Strisciò, scivolò, si infilò in quella porta. Puzzava. Di notti insonni. Di coperte attorcigliate. Del tempo passato a guardare nel vuoto. Il bavero alzato del cappotto rosso le copriva il collo e le nascondeva i capelli ormai lunghi. Soffriva un po’ meno il freddo così, visto che di sciarpe non voleva sentir parlare.

Per tutti era The Club. Forse un omaggio a quel posto dal sapore onirico. Nessuno aveva avuto il coraggio di sostituire l’articolo inglese. Era una trasformazione cui non erano pronti. Aveva già visto quei quadri. Rossi, dai contorni indistinti. Ma non era in grado di ricordarsi dove e quando. Forse qualcuno aveva premuto il famoso pulsante. Se era andata davvero così, probabilmente non l’avrebbe scoperto mai. Ricoprivano la parete sinistra del locale. Si avvicinò per passarci i polpastrelli, e come sospettava la tela non era liscia. Sentiva sotto le dita i grumi di colore addensato. Come fossero coaguli di sangue venoso. A pochi centimetri dai suoi occhi le figure non erano solo indistinte. Si fondevano con il suo corpo, con la nuvola di fumo che avvolgeva  The Club, con le luci che non sapevano essere soffuse.

Il posto era pieno, e tutti sembravano copie di altri. Cloni. Abiti scuri. Nero, grigio. In pochi accennavano un timido argento. Si chiese cosa fosse successo a questi manichini, e ai colori. Prima di varcare la soglia le era sembrato di essere circondata da un’infinita possibilità di tinte e sfumature. Chi erano quelle persone? Perché le sembrava di non riconoscerne i volti? Eppure poco prima − era passato così poco? − la schiena era appoggiata alla corteccia dell’albero di Giuda e la testa in un movimento innaturale tendeva ai fiori viola che riempivano il campo visivo. Lì non c’era altro.

Il bancone era dall’altra parte, ma quei pochi metri sembravano segmenti microscopici. Una pinta, lesse.
Doveva essere quella, la birra. Ne scelse una che il venditore di incoscienza chiamò bionda doppio malto. L’alcool non le aveva mai creato problemi, questo lo sapeva, non si era smarrito nel database dei suoi ricordi. Allora la prese, e la bevve come se stesse facendo una gara contro il tempo. Ne arrivò un’altra subito dopo. E poi la terza, che non aveva chiesto. Offerta da quell’uomo che la fissava ammiccando. Ci provava, era evidente, ma non era capace di sorrisi veri, osservò. E l’incapacità di quella maschera triste e sola la fece ridere. Com’era ovvio, l’uomo cominciò ad avvicinarsi lentamente. Si trovò a pensare che i piccoli passi gli servissero a preparare la brillante battuta d’esordio. E andò così… Ma questa piccola figura grottesca non riusciva a sentire che lei “puzzava”? O cercava proprio quell’odore? Che domanda stupida si stava facendo… Lui non era in grado di capire i termini della questione e cosa ci fosse in ballo.
Lo liquidò alla quarta birra, quando tentò di accarezzarle il collo con le mani sudate. Erano centimetri che dovevano restare privati. Di proposito non lo guardò in faccia, e lui non fece niente per seguirla.

Non uscì. Non voleva. Non poteva. Non doveva. C’era una piccola scala di legno scuro, con la ringhiera di ferro battuto. Pochi gradini. Scese. Era una saletta arredata in maniera spartana. Qui ai quadri avevano preferito le stampe. Quelle se le ricordava. Figure. Toulouse-Lautrec. Le sembrava quasi di aver conosciuto l’autore. Chissà. E comunque le piacevano, provava una sensazione simile alla calma. Possibile?
C’erano tavoli pieni con tre, quattro sedie per uno. Bevevano tutti, qualcuno accompagnava i bicchieri con salatini e olive.
Ma questo accadde dopo. Perché l’aria divenne rarefatta. Non riusciva più a prendere la sua razione.
I corpi erano troppo vicini, una corda che stringeva. Cominciò a sentire gli odori, tutti. Un’ingestibile amplificazione dell’olfatto. Li avrebbe riconosciuti uno per uno, a occhi chiusi. Poteva scartare profumi, talchi, naftalina, tabacco e arrivare senza esitazione al grado di acidità della pelle. Come quella notte in collina in cui l’umanità intera guardò il cielo… Un brivido freddo salì lungo la schiena. Stava sudando.  Chi l’aveva fatta entrare e perché? Buio, prima della scala. Vertigo.

Era  l’unico  tavolino libero.  Si  sedette  e vide il suo specchio. La  sola  differenza tra loro era il sesso. Fu in quel momento che  tutto  ebbe  inizio. O tornò all’inizio. Non  volle  tendergli la mano. Gliele porse entrambe.  Con  una sola,  l’altra  sarebbe stata libera di colpire. Lo specchio sarebbe stato in grado di difendersi. Si toccarono, si strinsero. Era una scarica elettrica, ecco. L’aveva  attraversata tutta.  Come  aveva fatto a non pensarci prima!  Un  inspiegabile blackout per una maestra di circuiti e cortocircuiti…  Imprevisti? Equilibri? Le mani  accarezzarono il cappotto rosso, per capire se l’avvolgeva ancora.  Alla  fine  si alzò. Il tavolo era di nuovo  vuoto.  Cancellò l’immagine. Era circondata da strani personaggi che sbucavano  dappertutto, s’incrociavano, salutavano, ridevano, beve-vano. Ma non erano cloni? Sembrava che i pochi metri quadri di  The club fossero diventati all’improvviso uno spazio aperto, una piazza. Poi, la luce. Quella che non lascia scampo.

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Claudia Ceci
Giornalista e un po’ girovaga. Curiosissima. Non è esperta di niente. Così su due piedi le vengono in mente: mare, fuoco, libri, cinema, castelli, puzzle, vino buono, parole crociate. Spera che le domande abbiano risposte. Le piacciono le persone, e quindi le storie. Ha cominciato a scrivere favole a sette anni perché credeva alla magia. Scrive perché ci crede ancora.

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