La scia di sangue oggi

Più di quindici morti, da una parte e dall’altra, nelle ultime due settimane. All’attentato ad una delle sinagoghe di Gerusalemme, risponde l’incendio appiccato da coloni israeliani in una moschea vicino Ramallah, in Cisgiordania. Alle dichiarazioni di Abu Mazen, che teme il riaccendersi di una guerra di religione, fa eco la decisione della municipalità di Gerusalemme di costruire altre duecento case a Gerusalemme Est, nella zona araba, al di là della Linea Verde.
E se Hamas considera un “atto eroico” l’assassinio dei rabbini e dei poliziotti, Netanyahu fa sapere che Israele non assisterà impassibile, e c’è da credergli, ad una Terza Intifada o “Intifada benedetta”. Anche perché, si sa, a Netanyahu fanno comodo gli estremisti e i loro attentanti, buoni a giustificare il pugno di ferro israeliano.
Intanto, sul “Jerusalem Post”, Gil Troy ci tiene a precisare che Israele non ci sta a far “per passare da vittime” i Palestinesi. Gli fa da controcanto Gideon Levy che, su “Hareetz” scrive che il processo di pace non è mai iniziato per il semplice fatto che “Israele non vuole la pace”
Del resto, se l’avesse voluta, il Governo Israeliano non avrebbe scelto di certo questo momento per proporre e far approvare dal Parlamento una legge che sancisse la definizione di Israele come Stato Ebraico , una scelta che, a sentire il ministro delle finanze Lapid, capace di far rivoltare nella tomba persino un sionista come Begin.

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Foto: www.ansa.it

Un po’ di storia
Un po’ di fatti. Circa 500 villaggi rasi al suolo, oltre 700.000 Palestinesi (oggi divenuti più di 5 milioni), profughi sulla loro stessa terra o negli Stati confinanti; il 78% della terra palestinese divenuto, grazie alla dichiarazione unilaterale di Ben Gurion (14 maggio 1948), parte integrante del neonato Stato di Israele; la risoluzione ONU n.194 (che sanciva il principio di due popoli in due Stati) mai rispettata, e poi la Guerra dei Sei giorni (una guerra di invasione che Israele scatenò nel 1967 al fine di annettersi Gerusalemme e altri Territori Palestinesi) e ancora la Prima (1987) e la Seconda Intifada (2000-2007, con oltre 5000 morti da parte palestinese e oltre 1000 da parte israeliana), gli Accordi di Oslo (1993) divenuti carta straccia.
E ancora. La questione del mai avvenuto rientro dei profughi; quella dei mai definiti confini tra Israele e Palestina; il mancato riconoscimento dell’autonomia dello Stato palestinese; lo spinoso problema dei centinaia di Insediamenti israeliani (più volte dichiarati illegali dall’ONU e dalla Corte internazionale di giustizia) che i coloni ebrei, spesso ultraortodossi, continuano a edificare in Cisgiordania; il drammatico estendersi del muro di apartheid, lungo circa 750km e alto da 8 a 12 m; la tragica situazione di Gaza, stretta in una morsa che la rende il più grande carcere a cielo aperto del mondo e che non può essere raggiunta neppure dagli aiuti umanitari, mentre negli ultimi 6 anni è stata pesantemente devastata da operazioni militari che hanno nomi affascinanti (Piombo fuso, Colonna di nuvola, Margine protettivo), incapaci tuttavia di far occultare le tonnellate di bombe scaricate su una popolazione in stragrande maggioranza di civili, tra i quali hanno fatto migliaia e migliaia di morti.
Basterebbe questo lungo, ma tutt’altro che esaustivo, catalogo di ferite e di nodi insoluti per rendere l’idea di quanto complesso sia il conflitto israelo-palestinese e di quanto tragica sia oggi la situazione dei milioni di Palestinesi che, vittime della loro nakba (parola araba che significa “catastrofe, sciagura”… esattamente, triste a dirsi, come il ben più noto termine ebraico shoah), continuano a resistere: a dispetto di ogni speranza delusa, del lavoro che non c’è, di una libertà di movimento prossima allo zero.

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Foto: www.albertomasala.com

Semi di pace
Eppure, da una parte e dall’altra, non mancano sentinelle e operai della pace. Ne ricordiamo alcuni. Orit Freiberg e Yusof El Mickawy dell’ Hagar Association: Jewish-Arab Education for Equality (Scuola di Beer Sheva che propone un’educazione paritetica per ragazzi arabo-israeliani e israeliani); Masha Litvak e Marvan I. M. Alqassas del The Parents Circle Families Forum (organizzazione che vede insieme israeliani e palestinesi famigliare di vittime conflitto); Yair Auron Yarlicht e Ranin Boulos del Villaggio Oasi di Pace – Wahat al-Salam – Neve Shalom (denominazioni che, rispettivamente in arabo e in ebraico, indicano un villaggio, voluto da Bruno Hussar, in cui, sin dal 1972, si pratica la convivenza tra i due popoli).

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Foto: marcobertoldo.blogspot.com

Ci piace citare anche testimoni che abbiamo potuto incontrare e ascoltare più volta di persona: Daniela Yoel, di Machsom Watch (organizzazione di donne israeliane che si recano ai checkpoint per vigilare sul rispetto, da parte dei soldati israeliani, dei diritti umani dei Palestinesi); Jeremy Milgrom, rabbino dei Rabbis for Human Rights (un nome, un programma: Rabbini per i diritti umani dei Palestinesi…); Geries Khoury, arabo-israeliano, fondatore di Al-liqa’ Center (un centro sugli studi religiosi e del patrimonio culturale palestinese, che si prefigge di sostenere i cristiani palestinesi, minoranza residua, ma uno degli ultimi ponti rimasti in Terrasanta); Suor Donatella LESSIO, del Caritas Baby Hospital, Betlemme (l’unico ospedale pediatrico di Palestina, dove cristiani e musulmani vivono e lavorano insieme, per curare bimbi a prescindere dalle differenze di fede); Abuna Manuel Musallam, Un parroco all’inferno di Gaza, dove era durante l’operazione Piombo Fuso, capace ancora di credere nella necessità del dialogo; lo stesso dialogo fortemente voluto anche da mons. Elias Chacour o da Michel Sabbah, uno arcivescovo melchita, l’altro patriarca emerito cattolico (o “latino”, come usano dire lì…) di Gerusalemme, entrambi convinti della necessità di costruire ponti per abbattere muri.
Ascoltarli è stato, di volta in volta, per chi scrive, gustare il fascino di una parola scavata nella carne. Scavata dal dolore e dall’indignazione, ma anche dalla speranza: la stessa che, con questo elenco, che avrebbe potuto essere molto più lungo, vorremo provare a seminare nel lettore.
Un’ultima cosa: sapevate che, per volontà dell’ONU, il 29 novembre è la Giornata internazionale di solidarietà per il popolo palestinese ?

Paolo Farina


[Foto di copertina: cordatesa.noblogs.org ]

 

 

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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