È una delle ultime monarchie assolute rimaste al mondo. È anche uno dei pochi stati africani composto da un solo gruppo etnico, gli Swazii. È posto nel nord est del Sudafrica, con il quale confina grazie a una catena montuosa che occupa i due terzi del Paese e da un territorio pianeggiante che segna il confine con il Mozambico a ovest. Non ha sbocchi sul mare, ha poco più di un milione di abitanti. Tutti poveri, vivono in campagna, legati ad antichissime tradizioni agricole e culturali. Tutti, re compreso, credono nelle streghe poichè in una legge per regolamentare l’aviazione civile è prevista la multa per le streghe che volano al di sotto dei 200 metri. Ma, streghe a parte, difficilmente avremo sentito parlare di questo piccolo stato-regno, nell’immensità del continente africano.

Ci riferiamo allo Swaziland. La sua caldissima capitale, Mbabane, è un ex colonia inglese. Il sovrano, monarca assoluto, Re Mswati III, sul trono dal 1986, ha numerose mogli, 15 per l’esattezza. È accusato di aver ripetutamente violato i diritti umani, di aver cancellato tutti i partiti politici e azzerato la democrazia. Il parlamento del regno svolge attualmente solo una funzione consultiva.
“Un’isola di dittatura in un mare di democrazia”, è in questo modo che lo hanno descritto alcuni, “la democrazia crea divisione, un monarca è una forza unificante”, hanno sostenuto i fedeli del re.

Ma non è per la mancanza di democrazia né per le 15 mogli del Re che lo Swaziland è tristemente noto.
Il suo primato è terribile: un adulto su quattro vive con l’HIV. L’Aids è una vera e propria emergenza, è la piaga del regno.
Con il 26 per cento di adulti sieropositivi, lo Swaziland ha il livello più alto di infezione del mondo. La percentule sale di anno in anno. L ‘aspettativa di vita si attesta tra i 31 e 40 anni, la più bassa del mondo. Lo Swaziland fa parte del famoso gruppo dei Big Five: i Paesi che hanno un’incidenza del virus superiore al 20%; in questo gruppo ci sono anche Sud Africa, Lesotho, Mozambico e Zimbabwe.
Nello Swaziland, nel 1992, l’incidenza della malattia era del 3,9% e la speranza di vita di 65 anni, nel 2005 era crollata a 39 e oggi, se non si inverte la tendenza, si viaggia verso un’aspettativa di 30 anni. I primi casi di Aids nel Paese risalgono al 1986 e da allora il virus si è diffuso così rapidamente che ora lo Swaziland ha la più alta incidenza di infezione da Hiv nel mondo; si è detto 26 per cento, secondo le statistiche ufficiali, anche se alcune organizzazioni internazionali forniscono numeri ben maggiori: 40 per cento. L’Aids inoltre rappresenta la metà dei decessi per bambini sotto i 5 anni.

Ma quali possono essere state le cause che hanno portato lo Swaziland ad essere lo Stato con più sieropositivi al mondo? La poligamia, senza ombra di dubbio, praticata da quasi tutti gli uomini, ma anche la povertà e la fame, la disinformazione e l’ignoranza: nei villaggi, sono tanti i maschi analfabeti che rifiutano di sottoporsi al test per la prevenzione del contagio da HIV.
La malattia ha distrutto letteralmente il Paese. Il suo diffondersi e il numero dei decessi a causa dell’ Aids hanno avuto un impatto devastante, minando il futuro di migliaia di bambini e ragazzi. Come altrove nell’Africa sub sahariana, l’ Aids ha colpito nettamente la popolazione più giovane. Il virus ha ucciso molti lavoratori e contadini, la fascia produttiva del Paese, e ha creato migliaia di orfani. Un terzo della popolazione ha meno di 14 anni e la responsabilità di questi bambini ricade spesso sui nonni. Il timore è di trovarsi, tra pochi anni, davanti ad una popolazione composta da bambini e nonni. Senza insegnanti, poi, l’ignoranza e l’analfabetismo aumenteranno ancora in futuro, peggiorando la situazione.

A differenza di altri stati africani, in cui le campagne d’informazione e prevenzione hanno provato a porre un argine al contagio, nello Swaziland la malattia continua a farsi strada e a diffondersi, aiutata anche da una grave crisi finanziaria. Scarseggiano purtroppo anche i fondi per combattere la malattia. Secondo quanto affermano le Ong internazionali, nel momento in cui le campagne d’informazione parlano di prevenzione e di contraccettivi, qualcuno (incaricato dal re) si presenta alla radio e in lingua swaiti afferma: ”Non ascoltate le sciocchezze che vi dicono. Il nostro compito è fare figli”. Peraltro, la mancanza di cibo e lavoro rendono un lusso i farmaci antivirali, necessari per i sieropositivi.

Un dato positivo, nell’inferno dello Swaziland, ci sarebbe. Il tasso di mortalità sta calando. Grazie agli aiuti internazionali, agli aiuti delle Ong presenti sul territorio, i farmaci antivirali stanno riducendo il numero dei decessi a causa dell’Aids, ma i farmaci stanno terminando e la malattia continua a diffondersi di anno in anno.

A nulla è servita la cosiddetta “legge di castità”, imposta dal re a tutte le donne tra i 16 e i 24 anni. La legge, introdotta nel 2001, è stata abolita nel 2005. Gli oppositori al re hanno parlato di una legge per tutelare il monarca stesso e garantirgli così la possibilità di scegliere per sé, annualmente, donne sane.

Ogni anno infatti, l’ultima domenica di agosto, circa 30 mila giovani donne (a seno nudo) partecipano alla “Umhlanga” o “Danza delle Canne”, una tradizionale cerimonia in onore del re Mswati III. Alla fine della cerimonia, il re sceglie delle nuovi mogli. La cerimonia, che dura diversi giorni, cattura l’attenzione di molti turisti e media internazionali. Ma nei reportage dei media e nelle foto dei turisti si parla del re grassoccio e seminudo, delle ragazze che ballano per lui; non dell’emergenza Aids che sta distruggendo il futuro di un milione di persone.
Come definire, allora lo Swaziland? Il “regno del re dalle 15 mogli”? Il “regno della danza delle canne”? Probabilmente, però, la definizione più indicata non è neppure il “regno dell Aids”. Non ci rimane che la più triste delle definzioni: lo Swaziland, il “regno del popolo senza futuro”.

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