate e le automobili in punti di luce dinamici. Era lì quando il lago di Tirana perdeva la sua circonferenza contorta per diventare un immenso occhio blu vigile tra le montagne verdi.

Erano trascorsi esattamente due anni da ….e Tirana era sempre Tirana. Ero io a non essere più la stessa in quel taxi giallo che nel silenzio della notte mi conduceva dall’aeroporto a casa. Erano i miei pensieri ad essere sordi e vuoti come un cembalo. La memoria del cuore, quella maestosa che magnifica i ricordi, aveva perso definitivamente quell’aura di nostalgia. Si limitava ad essere un puro meccanismo cerebrale.

La città scivolava sotto i miei occhi e l’amore di un tempo si perdeva in qualche angolo di passato. Era un ritrovarsi faccia a faccia con un qualcuno che si è amato immensamente, in un’altra vita, però.

L’auto rallentò, imboccò un viale largo abbastanza per procedere ad una velocità discreta, rimbalzò leggermente ad un dosso improvvisato per poi fermarsi. Il tassista si volse in mia direzione, con la mano tesa pronta a racimolare la sua bella banconota. Un mezzo sorriso incollato sul viso stanco e una voce ferma: «Signorina siamo a casa. Sono 20.000 leke».

Quella semplice parola, quell’ ammasso di sillabe istantanee borbottate in un albanese pesante sfrecciarono nella mia mente, spogliandomi dei tanti dubbi che mi avevano accolta non appena scesa da quell’aereo.

Cosa rappresentava quel luogo per me e che significato aveva ? Compresi che casa non era l’appartamento immenso che si stagliava dinnanzi alla mia figura in quel preciso istante , non era nemmeno il bar all’angolo o i due negozietti di verdura fresca. Casa non era quella fetta di moschea oro intravista nel cielo blu come falce di luna, non quelle strade, non quelle auto tirate a lucido e nemmeno quell’aroma di hamburger che incontrava le mie narici in quel metro quadro di città.

Casa per me era la Puglia. Era quel nome, Enza, quelle strade che ho percorso ogni giorno, era la lezione di latino tanto odiata, la vecchietta andriese che attaccava bottone nella circolare perché sola, era il panzerotto filante il sabato sera, le canzoni di de Andrè, era il ragù e le frittelle di spinaci e ricotta che ti aprivano lo stomaco all’uscita di scuola.

Casa era, è , e sarà l’emozione della parola che solo l’italiano è in grado di trasmettermi, casa sono tutto ciò che io scrivo, casa sono tutti i libri che ho letto e che leggerò ancora. Casa è vita e io vivo in Italia, casa è amore e io amo questo Paese. Casa è il sogno e io sogno in questa lingua. Casa è Italia.

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